20 agosto 2016

Dov'è il limite?

L'abbiamo visto tutti, il piccolo Omran, coperto di polvere e sangue, toccarsi la faccia e pulirsi le mani sulla sedia dell'ambulanza. La sua foto, come quella di Aylan, il piccolo naufrago di Kos, si è moltiplicata all'infinito, fuori da quell'inferno di tribolati. E' un simbolo oppure un’arma, uno strumento di propaganda, un particolare inutile, un bersaglio perfetto, una provocazione, un dettaglio, un peso? Che volete che siano i bambini quando, come avviene in Siria, i morti si contano a centinaia di migliaia? Eppure ogni bambino è unico, ognuno di loro che scompare nel mare o nei quartieri accartocciati di Aleppo, ognuno di loro vede, in un tempo troppo breve, un mondo che non era mai stato visto. Forse pensavano fosse un gioco la prima volta che sono stati strappati dai loro lettini, poi hanno capito che si trattava di questo, di morire. Mi chiedo come questa consapevolezza si faccia strada in loro, quali terribili lacerazioni facciano a pezzi il loro non sapere dell'infanzia, strappandogli l'ingenuità come una benda dagli occhi.
Sono un simbolo sì, ma delle nostre viltà e delle nostre rassegnazioni. In realtà il bambino di Aleppo è completamente solo, costretto a fare i conti con una disperazione che gli toglie il futuro, derubato dell'ebrezza dell'infanzia, di quella prima saggezza innocente assassinata dalla crudele sapienza dei grandi. Quel bambino, quei bambini, sono il termometro della nostra ipocrisia. 
E allora mi chiedo dov'è il limite. Non c'è. Da troppo tempo è stato superato.
E allora come fare oggi per richiamare le coscienze alla decenza della pietà per farla diventare rimedio? Basteranno le loro foto? Vorrei che non fosse una domanda assurda, che ci fosse ancora un argomento in grado di farlo. Ma sembra che davvero non ci sia se questa è l'orribile realtà: portare aiuti ad Aleppo oggi è impossibile. E ancora più difficile è negoziare anche solo una tregua: stop alle bombe per 48 ore a settimana
La soluzione? Una, l'unica, la stessa per ogni scenario di guerra: che finiscano. 
Non c'è cosa buona che possa venire da una guerra, un cessate il fuoco ha senso solo se permanente. Visto che la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi, bisogna che la politica vi rinunci, altrimenti è inutile piangere per i bambini feriti. Troppi ne moriranno ancora nell'indifferenza generale se ci si limita a immortalarli in qualche foto da condividere. Foraggiare il pietismo è funzionale alla logica dello sterminio, o quanto meno ritardante per una vera opposizione civile a tutto quello che concorre alle guerre, con le missioni, le produzioni belliche, i respingimenti e i silenzi assordanti. Mentre si muore in quantità e di continuo, sbarriamo gli occhi di fronte un bambino estratto dalle macerie di un bombardamento. Credo che sia meglio condividere la vergogna della contemplazione, invece del falso sdegno. 


Bella come Beirut
Esausta come Damasco
Timida come il Cairo
Distrutta come lo Yemen
Ferita come Baghdad
Dimenticata come la Palestina.
  
Rasha Aly

19 agosto 2016

La salute prima di tutto!

Non accenna a diminuire il dibattito sulla legalizzazione della cannabis. C'è chi dice sì, c'è chi dice no, c'è chi ci ripensa e chi invece non demorde. 
Nicola Gratteri, procuratore di Catanzaro, non demorde e pensa alla salute degli Italiani: 
“Uno Stato democratico non può permettersi il lusso di legalizzare ciò che provoca danni alla salute dei cittadini”. 
                                                            
Ecco.


 Direi che qui l'ipocrisia c'è tutta.

Prescindendo da questo sporco opportunismo, vorrei citare solo l'esempio del Portogallo, modello unico nel suo genere, che è descritto molto bene in questo articolo, Decriminalizzare tutte le droghe: l’esperimento del Portogallo , e che dimostra  che un approccio alle droghe centrato sulla cosiddetta riduzione del danno, che non considera l’utilizzatore un criminale e che si concentra sul rendere disponibile assistenza, se desidera utilizzarla, produce risultati concreti. 
Alla faccia di chi pensa di essere competente a priori.

18 agosto 2016

Ma pensa un po'!

E io che credevo che i veri problemi fossero la povertà, l'inquinamento, lo scioglimento dei ghiacciai, la guerra, il terrorismo, la corruzione, i dittatori, il razzismo, l'omofobia e l'ignoranza, il lavoro minorile, il lavoro nero, l'infibulazione, le dimissioni in bianco e il turismo sessuale. E invece scopro che il problema del mondo è il burkini
Ma la vogliamo piantare con queste fregnacce? Non è un problema! Che ognuno si vesta come gli pare, per scelta, per religione, per qualsiasi altro motivo, ma facciamola finita! Non esiste che si debba fare un regolamento su chi, come e dove indossare il costume da bagno! Cosa dovrebbero fare? Non andare in spiaggia? Oppure vogliamo delimitare una zona solo per loro? Come per i nudisti. E allora perché non farlo anche per le cicciottelle, o le anoressiche o le donne disabili magari, che potrebbero urtare la la nostra sensibile e democratica vista. E le suore? Sì, anche una spiaggia per le sole suore! Tutti ben divisi, inscatolati, con dei muri belli alti, anche per questo, così che le nostre sane e meritate vacanze non siano disturbate da panorami non graditi. 
Che poi arriva la Zanardo con queste sue perle di saggezza. Ovviamente ha tenuto a precisare che ha molte amiche egiziane:"Io femminista vi dico: vietare il burkini è giusto, è di sinistra".
Ma ragazze mie, pensateci un momento: queste donne al mare vestite non devono neanche fare la prova costume, non si fanno venire i patemi se hanno una smagliatura in più o il lato b che fa la guerra con la forza di gravità, o il peletto all'inguine che è ricresciuto di un nano millimetro. Non siamo forse noi schiave delle mode, del corpo magro e sodo, della depilazione e di mille altre paranoie?  
Donne in burkini, insegnateci ad essere felici anche senza il pushup!





17 agosto 2016

Perché una canzone non è mai soltanto una canzone....

....ogni nota, ogni parola porta dietro odori, sapori, ricordi, rimpianti, lacrime, sorrisi, felicità, malinconie ....ogni strofa porta brandelli immacolati delle colonne sonore della nostra vita...


Le grida della strada
i passanti i negozi
dove come in un insulto
ti vai a rispecchiare
tra gioielli da poco
e biancheria da niente
ombre
in occhi di donna
che ti vedono passare
tutti questi rumori
dentro i quali ti immergi
nei quali ti esilio
per amarti da lontano
in un gioco sottile
questi trucchi un po' pazzi
tutto questo è il tuo stile
il tuo stile il tuo culo
il tuo culo il tuo culo
E la mia legge a cui ti pieghi
maledetta
a quel fuoco che accende
ogni mia sigaretta
e l'amore in ginocchio
non conosce stallo
il tuo stile il tuo culo
il tuo culo il tuo culo
i porti nella notte
quel figlio che vorremmo
e non vogliamo più'
a un tuo minimo segno
quando noi mescoliamo
nel fondo del tuo bene
sangue della mia uva
a vino della tua vigna
tutto questo riappare
come in nostra memoria
dentro i mondi perduti
dell'anno ottantamila
quando non ci saremo e
torneremo a nascere
questi trucchi un po' folli
tutto questo è il tuo stile
il tuo stile il tuo culo
il tuo culo il tuo culo
il tuo diritto
quanto diritto al tuo stile
e il gioco dell'inferno
giocato a testa o croce
e l'amore che tace
quando non ha più voce
e il tuo stile il tuo culo
il tuo culo il tuo culo
chi vuol saper troppo
non conosce più niente
di te mi piace ciò'
che posso immaginare
inseguendo nell'aria
i contorni di un gesto
la tua bocca inventata
al di là del volgare
per le strade di notte
il mio viso gelato
quando non riconosci di me
che un certo stile
quando rendo me stesso
un altro immaginato
questi trucchi imprudenti
tutto questo è il tuo stile
il tuo culo il tuo culo
il tuo culo
e la tua legge a cui mi piego
maledetta
la cenere perduta di
ogni mia sigaretta
e l'amore che spegne
i suoi fuochi e muore
il tuo cuore il tuo cuore
il tuo stile il tuo cuore
il tuo stile
il tuo cuore 

Profitti che grondano sangue.

L' Italia ripudia la guerra come strumento di aggressione e di risoluzione di questioni politiche. Ma per fare affari va sempre e comunque bene
L’attacco all’ospedale yemenita di Msf è avvenuto con bombe fabbricate in Italia (in Sardegna), e lo stesso accade in molti altri teatri di guerra. 
Circa il 50% delle armi prodotte in Sardegna, nello stabilimento della Rwm Italia Spa, controllata del colosso tedesco degli armamenti Rheinmetall, raggiunge l’Arabia Saudita, paese alla guida della coalizione che dalla scorsa primavera bombarda lo Yemen. Armi impiegate dai sauditi in un conflitto che a dicembre aveva già causato oltre 6 mila morti, metà dei quali civili, 25 mila feriti, un milione di sfollati, 21 milioni di persone che per sopravvivere hanno bisogno urgente di aiuti umanitari.

15 agosto 2016

Buon ferragosto!


Il bandito ciclista.



Il testo del brano trae spunto da una storia vera, l'amicizia giovanile fra il grande campione, Costante Girardengo, e il pericoloso bandito, Sante Pollastri, entrambi originari di Novi Ligure. Un legame nato ai tempi delle strade sterrate intrise di sudore e fatica, passioni e sentimenti.
Luci e ombre sull'asfalto, un ricordo struggente del ciclismo che fu e un'amara riflessione su ciò che non sarebbe mai dovuto diventare.
Di Girardengo sappiamo tutto, vita morte e miracoli, era talmente bravo che proprio per lui venne coniato per la prima volta l'appellativo di campionissimo, meritatamente ereditato in seguito da Fausto Coppi.
Di Sante Pollastri al contrario conosciamo ben poco; soprannominato il "bandito anarchico" trascorse gran parte dell'esistenza combattendo un'impari lotta contro le forze dell'ordine fino all'inevitabile sconfitta.

Sante Pollastri non era il miglior amico di Girardengo, come nella canzone. La poesia cerca di sintetizzare ed esporre le storie in maniera emblematica. Ma spesso la realtà è più banale: Sante era semplicemente un fan. Al massimo un conoscente, che frequentava gli stessi ambienti dei ciclisti. E Girardengo potrebbe essere stato colui che lo ha tradito.
Non è facile ricostruire la storia di questo bandito, spietato uccisore di carabinieri e poliziotti, amico e benefattore di agitatori anarchici, diventato leggenda anche a causa della censura che il fascismo esercitava su tutta la cronaca nera e su di lui in particolare. Forse se le sue imprese fossero state conosciute nei dettagli, sarebbe stato meno popolare.
Sante Pollastri, o Pollastro, come si trova a volte nei documenti, nasce il 14 agosto 1899 a Novi Ligure, stessa città di Girardengo, e di certo la passione per la bicicletta ce l’hanno entrambi. Nessuno sa veramente da dove derivi il suo odio per le forze dell’ordine, perché su questo suo tratto caratteriale sono state imbastite le storie più disparate: c’è chi parla di un fratello morto da militare, chi di una sorella violentata. C’è chi dice che fu pestato da una squadraccia fascista dopo aver sputato una caramella troppo vicino agli stivali di uno del gruppo.
L’uomo riconosceva di avere ucciso almeno 7 persone in scontri a fuoco, tra cui una coppia di carabinieri e una di poliziotti. I suoi crimini erano cominciati con un furto di carbone, ma poi era passato a obiettivi importanti in tutto il nord Italia, come l’oreficeria Zanetti, e infine in Francia, con il famoso colpo alla gioielleria Rubel. Spesso la sua banda ospitava ed era ospitata da agitatori e simpatizzanti anarchici. Sarà uno di questi, Renzo Novatore, a convincerlo infine di essere lui stesso un anarchico. La frequentazione con Sante però non porterà però fortuna al nichilista italiano: Novatore muore infatti durante uno scontro a fuoco, una trappola imbastita proprio per catturare Pollastri, il Nemico pubblico numero uno della cui sorte si interessa ormai lo stesso Mussolini.
Forse per questo il bandito si trasferisce in Francia, dove mette in piedi una banda di un centinaio di persone. Qui incontra Girardengo, poi testimone al processo, durante una sei giorni a Parigi. Non è impossibile che il ciclista abbia fornito informazioni. L’arresto però viene effettuato in grande stile dal commissario Guillaume,  il “vero” Maigret a cui si ispirerà Simenon.
Sante confessa. L’avvocato cerca in tutti i modi di evitargli l’estradizione, ma l’Italia è irremovibile e la Francia cede. In Italia Pollastri scampa miracolosamente alle torture e alla pena di morte, e in carcere si comporta da detenuto modello, tanto che il Presidente Gronchi lo grazierà nel 1959.
Una volta libero passerà il resto dei suoi giorni facendo il venditore ambulante per guadagnarsi da vivere. Sante Pollastri morì solo e dimenticato il 30 Aprile 1979, questa l'unica cosa certa, tutto il resto è leggenda.

Tratto da youtube e Italia criminale

14 agosto 2016

Giusto per offrire un assaggio delle mie convinzioni.

Premetto che ormai sono vecchia per molte cose, quel po' di energia rimasta mi serve per cercare di sopravvivere come meglio mi è permesso di fare, e non è il meglio ma il meno peggio. Ciò nonostante quell'utopismo che da sempre alberga nel mio cuore continua a farsi sentire e a spingermi a blaterare di ribellioni e sovvertimenti radicali. L'idea giovanile di poter cambiare il mondo si è forse un po' ammorbidita, ma resta la convinzione che se il mondo non cambia finirà per distruggersi e mi sembra che siamo ad un buon punto, forse al punto di non ritorno, dal quale, spero, si potrà ricominciare...ma a che prezzo!
Fatta questa premessa, ripongo tutte le mie speranze in coloro che si affacciano alla vita vera in questo momento e trovano una realtà sfibrata, dissoluta e priva di valori di riferimento. Passo il testimone e spero che il cambiamento li trovi protagonisti. A loro mi sento di dare un incoraggiamento perché non sarà facile.
Non è facile, ma le cose importanti non sono mai state semplici. Non è facile restare lucidi, troppi condizionamenti, troppi messaggi sbagliati, troppi specchietti per allodole scavano fosse nelle quali si cade agevolmente, quasi senza pensare, senza rendersene conto. Si cade nel buco nero dell'ambizione, del possesso, della prevaricazione e dell'arrivismo...e si arriva all'odio, quello che sta percorrendo in lungo e in largo questo mondo martoriato. "Homo homini lupus", un'affermazione che ho sempre osteggiato e che non è mai stata tanto vera e tanto seguita. Ci si cade dentro e non si sa più come uscirne perché ci si dimentica di tutto il resto. Ci si rinchiude nel cemento, si è prigionieri di case blindate per paura che rubino "le cose", si costruiscono muri e confini per isolare, si vuole ciò che non si ha, a tutti i costi, e si disconosce l'altro, l'essere umano.
Ecco, bisogna invece dimenticare tutto questo e far riaffiorare la sensibilità, il banalissimo amore, la voglia di esserci, di stare insieme e di starci bene. Ma per questo bisogna strapparsi di dosso vestiti logori e pesanti, che puzzano di armi e denaro, e vestirne di nuovi, leggeri, allegri, di tanti colori diversi e senza tasche da riempire, perché tutto è di tutti e non serve tenerlo per sè. Se proprio si vuole riempire qualcosa, lo si può fare col cervello, aprendolo a tutto ciò che non si conosce, curiosando nella varia umanità da cui si è circondati.
Lo so, a dispetto degli anni che passano impietosi e deludenti, sono ancora un'irriducibile, ribelle, anacronistica e romantica figlia dei fiori...e morirò tale...

13 agosto 2016

La dea che è in me.


“Rispetta quella bambina dentro di te.
Ricorda chi eri prima di preoccuparti di come apparivi.
Prima di conoscere la ferita del rifiuto. 
Prima che ti venisse detto che non avresti potuto, 
o non saresti stata 
o che non avresti avuto.
Sei ancora quella bambina; 
prima dei ruoli, 
delle etichette e dei dolori, 
quella bambina continua a vivere.
Lei è la dea in te.”

(S. C. Lourie, “Tender to my soul”)

09 agosto 2016

E nella democratica Europa neanche allora, come oggi per i morti della Thyssenkrupp o per la Eternit di Casale e di tanti altri casi ancora, i colpevoli pagarono per i loro crimini.

Marcinelle, 8 Agosto 1956. 
 Di Franco Astengo
Ancora e sempre per non dimenticare, ancora e sempre per testimoniare la sofferenza, la fatica, il martirio del lavoro. Non dovrà mai esserci tregua per chi sfrutta il lavoro altrui in modo ignobile e disumano. A sessant’anni da Marcinelle assistiamo, oggi come sempre, alla realtà del senso disumano dello sfruttamento del lavoro e – ancora – si considera chi lotta per una società giusta come un sovversivo dell’ordine costituito, un perturbatore dei tranquilli ozi delle classi agiate. Oggi come allora. Dalle classi dominanti non arriva mai un segnale di comprensione della vastità dei delitti da esse commesse nella grandezza e nella complessità del procedere storico: anzi verifichiamo una intensificazione, un accanimento, che i Governi agevolano e i possessori dell’informazione non solo giustificano ma anzi esaltano in un crescendo di ignobile mistificazione. Oggi qualcuno farà finta di piangere lacrime di coccodrillo. Marcinelle però non ci richiama semplicemente al lutto e al dolore. Marcinelle richiama all’eternità insuperabile della lotta di classe, all’insopprimibile realtà dello sfruttamento e alla necessità della lotta per sovvertirne il corso soffocatore di tutte le istanze di libertà e di dignità umana. “PROLETARI DI TUTTI I PAESI UNITEVI !” L’8 agosto del 1956, 136 minatori italiani trovarono la morte nella miniera di carbone Bois du Cazier, in Belgio, insieme a 95 belgi, 8 polacchi, 6 greci, 5 tedeschi, 5 francesi, 3 ungheresi, un inglese, un olandese, un russo e un ucraino. In totale, morirono 262 minatori su un totale di 274 presenti: 12 lavoratori vennero tirati su il primo giorno, mentre i famigliari degli altri dovettero aspettare fino al 22 agosto, tra angoscia e speranza, quando i soccorritori dichiararono: “Tutti cadaveri“. L’incidente – il terzo più grave per gli italiani all’estero dopo quello di Monongah, in Virginia, dove morirono 171 connazionali, e di Dawson, nel Nuovo Messico, dove ne morirono 146 – avvenne alle 8,11 del mattino, quando un errore di manovra agli ascensori al livello 975 provocò un massacro .La tragedia di Marcinelle, rievoca anni bui della storia italiana. Alla fine della Seconda guerra mondiale, la necessità di una ricostruzione industriale porta il governo belga a lanciare la ‘battaglia del carbone’. La prima volontà delle autorità è quella di evitare di ricorrere alla manodopera straniera, ma ben presto si comprende che l’obiettivo non potrà mai essere raggiunto contando unicamente sulla manodopera belga. Si rende così obbligatorio il ricorso all’immigrazione massiccia degli stranieri e poiché l’Europa dell’Est e, più in particolare, la Polonia non sembra più una potenziale riserva di manodopera, il Belgio si rivolge all’Italia, che esce esangue dalla II guerra mondiale dopo 20 anni di fascismo. Il protocollo di intesa italo-belga del 23 giugno 1946 prevede l’invio di 50.000 lavoratori italiani in cambio della fornitura annuale di un quantitativo di carbone, a prezzo preferenziale, compreso tra due e tre milioni di tonnellate. Per convincere gli uomini a lavorare nelle miniere belghe, si affiggono in tutta Italia manifesti che presentano unicamente gli aspetti allettanti di questo lavoro (salari elevati, carbone e viaggi in ferrovia gratuiti, assegni familiari, ferie pagate, pensionamento anticipato). In realtà, le condizioni di vita e di lavoro sono veramente dure. All’arrivo a Bruxelles, comincia lo smistamento verso le differenti miniere, dopodiché i lavoratori vengono accompagnati nei loro ‘alloggi’, le famose ‘cantines‘: baracche, insomma, o ‘hangar’, gelidi d’inverno e cocenti d’estate, veri e propri campi di concentramento dove pochi anni prima erano stati sistemati i prigionieri di guerra. La mancanza di alloggi decenti, previsti peraltro dall’accordo italo-belga, impedisce alla maggior parte dei minatori il ricongiungimento con la propria famiglia. Trovare un alloggio in affitto è infatti quasi impossibile all’epoca. Senza contare la discriminazione.
Spesso sulle porte delle case da affittare, i proprietari scrivono a chiare lettere ‘ni animaux, ni etranger‘ (né animali, né stranieri). Un’integrazione difficile, dunque, a cui si sommano le condizioni di lavoro particolarmente dure e insalubri, nonché le scarse misure di igiene e sicurezza. Tra il 1946 e il 1955, quasi 500 operai italiani trovarono così la morte nelle miniere belghe, senza contare il lento flagello delle malattie d’origine professionale, tra cui la silicosi. Una mostra con le immagini dei minatori di oggi nel mondo è aperta fino a dicembre al Bois du Cazier, il sito a sud di Charleroi diventato un museo del ricordo e che dal 2012 è diventato Patrimonio dell’umanità dell’Unesco.


07 agosto 2016

Le cose del passato.

Oggi mi sono concessa una passeggiata senza scopo. Nessun obiettivo, niente contatto con la natura, solo e puro cazzeggio per le strade del mercatino del passato. E niente compere perché di soldi da spendere non ne ho. Ma penso comunque, mentre cammino in mezzo alle bancarelle colme di cose che hanno avuto una vita e un'altra ne cercano. Penso che mi sto sempre più riferendo al passato, al vissuto, a quello che si dice comunemente "esperienza", che poi sono ricordi e basta perché dubito sempre di più che il passato, o la famosa "esperienza", servano a qualcosa, se devo sbagliare sbaglio comunque in barba a tutto quello che mi possono aver insegnato i miei trascorsi  e va bene così.
Mi riferisco al passato perché sempre più spesso mi lascio andare alla nostalgia....e di cosa se non del passato? Ebbene sì, la struggente bellezza della nostalgia, quella che scatena una tempesta di emozioni che vorremmo quasi catturare per impedirne la fuga, una fuga che sembra quasi doverosa per un presente che non consente pause oziose di nessun genere. Concentrati come siamo nel voler trasmettere sempre un’immagine positiva di noi, così come richiesto da una società proiettata sempre verso il futuro, cacciamo via una parte del nostro essere per non apparire fragili nemmeno ai nostri occhi.
Mentre trovo così bella la nostalgia, quella lacrima che scivola lentamente e si trasforma in un sorriso. Quell'intenso momento in cui si ha l'impressione di poter afferrare una mano che non c'è più.
Niente è per sempre...sembra sussurrare la nostalgia...e quel desiderio di tornare indietro mi rammenta il mio legame indissolubile con il passato, con quella parte di me che sembra andata via per sempre, ma che continua a scorrere dentro di me rendendomi la persona che sono, in grado di smarrirmi nella nostalgia senza paura. Accettandola, in qualsiasi momento arrivi. Perché la nostalgia arriva improvvisa, non è solo la tristezza a farla emergere, anzi, non lo è quasi mai. Può essere un breve momento di felicità, una bella sensazione che sgorga improvvisa da un'atmosfera particolare a far riafforare un passato lasciando che la mente indugi in quell'istante che non potrà mai più ripetersi.
Non è tristezza, non è felicità....è nostalgia. E' l'ascolto di una canzone, il guardare una fotografia, leggere lettere ingiallite scritte tanti anni fa, la scena di un film, una panchina solitaria . E' lasciarsi coinvolgere da un'emozione che risveglia un ricordo e rendersi sonto di essere stati felici in quel momento, di averlo vissuto e ritenersi privilegiati per questo...

"La nostalgia è un luogo mobile che appare e scompare sulle carte della fantasia ma sta ben saldo nel cuore di ognuno di noi". (José Saramago)


04 agosto 2016

L'amore è un'altra cosa.

La follia: tu puoi esistere se sei solo mia, se non è cosi ti cancello.
Le ennesime vittime di uomini arroganti, convinti di avere diritto di vita e di morte.


http://firenze.repubblica.it/cronaca/2016/08/03/news/pisa_non_ce_l_ha_fatta_la_donna_aggredita_e_data_alle_fiamme-145283771/?ref=HREC1-2

http://napoli.repubblica.it/cronaca/2016/08/03/news/caserta_femminicidio-145284451/

61 donne uccise dall'inizio dell'anno per mano di chi si sente padrone, di chi scambia l'amore per possesso.

Quante ne leggeremo ancora? Quando tutte le donne del mondo decideranno di amarsi, chiudendo la porta a chi le ritiene un oggetto da distruggere se non è più disposto a servirlo?



02 agosto 2016

2 Agosto 1980

2 agosto 1980. Stazione di Bologna, ore 10.25: una bomba a tempo, contenuta in una valigia abbandonata, esplode nella sala d’aspetto della seconda classe. Perdono la vita 85 persone. Oltre duecento i feriti.

Parlare di una strage avvenuta 36 anni fa potrebbe sembrare anacronistico, vista la situazione mondiale in cui ci dibattiamo e gli attentati che così frequentemente ci colpiscono, direttamente o indirettamente. Ma è difficile dimenticare perché ero lì, a poca distanza, in piazza 8 Agosto, dove si svolgeva il mercato. Non sono stata coinvolta, ma ho sentito il boato, ho visto il fumo e ho sentito l'odore. Poi la piazza è stata fatta sgombrare, siamo scappati dal caos, dalle sirene, dallo spettacolo del terrore. E a casa, al sicuro, a chiedersi cosa fosse successo e chi fossero i responsabili. 
Ecco, chi fossero i responsabili è una domanda che ancora, 36 anni dopo, non ha ottenuto completa risposta. I tasselli mancanti sono ancora tanti e le prove restano confuse, o meglio, tenute ben nascoste. Ci sono stati processi e condanne, ma i depistaggi e la disinformazione hanno fatto sì che i mandanti siano ancora sconosciuti e coloro che forse conoscevano questi segreti ormai non possono più svelarli. Francesco Cossiga e Licio Gelli, due protagonisti degli anni cupi della nostra storia che con le loro azioni e soprattutto i loro silenzi hanno contribuito a renderla ancora più oscura e falsa, si sono portati nella tomba, oltre ai morti sulla coscienza, anche pesantissime verità che coinvolgono servizi segreti, neofascismo e crimine organizzato.
E questo è solo uno dei tanti silenzi che da sempre logorano il nostro paese. Per questo forse è utile ricordare, per non fare uscire dalla coscienza popolare la voglia di verità e per non farsi abbindolare da quelle tecniche distorsive e manipolatorie che così bene la "strategia della tensione" (leggi: destabilizzare per instaurare un regime autoritario) ha imparato ad usare.

"...E quando ci domanderanno che cosa stiamo facendo, tu potrai rispondere loro: Noi ricordiamo. Ecco dove alla lunga avremo vinto noi. E verrà il giorno in cui saremo in grado di ricordare una tal quantità di cose che potremo costruire la più grande scavatrice meccanica della storia e scavare, in tal modo, la più grande fossa di tutti i tempi, nella quale sotterrare la guerra." 
(Ray Bradbury "Fahrenheit 451")

31 luglio 2016


Pomeriggio...


A volte, quando il torpore abbraccia la mente, mi lascio andare alla magia dei ricordi, quelli belli, ideali mai sopiti che si prolungano nel tempo, senza badare allo scorrere degli anni e all'anacronismo di certe situazioni. Ed è bello, anche se irreale, farsi cullare dal passato, quel passato che aveva tutto davanti da scoprire e godere e niente dietro che potesse trattenere dal liberarsi dagli impulsi. Erano momenti in cui si poteva credere a qualsiasi cosa, anche quella di capire e di cambiare il mondo...che curiosa ambizione! C'era un odore forte di libertà, c'era una voglia forte e una convinzione altrettanto imperiosa di potersi scrollare di dosso i legami, le regole, le costrizioni. C'erano sorrisi, canzoni e promesse che avremmo voluto mantenere. Ricordo una Cinquecento, coi deflettori e gli sportelli controvento, il caldo, i finestrini abbassati per sporgersi e godere del vento. C'era il mangiadischi con Baglioni e Guccini e tutte le canzoni fesse di quegli anni. Il prato, il cielo e quello sguardo limpido, carico di vita, non ancora miope, non ancora presbite né stanco, pieno di futuro......
....era bello come vedevano quegli occhi, non cosa vedevano....

29 luglio 2016

Parallelismi.

Ieri mattina a Prima Pagina su radio 3 , il conduttore della settimana, Giorgio Meletti del Fatto quotidiano, ha detto una cosa che mi ha lasciato molto perplessa: ha tracciato un parallelismo tra gli stragisti dell’Isis e le Brigate Rosse, dicendo che queste ultime uccidevano operai.
Io non ricordo esattamente tutto quello che hanno fatto a suo tempo le BR, credo che il gruppo genovese abbia in effetti ucciso un operaio-sindacalista, ma fare un parallelismo fra queste due organizzazioni mi sembra veramente una bestemmia. Innanzitutto va detto che questa organizzazione comunista non agiva sicuramente a cuor leggero, non facevano esplodere bombe nelle stazioni, non sparavano indiscriminatamente nei luoghi pubblici e non avevano sicuramente tra i propri obiettivi la gente e tantomeno gli operai. Nessun fanatismo assoluto e nessun culto della morte può essere messo a confronto con quanto sta mettendo in scena l'estremismo islamico. 
Se di parallelismi si vuol parlare, allora facciamolo richiamando alla memoria il terrorismo di Stato, da Piazza Fontana in poi, ma anche quello di più antica data, dal TeatroDiana a Portella della Ginestra, per esempio, dove i generici obiettivi e le modalità di esecuzione ricordano davvero lo stragismo. 
Ecco, non spetta a me e in due righe formulare giudizi storici e non so a quale libro paga rendano conto certi giornalisti. Io dico solo che ci vorrebbe un po' più di professionalità e obiettività. Il mio richiamo è esclusivamente rivolto al rispetto dei fatti e alla decenza.

28 luglio 2016

Agnelli o sciacalli?

La EXOR lascia l’Italia e si trasferisce in Olanda. Gli Agnelli salutano Torino.
Così stanno traslocando anche il grosso della torta di famiglia in uno dei tanti paradisi fiscali. Questa volta alla luce del sole dei poveri. Agnelli da sempre è socio di quel club di potenti dinastie capitaliste neoliberiste che, in un modo o nell'altro, i capitali all'estero se li sono sempre nascosti non solo per evadere il fisco, ma per garantirsi il loro bottino nella guerra contro i poveri. 
Non si è più saputo niente della vicenda dei "Panama Papers". L'abbiamo già dimenticata visto che i media nei loro palinsesti non ne parlano più? Nei Tg e nei talk show si parla di crimini di quartiere, non dei crimini contro l'umanità condotti dalle corporazioni capitaliste e loro leader. Guai a ficcare il naso nei conti economici delle banche, finanziarie e dei politici.
Sono decenni che vengono fuori vicende come quelle di Panama Papers: centinaia, migliaia di finanzieri, affaristi, monarchi, dittatori, politici di ogni razza, atleti e/o vip super-sponsorizzati, attori, cantanti e musicisti - e chi ne ha più ne metta - hanno sempre avuto la preoccupazione di creare quei buchi neri nell'economia transnazionale che noi, poi, con i nostri tributi, colmiamo, perché siamo brava gente.

Bisogna ricordare una cosa fondamentale: nei paradisi fiscali, (cosiddetti "offshore" per confondere le idee agli analfabeti funzionali), sono finiti anche somme importanti di aiuti destinati allo sviluppo dei paesi del terzo mondo... Poi ci si meraviglia dell'esodo di milioni di disgraziati saccheggiati ripetutamente!
E non bisogna credere che nei paradisi fiscali finiscano solo denaro e oro, vi sono custoditi navi, opere d'arte, gioielli, auto e barche di lusso.
Sono decenni che va avanti questa miserabile truffa e crimine e nessun governo, nazionale e internazionale, è riuscito a marginare il fenomeno in argomento: cos'è che non ha funzionato?
Ha funzionato tutto perfettamente! 

I governi, tutti, sono complici.

Non è facile invecchiare con garbo. (Cecilia Resio)

Non è facile invecchiare con garbo e parsimonia.
Bisogna accertarsi della nuova carne,
di nuova pelle,
di nuovi solchi,
di nuovi nei.
Bisogna lasciarla andare via, la giovinezza,
senza mortificarla in una nuova età che non le appartiene,
occorre far la pace col respiro più corto,
con la lentezza della rimessa in sesto dopo gli stravizi,
con le giunture,
con le arterie,
coi capelli bianchi all’improvviso,
che prendono il posto dei grilli per la testa.
Bisogna farsi nuovi ed amarsi in una nuova era,
reinventarsi, continuare ad essere curiosi,
ridere e spazzolarsi i denti
per farli brillare come minuscole 
cariche di polvere da sparo.
Bisogna coltivare l’ironia,
ricordarsi di sbagliare strada,
scegliere con cura gli altri umani,
allontanarsi da sé, ritornarci,
cantare, maledire i guru,
canzonare i paurosi, stare nudi con fierezza.
Invecchiare come si fosse vino, profumando
e facendo godere il palato, senza abituarlo agli sbadigli.
Bisogna camminare dritti, saper portare le catene,
parlare in altre lingue, detestarsi con fantasia.
Non è facile invecchiare, 
ma l’alternativa sarebbe stata di morire
ed io ho ancora tante cose da imparare.

La luce della cucina di mattina. (Pablo Anadòn)

Da "Il canto delle sirene".

C’è questo momento – “quando la notte è a svanire” usando un celebre verso di Ungaretti – in cui tutto appare come sospeso, rarefatto, quasi immobile: l’alba sta per arrivare, la luce tra poco apparirà ai vetri, il giorno potrà finalmente nascere ma senza fretta, c’è ancora tempo per fare le cose, per bighellonare qua e là per la casa prima del pieno risveglio. È questo il dolce tempo protagonista di questi versi del poeta argentino Pablo Anadón: è il momento in cui si può anche dialogare serenamente con se stessi, ragionare dei massimi sistemi e delle piccole cose quotidiane.

SCOTT PRIOR, “BOTTLES, PROVINCETOWN SUNRISE
La luce della cucina di mattina.

La luce della cucina di mattina
quando la casa è ancora al buio
e tutti dormono, e nei vetri
il giorno è una sensazione
simile alla speranza e alla nostalgia.
La luce della cucina quando il sole appare
arancione tra i rami neri
e i fiori azzurri della jacaranda
e l’uomo fa il caffè,
sfoglia un libro, si affaccia nel cortile
e pensa che forse pioverà,
che è quasi l’ora
di svegliare sua moglie,
che c’è il bucato steso sul filo,
che il silenzio e l’odore di umido
gli ricordano la sua infanzia,
che la vecchiaia si avvicina
e la poesia si allontana
e che ancora non sa vivere.

(da La mesa de café y otros poemas, 2003)
 

25 luglio 2016

Buon inizio settimana!

"Ho imparato che puoi parlare con estrema naturalezza solo a poche persone.
Che non tutti capirebbero ciò che vuoi dire loro;
non per mancanza di perspicacia ma per un semplice e reale disinteresse.
Ho imparato che molti faranno finta di ascoltarti limitandosi a cenni con la testa accompagnati da sguardi persi nel vuoto.
E allora, solo allora, capirai quanto è importante scegliere con parsimonia quelle rare persone a cui aprire il proprio cuore..."
(Limerence)

Buon inizio di settimana!
"A forza di cercare questa verità nei fatti mi sono accorto che i fatti me la nascondevano a volte. C'è una cosa più vera di tutti i fatti, che al giornalismo non interessava. E' così che ho cambiato la prospettiva. Non sono diventato matto. Cerco sempre la verità. La cerco da altre parti, non so se la trovo, ma soltanto il cercarla in maniera diversa da quello che ho fatto prima mi dà una grande soddisfazione". (Tiziano Terzani)


Il cielo sopra Berlino

23 luglio 2016

Paura.

E' quella cosa che s'insinua, che ci instilla diffidenza, che non ci fa essere sicuri: la paura. La paura di morire, di rimanere coinvolti in qualcosa che non possiamo prevedere, che ci può fare del male, a noi o ai nostri cari. E adesso ci pensiamo prima di intraprendere un viaggio, un'uscita, una semplice gita. Sù dai, ammettiamolo, non ci sentiamo più sicuri da nessuna parte perché non c'è posto sicuro, non c'è nido o fortezza che non possa essere distrutto insieme a noi. 
Siamo in guerra? Sembra di sì, o perlomeno sembra un bollettino di guerra quello che ogni giorno ci viene sciorinato dall'informazione. Una guerra "a pezzettini", nel senso che non si combatte in maniera continuativa, ma ogni pezzettino corrisponde ad un attentato, ad una tragedia, che, a cadenza periodica, sconvolge la nostra quotidianità, costringendoci così a vivere con la paura perenne di perdere la vita da un momento all’altro. E ad alimentare questa paura c'è anche la componente dell'improvvisazione: non c'è un posto definito come non c'è un nemico definito. Può essere ovunque e può essere chiunque. Può essere il signore che prende il caffè tutti i giorni al bar. Può essere il vicino di casa. Può essere l'ex compagno di scuola. Insomma, può essere chiunque. E può colpire ovunque. Si chiamano “foreign fighters”. E questo fa paura, molta paura. E' una conseguenza logica e naturale. 
Come naturale è la domanda che tutti ci poniamo: perché? Perché esistono i terroristi? Perché sono nate organizzazioni come Al Quaeda e l’ISIS (o Daesh)? E’ possibile che i Paesi europei, dotati di Servizi Segreti, di Intelligence ed ogni sorta di tecnologia, non riescano a fermare questi pazzi? Lo sdegno, l'ira e la paura sono leciti, ma bisogna pur capire a chi rivolgerli, i responsabili ci devono essere per forza. Già, i responsabili, chi sono? La risposta più logica è l’ISIS, ma non basta. O meglio: l’ISIS ha le sue colpe, ma non è certo l’unica ad averne. Gli attacchi terroristici non sono nient’altro che una conseguenza delle scelte di politica estera portate avanti dagli Stati Uniti e dagli altri Paesi europei, Francia ed Inghilterra in primis. Sono il frutto di politiche estere di stampo imperialista delle potenze occidentali che vogliono controllare le zone con grandi disponibilità di risorse e facile accesso ai mari. E' fondamentale dal punto di vista strategico: chi controlla queste zone controlla il mondo. Ed è per esercitare questo controllo su questi territori che le potenze occidentali hanno finanziato gruppi come ISIS e Al Quaeda per rovesciare governi legittimi, quegli stessi gruppi che ora terrorizzano l’Europa. 
Ecco, questa, molto sinteticamente, è la ragione dell'esistenza del terrorismo: non un fenomeno accidentale, non nato per caso, bensì con radici profonde immerse nel fango degli interessi economici. Se poi a fare le spese di questi intrighi sono delle persone che non c'entrano niente, poco importa, pecunia non olet. E se poi le persone hanno paura e chiedono maggior sicurezza, meglio ancora. La paura è la sostanza di cui si nutre chi ci vuole terrorizzare. Tutto torna a vantaggio di una sola cosa, non certamente nuova: il controllo. Stati di emergenza, limitazioni della libertà sono le cose di cui ha bisogno chi detiene e vuole mantenere il potere, ed è l'unica cosa che si fa per non intaccare l'iter espansionistico dell'insaziabile fame capitalista. Mentre basterebbe chiudere i rubinetti dei finanziamenti, basterebbe non fornire più le armi ai terroristi, sia direttamente che indirettamente e basterebbe evitare di destabilizzare l’area medio-orientale, operando un cambiamento radicale delle linee di politica estera. 
Basterebbe questo, ma gli interessi economici sono troppo forti per rinunciarvi. 
Perciò inviterei gli Stati Uniti e tutti i capi di stato e governo europei ad evitare messaggi costernati, proclami eroici, sfilate, fiaccolate e inutili stati di emergenza dopo gli attacchi terroristici. 
Francamente della vostra ipocrisia non ce ne facciamo nulla. Grazie. 

"Soltanto dei cretini potevano pensare di continuare a fare guerre in giro per il mondo, senza che questo avesse delle ricadute sull’Europa e sul nostro Paese. Purtroppo i cretini ci sono e sono spesso in posizioni molto alte della società". (Gino Strada)

20 luglio 2016

In un momento come questo, in cui ci troviamo a fronteggiare i terroristi, i macellai, gli aguzzini, in cui a scontrarsi sono soprattutto due modelli culturali, sociali, giuridici e politici, affossare l'approvazione del reato di tortura era la più gigantesca cazzata che potessimo fare.
E noi l'abbiamo fatta.

Alfano affossa la legge sulla tortura, attesa da anni e invocata dall’Europa oltre che dalla civiltà giuridica, con il tacito assenso di Renzi e del ministro Orlando.
 Il ministro dell'Interno Alfano ha dichiarato:
"La legge sulla ‪‎tortura‬ dovrà essere rivista alla Camera per evitare ogni possibile fraintendimento riguardo l'uso legittimo della forza da parte delle forze di polizia e il rischio di una dilatazione del reato di tortura per via interpretativa giurisprudenziale che possa produrre compressioni alla operatività dei nostri uomini".

Tradotto dal politichese:
"Cari nostri amati servi dello stato non preoccupatevi che la legge sul reato di tortura sarà una finzione tale che voi potrete continuare a divertirvi ad organizzare macellerie messicane impunemente".

A 15 anni dalla vergogna del G8 di Genova lo stato borghese si premura di difendere i propri assassini di professione.

17 luglio 2016

Diciamoci la verità.

Gira e rigira l'umanità, nei millenni che raccontano la storia umana, per affermare il suo potere non ha saputo far altro che seminare stragi, guerre, terrore. 
Si tratta di scontri tra blocchi ideologici, culturali, sociali, religiosi o approfittando di tutte questi appigli e giustificazioni, tutta la violenza di cui è ancora capace l'umanità verso sé stessa è solo ed esclusivamente la manifestazione più pura del potere?
E come si manifesta il potere nella sua prima rivelazione, al suo sorgere, quella che affascina e conquista gli appetiti della vanità umana, se non con la menzognera narrazione del capitalismo funzionale al progresso, del liberismo funzionale alle libertà individuali, dei mercati funzionali al libero scambio, della ricchezza che emancipa l'uomo dalla schiavitù, della lotta alla fame nel mondo, così giustificando ogni violenza e oppressione, come lo sfruttamento e l'avvelenamento delle terre, dei beni comuni, delle risorse naturali, dei diritti, delle stesse vite umane?

Per chi avesse voglia di approfondire: http://www.guerrenelmondo.it/


16 luglio 2016

Intanto, come se non bastasse, probabilmente è in corso un colpo di stato in Turchia
Ho il sospetto che siamo oramai ad un passo agli anni 30. In Italia il terreno è fertile e nel resto d'Europa i movimenti cugini stanno avanzando. 
La Storia sta subendo un'accelerazione e non riusciamo più a stare al passo. 
Un avvenimento dietro l'altro alla velocità della luce.

Aggiornamento:
il golpe in Turchia è fallito. E il risultato è questo: più di 2.800 arrestati, 265 morti, 1.440 feriti. Il caos dei fatti e delle notizie impedisce una piena valutazione. 
Una cosa certa da tempo è che Erdogan è uno squilibrato ed infelice è il popolo che si mette nelle mani di uno squilibrato.

Chi semina vento raccoglie tempesta.


La responsabilità della strage di Nizza, così come di tutte le altre orribili stragi che hanno insanguinato in questi anni tanti altri paesi del mondo (anche se noi ci ricordiamo solo di quelle che avvengono nella “nostra” Europa e dimentichiamo, colpevolmente, quelle che vengono commesse sistematicamente in Medio Oriente, in Asia e in Africa, peraltro con un numero infinitamente maggiore di vittime …) ricade completamente sui governi occidentali e su quelli dei loro alleati e competitor in affari, in primis Arabia Saudita, Qatar e Turchia. Le grandi potenze occidentali infatti, a partire dagli USA e a seguire Francia, Gran Bretagna e Israele, hanno per decenni scientemente lavorato alla distruzione degli stati laici e progressisti arabi e dei movimenti di liberazione nazionale perché individuavano in essi un pericolo, un ostacolo alle loro politiche imperialiste finalizzate al saccheggio e allo sfruttamento delle risorse umane e materiali e al controllo politico e militare dei vari quadranti geopolitici.  A tal fine hanno studiato e praticato una strategia di sistematica e violenta destabilizzazione di tutta l’area che va dall’Asia centrale (Afghanistan) all’Africa, passando per l’Ucraina, la ex Jugoslavia, il Medio Oriente (Iraq, Siria, Kurdistan), il Maghreb (Libia, Egitto Tunisia), fino all’Africa Sahariana (Ciad, Niger, Nigeria) e alla Somalia, utilizzando il fondamentalismo integralista salafita e wahabita, opportunamente alimentato, finanziato e armato, come piede di porco.
Le stragi ricorrenti e ormai cadenzate a cui, obtorto collo, ci dobbiamo abituare, sono il risultato di questa sciagurata e criminale politica imperialista. Chi semina vento raccoglie tempeste, dice il proverbio. Mai stato più vero. L’Isis, il Califfato e i vari gruppi jihadisti sono una sorta di longa manus delle potenze regionali mediorientali (Arabia Saudita e Qatar in particolare) che li utilizzano come strumenti di ricatto nei confronti delle potenze occidentali. La partita che si sta giocando è quella della ridefinizione della cartina geografica di tutto il Medio Oriente, della spartizione delle risorse, del controllo e della gestione dei gasdotti e delle vie di comunicazione e naturalmente dell’egemonia in tutta l’area. Quello che qualcuno vorrebbe presentarci come uno “scontro di civiltà” è in realtà una guerra inter-imperialista, come ce ne sono state moltissime nel corso della storia, a relativamente bassa intensità: da una parte gli eserciti occidentali con la loro tecnologia, i droni e i bombardieri di alta quota, dall’altra i kamikaze delle organizzazioni terroriste che si fanno esplodere in una discoteca o in uno stadio. Ciò detto, sarebbe sbagliato sottovalutare la componente ideologica-religiosa che sta dietro al fenomeno dell’integralismo jihadista che trae alimento proprio dalle contraddizioni create dal mondo occidentale, oltre che dalla lucida deformazione operata da alcune correnti deviate dell’Islam cosiddetto “radicale”.  Ma proprio per questa ragione appare oggi evidente come sia stata irresponsabile la scelta di distruggere il nazionalismo laico arabo che aveva nel partito Ba’th il suo baricentro, e gli stati nazionali come la Libia, l’Iraq e la Siria che costituivano un argine politico, militare e ideologico efficace nei confronti del fondamentalismo “islamico”.
Ora assisteremo e stiamo già assistendo al rituale delle solite scontate dichiarazioni dei vari capi di governo, supportati dai media, che verseranno e inviteranno a versare lacrime di coccodrillo e a quello dei leader delle forze di destra che riproporranno lo spartito, altrettanto logoro, dello “scontro di civiltà”.  Una prassi collaudata, un gioco delle parti che serve a sostenersi a vicenda e soprattutto a perpetrare e a coprire ideologicamente le loro politiche neocolonialiste e guerrafondaie.
Ma con noi non la spuntano più.

http://www.linterferenza.info/editoriali/continua-l-isis-horror-picture-show/

Ci vuole un momento di silenzio, di seria riflessione.
L'odio risveglia l'odio, autorizza la violenza, aiuta chi da anni si serve della paura per prendere il potere.
Ci vuole un momento di silenzio per piangere tutti i morti che l'odio, l'arroganza, la sete di vendetta hanno prodotto: vittime innocenti di interessi o follie a cui non appartengono.
Ci vuole un momento di silenzio per comprendere come uscire da queste logiche perverse.
La pace si costruisce ogni giorno, ora dopo ora.
La pace si costrusce combattendo prima di tutto l'aggressività che ci abita tutti.
E siamo aggressivi non solo quando uccidiamo materialmente qualcuno, ma quando lo releghiamo ai margini e gli togliamo ogni risorsa, quando lasciamo che a cielo aperto si costruiscano "lager" dove uomini, donne, vecchi e bambini vivono in condizioni disumane.

Quando costruiamo muri, quando diciamo noi/loro.

http://pensareinunaltraluce.blogspot.it/2016/07/ci-vuole-un-momento-di-silenzio-di.html 

Negli ultimi tempi, la Francia è diventata il bersaglio preferito dagli attentatori terroristici di matrice "islamista". Mi domando il perché, ma soprattutto "cui prodest": a chi giova una simile strategia terroristica e destabilizzante? Non credo proprio che convenga ai milioni di fedeli musulmani che vivono in Francia e sono sparsi nel mondo. Chi avrebbe l'interesse a scatenare tutto ciò, a destabilizzare un Paese civile come la Francia e, di conseguenza, a soggiogare e ad umiliare un popolo indomito e tenace qual è il popolo francese? Non a caso, in un momento storico in cui tale popolo ha rialzato la testa ed ha ripreso a battersi con coraggio, coesione e determinazione contro il nuovo dispotismo di origine tecnocratica e neoliberista che oramai tiranneggia in Europa. E non mi si venga a dire che l'Isis (lo Stato islamico o come si preferisce chiamarlo) è un'entità autonoma, in quanto non ci credo affatto. L'Isis si dichiara apertamente come un'articolazione politico-militare, di segno terroristico e criminale, ma in qualche misura è manovrata dall'alto, da poteri occulti ed esterni alla sua stessa struttura. Non mi riferisco solo a chiunque armi o finanzi le milizie dell'Isis, alle cosiddette petromonarchie del Golfo Persico, in primis l'Arabia Saudita ed i vari emirati salafiti, o la Turchia. Fermo restando che i "manovratori", nemmeno tanto occulti ormai, strumentalizzano un terreno assai "fecondo" fornito da schiere di fanatici che ormai proliferano anche in Europa. Mi pare abbastanza palese che il terrorismo sia funzionale agli scopi perseguiti da chi punta a seminare il panico, a suscitare un clima diffuso di inquietudine e di insicurezza tra la gente. In sostanza, chi agita lo spauracchio terrificante del terrorismo, sta già additando il nuovo capro espiatorio contro cui scagliarsi, vale a dire gli immigrati, per alimentare l'odio ed innescare una spirale di conflitti intestini tra disperati...

http://bellaciao.org/it/spip.php?article35413 

15 luglio 2016

Io continuo a pensare che se avessimo raccontato la storia senza mentire, se non avessimo tirato su le ultime due generazioni in un alveo di ignoranza peggiore dell'analfabetismo che l'ha preceduto, se avessimo investito sulle coscienze e sulle persone invece che sugli oggetti e sul danaro, se avessimo considerato la memoria meno noiosa, gli anni '60 e '70 meno obsoleti (il ventennio della parola e del pensiero, dei diritti conquistati con l'intelligenza e non con la pubblicità...), se avessimo mantenuto il controllo del linguaggio, se non avessimo trasformato il mondo in un pacchiano gioco di società per pochi eletti che guardano in distratto silenzio altri sei miliardi di persone azzannarsi tutti i giorni per un tozzo di pane, e per di più usandole come schiavi per rafforzare le nostre inutilità individuali svuotate di ogni forma di vita credibile, oggi non saremmo qui a contare morti ad ogni piè sospinto. 
Quello che mi sconcerta di più è la totale stupidità con la quale stiamo affrontando questo secolo. Non strofiniamoci gli occhi, indignamoci. Indignarsi ha un senso politico, non sentimentale. E per quanto mi riguarda, la politica dell'indignazione, oggi, è l'unica ad avere un qualche senso. 



14 luglio 2016

La strage in treno: chi parla di errore umano è un mascalzone.

Ineccepibile precisazione di Cremaschi, che con puntuale precisione e informazione denuncia un sistema criminale di organizzare il lavoro, in Italia molto diffuso, i cui risultati non possono che essere, prima o poi, i disastri e il massacro di chi non conta, che tanti lutti continua a procurare a chi è escluso dai sistemi di potere e li subisce.
"Voglio fare un ragionamento semplice, mandando subito all'inferno chi ora spenderà paroloni per non farci capire niente e continuare come sempre.
Di fronte alla strage ferroviaria di Ruvo di Puglia, di fronte a quei ragazzi, lavoratori, donne e uomini assassinati solo perché su un treno per poveri, io urlo che la sola colpa è di tutti coloro che hanno tagliato gli investimenti sulla sicurezza e lo stesso personale. Invece sento già parlare di errore umano, come se questo esistesse davvero nel 2016 nei treni. In Svizzera la maggior parte delle linee ferroviarie sono a binario unico, quanti incidenti ci sono? Il sistema dei controlli informatici, la manutenzione continua, i meccanismi di sicurezza e di arresto immediato della circolazione, non appena qualche cosa non vada, il rinnovamento del materiale rotabile e delle infrastrutture, i turni umani per il personale, tutto costruisce un sistema di salvaguardia che impedisce disastri, come quelli che invece sempre più spesso accadono nelle ferrovie italiane. Ma da noi si parla di errore umano, vergogna!
A Crevalcore anni fa c'è stata una strage, si è data la colpa ai macchinisti, opportunamente morti nel'incidente. A Viareggio invece i macchinisti sono sopravvissuti, e hanno contribuito a mettere in luce le criminali gestioni della sicurezza che hanno provocato 31 morti bruciati vivi. Ma il processo per i responsabili delle Ferrovie si avvia verso la prescrizione.
Quanti soldi si stanno buttando via per il traforo della ValleSusa, che non serve a niente e neppure sarà completato? Se con quei soldi si fossero duplicate le linee ferroviarie ad alta pendolarità, si fosse investito in sicurezza, in semafori di blocco, in personale, quanti morti in meno ci sarebbero oggi? Ma i Notav e tutti coloro che hanno sollevato la questione degli sprechi per le ferrovie ad alta velocità e dei tagli per quelle per i pendolari, sono stati tacciati di essere nemici della modernità. E i ferrovieri che per anni con i sindacati di base si sono battuti perché a guidare i treni fossero due macchinisti e non solo uno, sono stati accusati di corporativismo e fannullaggine. E ora grazie alla legge Fornero un solo macchiniista dovrà condurre fino a 67 anni.
Tutte queste ragioni ed altre ancora alla fine risalgono ad un'unica semplice causa: i tagli al trasporto pubblico ferroviario a favore del profitto sulle tratte più redditizie e delle privatizzazioni. Così il nostro paese, che nel trasporto ferroviario negli anni 70 e 80 del secolo scorso era diventato il più sicuro, ora sta diventando uno dei più pericolosi d'Europa . E la UE vorrebbe che ancora più tagliassimo sul trasporto pubblico.
Questi sono i ragionamenti semplici e brutali che dovrebbero essere fatti di fronte ai nuovi poveri morti. Invece si parla di errore umano, di accertamento delle responsabilità e soprattutto di evitare troppo facili semplificazioni, perché la realtà è complessa. MA ALMENO TACETE MASCALZONI!"

11 luglio 2016

La cultura rende liberi, e la libertà rende felici.

"Puoi leggere, leggere, leggere, che è la cosa più bella che si possa fare in gioventù, e piano piano ti sentirai arricchire dentro, sentirai formarsi dentro di te quell’esperienza speciale che è la cultura".
(Pier Paolo Pasolini)


A Londra, nell'estate del 2014, sono state installate cinquanta Panchine Letterarie ad opera del National Literary Trust, un’associazione culturale no profit, in collaborazione con Wild in Art, che vuole, con i suoi progetti, migliorare le zone meno fortunate.
Il progetto che prende il nome di Books about Town, prevede delle book benches, delle panchine colorate a forma di libro, fra quelli più importanti della letteratura inglese.
Queste meravigliose panchine, a settembre dello stesso anno in cui sono state esposte, nel 2014, sono state messe all’asta e il ricavato è volto al finanziamento della diffusione della lettura nel Regno Unito alla creazione di ulteriori creazioni di panchine letterarie.
Un modo per invogliare soprattutto i giovani, alla lettura, a prendere in mano un libro – tra le gioie più grandi e più vere – perché la bellezza autentica risiede proprio in ciò che crediamo più semplice.  

Ogni panchina riporta su marmo un’opera letteraria dei maggiori autori, formando così un vero e proprio percorso culturale per sottolineare l’importanza letteraria nell’umanità. Un’iniziativa originale, un’iniziativa speciale, che con gratuità porta l’uomo ad incuriosirsi, nonché ad abbellire la città.
Da Jane Austen con Orgoglio e pregiudizio a Virginia Woolf con Mrs Dalloway, da Jules Verne con Il giro del mondo in ottanta giorni per continuare con George Orwell e 1984, arrivando a Earnest di Oscar Wilde, e molto altro. Si ha la possibilità di sederci sul capolavoro di Travers con Mary Poppins o di viaggiare con la mente a quando eravamo piccoli e il mondo era un posto facile da vivere con Peter Pan di Barrie.
"La società di massa non vuole cultura, ma svago". (Hannah Arendt)
La cultura ci fa paura, perché la conoscenza ci offre intelligenza e l’intelligenza genera sofferenza: un cuore che sa è un cuore che soffre.
La cultura fa paura a chi, sopra di noi, sa che la cultura ci farebbe riprendere il senso di essere una comunità: ci preferiscono soli, ma tutti uguali, così che, omologati, siamo più gestibili.
Il problema della nostra generazione è, infatti, quello di essere avviluppata nel narcisismo, nella totale assenza di percezione dell’Altro. L’Altro non esiste, e quando esiste, è sempre in funzione di qualcosa: non facciamo niente per niente, e in questo caos, anche l’amore sembra avere il proprio scopo egoistico.
Il problema della nostra generazione è di abusare invece che accudire.
La cultura è quella meravigliosa miscela che accende nell’essere umano la speranza di un mondo migliore. Ciò che si può trovare dentro un libro non sono solo parole, ma lo scorrere della vita. Ogni riga è una carezza di speranza. Leggere apre a nuovi mondi, a prospettive mai valutate, perché leggere distende i sensi e purifica la mente.
L’idea che un luogo possa accogliere giovani che cercano un posto nel mondo, e che li possa accogliere tra i colori di un libro riportato su un marmo, fa ben sperare nel fatto che, davvero l’uomo stia comprendendo che la cultura è la (non) arma migliore per sconfiggere l’ignoranza.

Liberamente tratto da #Mifacciodicultura

09 luglio 2016

L'abbraccio.

"Non chiedere mai a una donna come fa ad essere così forte... Forte non ci si nasce, lo si diventa.. 
Non chiederle mai perchè indossa ancora le corazze con un uomo: forse ha combattuto troppo! 
Non scavare dentro ai suoi ricordi... 
Tienila stretta tra le braccia, e ascolta i suoi silenzi..."

Gustav Klimt, L'abbraccio, 1905 - 1909