26 settembre 2016

APE, VESPA e il Fondo del Barile.

Il governo Renzi è alla disperata ricerca di denaro da trasformare in bonus elettorali per comprarsi la vittoria al referendum che appare sempre più improbabile.
I soldi però sono finiti, il fondo del barile è stato raggiunto, raschiato e scartavetrato. Quali altri magheggi contabili saprà inventarsi il piccolo Renzy Potter per aggirare i limiti imposti dalla crudele Voldemerkel, che ormai ai vertici lo evita dicendo “non c’ho spicci”, e comprare il consenso degli elettori alla sua ripugnante Deforma Costituzionale?
Ci vorrebbe qualcosa di particolarmente truffaldino, ma è difficile pensare a qualcosa di particolarmente truffaldino che il governo Renzi non abbia già fatto.
Non resterà che ricorrere ancora una volta alla risorsa più sfruttata in questi casi: le pensioni.
Dopo l’APE, anticipo pensionistico, sarà introdotta la VESPA, verifica sistematica pensioni acquisite.
Con l’APE, come si sa, per andare in pensione in anticipo rispetto ai limiti minimi, calibrati sull’aspettativa di vita d’una tartaruga centenaria delle Galapagos, si è obbligati a chiedere un prestito bancario e, nonostante i contributi già versati, sostanzialmente pagarsi la pensione da soli.
Con la VESPA in retromarcia, cioè a effetto retroattivo, anche tutti coloro che hanno già una pensione per continuare a riscuoterla dovranno chiedere un prestito mensile pari alla cifra che ricevono. E restituirlo il mese successivo.
Sarà poi istituito uno speciale fondo INPS, detto appunto Fondo del Barile, nel quale confluiranno tutti i contributi versati dai lavoratori.
Questo fondo sarà utilizzato dal governo per distribuire bonus elettorali di varia natura – bonus bebè gestito dalla Lorenzin, bonus dudù gestito da Alfano, bonus gne gne gestito dalla Boschi – che saranno erogati in prossimità di referendum e competizioni elettorali, e ritirati con obbligo di restituzione totale in caso di sconfitta del premier.
Poi a imprenditori e governo non resterà che incrementare gli sforzi già in atto per impedire che i lavoratori arrivino vivi alla pensione.

Alessandra Daniele.

18 settembre 2016

Pomeriggio..


Questo pomeriggio, così strano e mutevole, con il tempo che cambia di nube in nube, di aria in aria, di pioggia in pioggia a seconda del paese.
Questo pomeriggio di una domenica quasi autunnale, dove pare che non succeda nulla.
Non c'è nessun tremore, né passi, né voci, come se l'intero pianeta avesse deciso di girare in contrasto con la fretta.
Sembra una bonaccia che scivola dentro di me attraverso tutte le fessure della casa.
E penso a ciò che succede quando non succede nulla, come ora, mentre lentamente si esauriscono gli echi della conversazione di poco fa e mi fermo a sentire la lama affilata dell'assenza, che sta tatuando senza dolore una foto dove non si vede niente.
Guardo un attimo dalla finestra con la tazza del caffè fra le mani, e non succede nulla.
Finisco il caffè e penso che vorrei o dovrei leggere il libro che mi hanno suggerito, "La nostalgia dell'assoluto" di George Steiner, guardacaso, in modo che tutto rimanga com'è.
Apro il libro e i miei occhi non trovano un posto dove fermarsi, e poi, di nuovo, non succede nulla.
Passano le ore che vanno verso la notte e continua a non succedere nulla.
Poi mi siedo a scrivere, più per abitudine che per necessità, e anche se scrivo e mi leggo in ciò che scrivo, il testo non dice niente, perché non sta succedendo niente.
Immagino che ci siano pomeriggi e giornate così in ogni storia personale.
E credo che anche il fatto che non succeda niente sia un mezzo portentoso per non far succedere il contrario.
Un modo per salvarci.
Perché, a volte, come oggi, è meglio che non succeda niente...

La maledizione dello spirito libero.


Di Mario Barbagallo.
A volte mi capita di destarmi dal sogno della realtà, apro gli occhi e mi ritrovo al di là delle nuvole, oltre l’arcobaleno, come quei cavalieri solitari che alla fine del film si incamminano verso il tramonto, lontano da ogni dogmatico qualunquismo e da quel mondo fatto di regole che non accetta nessuna eccezione. Perché  non esiste niente di più devastante per uno spirito libero del dover cercare un equilibrio nel fango dei condizionamenti, il suo posto è lassù dove nessuna catena potrà mai raggiungerlo, dove è sufficiente la sola forza della mente per dilaniare il tempo e lo spazio. Lo spirito libero è fatto di una materia diversa da quella delle sbarre di qualsiasi gabbia, distanza o tempo per lui sono solo gradini su cui danza verso un elevazione superiore, verso la felicità della libertà.Ma la libertà così come la felicità è una dea malvagia che reclama costantemente sacrifici al proprio altare, esige coraggio, a volte solitudine, comunque abnegazione, libertà e felicità ci insegnano che il loro contrario non è rassegnazione ma paura, quella stessa paura del diverso che fa impantanare nella pubblica morale tutti gli uomini poveri di spirito. Esseri zavorrati dal conformismo capaci solo di piccoli balzi, schiavi nell'anima, senza nessuna apparente catena al piede e senza nessuna ipotesi di libertà, incrociano la vita ogni giorno ma non la riconoscono e proseguono sulla strada del convenzionalismo, anime ancora inscatolate di cui si è perso il libretto d’istruzioni. È più deleterio che rischioso mettere un’impermeabile al cuore, da quelle parti le zip si incastrano facilmente e alla lunga potresti non riuscire più a toglierlo. Bisogna invece capire che dentro il petto di ogni uomo batte il cuore di Jonathan Livingston, il cuore di quello spirito libero rinchiuso in noi che prima o poi si sveglia e reclamando grandi spazi ti fa capire che dopo un esistenza spesa a cercare di cambiare la vita alla fine è stata lei a cambiare te, o per meglio dire, se ne è rimasta lì buona buona aspettando pazientemente che tu cambiassi per lei. Dobbiamo solo trovare il coraggio di incamminarci nella direzione dei nostri sogni senza aspettare che siano loro a venire da noi, ricordandoci sempre che mai nessun amore e nessun dolore potranno cambiarci, loro riescono solo a tirar fuori una parte di noi che non conoscevamo, quel che succede non è un cambiamento ma un evoluzione. Trovare il coraggio del Siddharta principe e dare ascolto a quella vocina impercettibile che si leva dai meandri più profondi dell’anima e ci impone di partire alla ricerca di noi stessi come una foglia secca alla mercé del primo alito di vento e non come corpi celesti subordinati a precise leggi fisiche. Solo lasciandosi andare si potrà cadere verso l’alto ritrovando quell'ancestrale e congenito piacere del volo libero. Quel sogno di Icaro va realizzato ma partendo sempre dal presupposto che ovunque si decida d’andare bisogna prima di tutto ricordarsi di mettere il proprio corpo nella valigia. Non è poi così difficile ritrovare noi stessi, è più difficile ritrovare l’accendino dentro la borsa di una donna che il nostro io interiore sulle mille strade della vita. Come seguaci di una dottrina olistica dobbiamo principalmente imparare ad armonizzarci con i nostri centri sensoriali e in seguito con quello che ci circonda, autoistruirci all'apprendere, in tutto quello che incontriamo durante il nostro tragitto rivediamo noi stessi, il nostro riflesso, il riflesso della somma delle nostre esperienze, le cose non si vedono per ciò che sono ma per ciò che siamo, bisogna capire cosa raccogliere durante il viaggio della vita, non è vero che tutto fa esperienza, ci son cose che alla fine si rivelano solo inutili fardelli e come tali tolgono spazio a quello che utile potrebbe essere. Non bisogna mai smettere di cercare, ma durante la ricerca dobbiamo anche e soprattutto poter capire quando è ora di fermarci per godere di ciò che abbiamo trovato perché la vita non è una semplice somma di anni ma di puri attimi e noi siamo qui e adesso. Se vuoi conoscere il tuo passato, sapere che cosa ti ha causato, allora osservati nel presente, che è l’effetto del passato. Se vuoi conoscere il tuo futuro, sapere che cosa ti porterà, allora osservati nel presente, che è la causa del futuro.

13 settembre 2016

Il Golia della mentalità.

Non ne parlo volentieri, un po' per reticenza ad esibire cose personali e un po' perché è un ricordo doloroso che preferisco tenere schiacciato nel profondo per controllare la rabbia che mi provoca. Ma quando sento quel "se l'è cercata" non riesco a controllarmi, riemerge tutto e tutto diventa di nuovo pesante nonostante siano passati ormai 13 anni. La storia l'ho raccontata qui tempo fa, in poche righe, per non indulgere nell'autocommiserazione e perché non dice niente di nuovo. E', purtroppo, una storia come tante, come quelle che quotidianamente vengono rese note dall'informazione e  come quelle che rimangono invece silenziose nelle pieghe e nelle piaghe della "normalità" in cui vivono tante donne. In quel post non ho parlato del dopo, di quello che si è detto di me, donna che ha sfasciato una famiglia e che vive facendosi i famosi cazzi suoi, in questo paese piccolo dove la gente mormora, in cui ancora si sbirciano i vicini da dietro le tendine e si ricamano supposizioni sui comportamenti cosiddetti "anomali" che non rispecchiano i cliché. Anche per me c'è stato quel "se l'è cercata", perché erano sicuri che avessi altri uomini (altrimenti perché lui sarebbe stato geloso?), perché anche prima di quella convivenza conclusasi in malo modo non mi lesinavo le uscite serali e i rientri a tarda notte, perché nonostante la mia età mi vestivo un po' troppo da "giovane", non andavo a messa la domenica e dalla parrucchiera al sabato e non invitavo le vicine a prendere il caffè per un sano spettegolezzo. Quel "se l'è cercata", detto da una giovane donna che quella notte è rimasta spettatrice delle mie grida dietro le tendine della sua "normalità", mi è rimasto dentro, ha scavato una voragine. I lividi dopo un po' sono scomparsi, quella ferita non riesco a farla rimarginare nonostante la mia forza, l'autostima cementificata dagli anni, la mia completa e sofferta indipendenza e l'assoluto disinteresse del giudizio delle persone. Forse perché detto da una donna, una di quelle da cui mi sarei aspettata tutt'altro. O forse perché, a dispetto di questa grande e moderna evoluzione di cui ci piace tanto essere fautori e fruitori, ci sono cose che non riusciamo a strapparci di dosso, come quel "se l'è cercata" che ritorna pedissequamente a imbestialirmi i ricordi e che ogni volta, troppo spesso, ci fa tornare indietro, alla realtà effettiva, quella che si vive giornalmente, capace di annullare anni faticosi di lotte contro il Golia della mentalità becera che rimane sempre lì, impassibile e insopprimibile, a ricordarci che, se non cambiamo dentro, difficilmente qualcosa potrà cambiare fuori.


10 settembre 2016

Media, notizie e social: abbiamo un problema.

Sta suscitando scalpore la "censura" che Facebook ha messo in atto sulla foto della bimba vietnamita che corre piangendo, bruciata dalle bombe al Napalm lanciate dal corpo americano d'intervento in Indocina durante il conflitto. E non si capisce perché, visto che sono anni che la foto è sempre stata visibile ed è diventata uno dei simboli dell'atrocità di tutte le guerre girando spesso su tutti i vari social. Pare però che ci sia una spiegazione: con le politiche di privacy in continua attenzione all'evolversi degli eventi, non si possono più postare foto di bambini nudi. La cosa mi sembra giusta (ci mancherebbe!!), ma la domanda sorge spontanea: che c'entra quella foto con la lotta alla pedo-pornografia? 
Non è la prima volta che si notano delle incongruenze nelle regole di Zuckerberg o di chi per lui, nello scambiare fischi per fiaschi, nell'ignorare o meno contenuti. Quindi chiedo: quelli che decidono cosa far vedere e cosa no hanno una vaga idea di quello che fanno? 
Ebbene, la risposta è no. Non perché siano dei perfetti imbecilli, ma perché dietro a quella censura non ci sono persone ma...ALGORITMI, un'intelligenza artificiale! 
Dice che Facebook non è un sito d'informazione pertanto i giornalisti, che potrebbero partire da preconcetti umani, non sono necessari, mentre gli algoritmi, al contrario, si basano soltanto su parametri valutati dagli algoritmi stessi. E quali sono questi parametri? Le preferenze degli utenti, la loro posizione geografica e le loro interazioni con altri utenti e pagine. Quindi se il popolo di Facebook decide di dare importanza a una notizia più che ad un'altra, è chiaro che si sa più dell'una che dell'altra, ed è così che aumenta la "viralità" di una certa informazione a scapito di un'altra, magari più interessante o importante. Ecco così spiegata anche la storia delle "bufale" che, a volte, girano di più che quelle vere. Ed ecco spiegato anche il motivo della censura sulla foto della bambina vietnamita in base a regole dettate sì da una decisione "umana" ma applicate da un'intelligenza artificiale che non distingue la pedo-pornografia da un simbolo della violenza delle guerre. 
Non ci si può aspettare un risultato diverso se non si prevede l'intervento umano anche in coda a quello delle logiche algoritmiche. 
E non serve che Zuckerberg si ostini a definire il suo gioiello una piattaforma tecnologica e non una compagnia che produce informazione perché il ruolo che ha assunto (forse anche non volendo ma gli piace avere tanti utenti) con pochi altri nel settore dell'informazione chiama a responsabilità enormi, una delle quali è controllare cosa fanno gli algoritmi. 
Già si fa fatica ad accedere ad un'informazione veritiera e non controllata, se poi ci si mette anche un'intelligenza artificiale codificata in un ufficio della California a manipolare e mescolare, non ne usciamo più. 
Forse arriverà un momento in cui gli algoritmi daranno una mano a chi scrive le news e ad evitare contenuti pericolosi, ma devono ancora fare tanta esperienza per diventare affidabili.

04 settembre 2016

La verità fa male.

Non apprezzo la vignetta di Charlie Hebdo di cui tanto si parla e non sto neanche a pubblicarla, ma ritengo che tutta l'indignazione scaturita sia eccessiva. Siamo stati punti nel vivo? Evidentemente sì. Solo mi chiedo il perché di tutto questo sollevar di polveri e richieste di scuse visto che tutti sappiamo quali sono i criteri di costruzione in un paese ad elevato rischio sismico come il nostro, criteri che violano le norme vigenti, infarciti di corruzione e che affidano gli appalti ai peggiori clan di stampo mafioso e camorristico. Questa è la verità e tutti ne siamo a conoscenza, Charlie Hebdo l'ha semplicemente riproposta, forse in una maniera un po' becera e troppo dissacrante, ma tale rimane e ci fa male. 
Ma non lasciamo che la nostra indignazione si perda inutilmente in un giornale satirico che fa il proprio mestiere, rivolgiamo tutta questa veemenza verso chi davvero specula sulla povera gente, rivolgiamola verso chi costruisce in maniera dissennata per trarne il maggior profitto possibile, alle malversazioni, alle truffe, al peculato, al ladrocinio, al malaffare, alla malapolitica. A quell'insieme di piaghe socio-economiche che incancreniscono la condizione del nostro paese e che fanno sì che sia percepito con i consueti luoghi comuni (mafia e spaghetti) e gli Italiani rappresentati di conseguenza. 
Perché, prescindendo dall'auto-celebrazione quotidiana dei media di regime e delle istituzioni che incensano il made in Italy (che pure esiste) in modo autoreferenziale creando l'illusione che tutto il mondo ci stimi come capostipiti della civiltà, l'amara e profonda realtà è quella che trasuda dall'infame satira della vignetta.


01 settembre 2016

Cara ministra Lorenzin...

Non sono più in età da concepimento, ma mi sento di dire la mia su questa cialtronata in quanto donna, madre e lavoratrice.
Cara ministra Lorenzin, questa iniziativa, da lei così orgogliosamente sostenuta, è fuori luogo ed è l'ennesima conferma di quanto lei e i suoi colleghi di palazzo non abbiate la benché minima percezione delle realtà che supponete di gestire. Le spiego perché. Se ancora non l'ha capito, le persone hanno dei problemi che non sono altro che disagi consequenziali alla fottuta situazione in cui ci troviamo di cui la classe politica ha la sua buona parte di responsabilità. Disagi che possono essere di varia natura ma molti dei quali si collegano alla precarietà di un presente che non offre opportunità concrete, quindi al lavoro, e quindi all'impossibilità di progettare un futuro, di metter su casa e famiglia. Immagino che non le saranno sfuggiti, da persona (dis)informata quale è, i recenti dati Istat sulla disoccupazione intenta a battere sempre nuovi record. Cos'è questo invito a dare figli alla patria di mussoliniana memoria in un paese dove le strutture per l'infanzia o non ci sono o costano uno stipendio, dove le donne non sono tutelate e per lavorare sono costrette a firmare dimissioni in bianco se in grado di concepire? Non è che rinunciare a fare figli sia una moda da scoraggiare, non è una questione di orologio biologico, non si fanno figli perché non si può, punto e basta. Magari con più lavoro, meritocrazia, contratti e stipendi decenti, un pensierino potrebbero pure farcelo, non crede? Ma lei e gli altri della sua congrega di questo non parlate. 
E dunque, cara ministra, indire il #fertilityday è, a voler essere gentili, insensato. E' un'offesa alla dignità delle persone, un'ingerenza nella vita intima, un'avvilente politicizzazione del ruolo delle donne, inchiodate ad una mera mansione biologica.
Questo penso e mi scusi se ne approfitto per mandarla affanculo estendendo l'invito, rinnovato e allargato, a tutti quelli che fanno parte della sua insulsa fuffa.


Tanto per approfondire: Lo stupore e lo sconcerto di un gruppo di psicologi.

27 agosto 2016

Un bel paese.

Non si ferma la conta dei morti. Non si ferma la terra e non si fermano i crolli. Così come non si ferma il bieco opportunismo dei media e della politica che ha modo di esprimersi in tutta la sua ignobile fame di audience, visibilità e raccolta di consensi. Anche i social, luogo di condivisione a oltranza, fanno la loro parte nel rivelare il loro lato più becero con la storia degli immigrati, delle punizioni divine, le battute sarcastiche e le polemiche inutili.
Non c'è rispetto in tutto questo: nelle infinite e ripetitive sequele di pareri di pseudo-esperti o nel morboso insistere dell'informazione pronta a passare sui cadaveri, letteralmente. Lo sappiamo cosa succede in questi casi, lo sappiamo perché abbiamo vissuto il Belice, il Friuli, l'Irpinia, L'Aquila, l'Emilia. Ogni anno, tra un terremoto e un alluvione, facciamo da spettatori o vittime dell'orrore. Sappiamo anche come vanno le cose dopo, quando l'informazione decide di non stare più "sul pezzo", quando la politica torna alle corruttele e agli intrighi di palazzo mentre le vittime rimangono vittime a vita, aggiunte alle altre, anch'esse a vita, tra baracche e promesse mai mantenute.
Non c'è rispetto nel dire che per sanare l'Italia servono troppi soldi quando basterebbe rinunciare a qualche privilegio da parte di chi loda i soccorritori circondato da guardie del corpo o costringere la parte più ricca del nostro paese a disfarsi di una parte del suo odioso benessere costruito anche sullo scempio del territorio. Non c'è rispetto quando si comprano gli F16 considerandoli più importanti della sicurezza della nostra gente o si lodano "le grandi opere", quelle imprese faraoniche inutili o direttamente dannose che hanno sottratto e sottraggono risorse ed energia alle altre piccole opere che potrebbero prevenire le catastrofi o perlomeno ridurne gli effetti. 
Un bel paese sì, ma afflitto dall'ignavia, dal cinismo, da affaristi e ladroni che di questa bellezza e della bontà della gente continuano ad approfittare.
Non c'è molto da dire, la lezione ancora non è servita. Servirà questa ennesima tragedia o la rumorosa e costosa logica dell'emergenza continuerà a dominare? Difficile dirlo, per ora di sicuro c'è solo la pacata e silenziosa ordinarietà che, ancora una volta, è rimasta sepolta sotto le macerie.

25 agosto 2016

Voglio solo dire grazie.

Non sprecherò parole, ne leggo, ne sento, ne sono inondata e schiacciata. Io voglio solo dire grazie a tutti coloro che non hanno esitato un attimo per cercare di salvare delle vite, ricacciando indietro la disperazione. Quelli che non hanno aspettato nessuno e si sono mischiati alle pietre e alla polvere senza inutile e ripetitiva propaganda governativa. A tutta quella gente meravigliosa dedico tutta la mia stima auspicando che, almeno per una volta, lo sciacallaggio e la speculazione restino lontani.
Un abbraccio forte a chi soffre, ai parenti delle vittime, a chi dà una mano forte e concreta, a chi mette a disposizione tempo ed energia. 

Ecco un esempio edificante di solidarietà che proviene da chi ha sofferto nei luoghi di origine. Per tutti coloro che, a cuore freddo, vorrebbero scacciare il clandestino dall'albergo e deportarlo a spalare.


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24 agosto 2016

Non è un buon giorno.

Ancora una volta il terremoto ha devastato una larga zone di quest'Italia martoriata. E' successo stanotte, nel centro Italia, tra Lazio, Umbria e Marche. Il bilancio è ancora provvisorio, ma ci sono crolli, morti e feriti e interi paesi distrutti. Ancora una ferita nel cuore del nostro paese. Serve solidarietà. Oggi, ma soprattutto domani facendo esperienza di tante ricostruzioni mancate, occasioni per giunta di mille corruttele e frodi. Anche stamattina, come per L'Aquila, qualcuno si starà fregando le mani pensando ai possibili affari. Ma non basta la solidarietà. Il sisma di stanotte colpisce un'area a altissima pericolosità sismica. Una delle tante che fa del nostro paese, un po' come per il Giappone, un luogo di terremoti annunciati. Lì, in Giappone, il governo del territorio è fatto di messa in sicurezza di uomini e cose. Da noi, ad ogni tragica occasione, si contano i morti e le distruzioni, si straparla e si fa business, ma un vero piano di messa in sicurezza del territorio non è mai partito. Eppure sarebbe occasione di sviluppo ed occupazione qualificata, un dovere civico cui chiamare la nostra gioventù ed in cui impegnare i tanti che da tutto il mondo cercano rifugio e speranza dalle nostre parti. Una valorizzazione e protezione di quello che per tutti è il paese più ricco di storia e più bello del mondo.


20 agosto 2016

Dov'è il limite?

L'abbiamo visto tutti, il piccolo Omran, coperto di polvere e sangue, toccarsi la faccia e pulirsi le mani sulla sedia dell'ambulanza. La sua foto, come quella di Aylan, il piccolo naufrago di Kos, si è moltiplicata all'infinito, fuori da quell'inferno di tribolati. E' un simbolo oppure un’arma, uno strumento di propaganda, un particolare inutile, un bersaglio perfetto, una provocazione, un dettaglio, un peso? Che volete che siano i bambini quando, come avviene in Siria, i morti si contano a centinaia di migliaia? Eppure ogni bambino è unico, ognuno di loro che scompare nel mare o nei quartieri accartocciati di Aleppo, ognuno di loro vede, in un tempo troppo breve, un mondo che non era mai stato visto. Forse pensavano fosse un gioco la prima volta che sono stati strappati dai loro lettini, poi hanno capito che si trattava di questo, di morire. Mi chiedo come questa consapevolezza si faccia strada in loro, quali terribili lacerazioni facciano a pezzi il loro non sapere dell'infanzia, strappandogli l'ingenuità come una benda dagli occhi.
Sono un simbolo sì, ma delle nostre viltà e delle nostre rassegnazioni. In realtà il bambino di Aleppo è completamente solo, costretto a fare i conti con una disperazione che gli toglie il futuro, derubato dell'ebrezza dell'infanzia, di quella prima saggezza innocente assassinata dalla crudele sapienza dei grandi. Quel bambino, quei bambini, sono il termometro della nostra ipocrisia. 
E allora mi chiedo dov'è il limite. Non c'è. Da troppo tempo è stato superato.
E allora come fare oggi per richiamare le coscienze alla decenza della pietà per farla diventare rimedio? Basteranno le loro foto? Vorrei che non fosse una domanda assurda, che ci fosse ancora un argomento in grado di farlo. Ma sembra che davvero non ci sia se questa è l'orribile realtà: portare aiuti ad Aleppo oggi è impossibile. E ancora più difficile è negoziare anche solo una tregua: stop alle bombe per 48 ore a settimana
La soluzione? Una, l'unica, la stessa per ogni scenario di guerra: che finiscano. 
Non c'è cosa buona che possa venire da una guerra, un cessate il fuoco ha senso solo se permanente. Visto che la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi, bisogna che la politica vi rinunci, altrimenti è inutile piangere per i bambini feriti. Troppi ne moriranno ancora nell'indifferenza generale se ci si limita a immortalarli in qualche foto da condividere. Foraggiare il pietismo è funzionale alla logica dello sterminio, o quanto meno ritardante per una vera opposizione civile a tutto quello che concorre alle guerre, con le missioni, le produzioni belliche, i respingimenti e i silenzi assordanti. Mentre si muore in quantità e di continuo, sbarriamo gli occhi di fronte un bambino estratto dalle macerie di un bombardamento. Credo che sia meglio condividere la vergogna della contemplazione, invece del falso sdegno. 


Bella come Beirut
Esausta come Damasco
Timida come il Cairo
Distrutta come lo Yemen
Ferita come Baghdad
Dimenticata come la Palestina.
  
Rasha Aly

19 agosto 2016

La salute prima di tutto!

Non accenna a diminuire il dibattito sulla legalizzazione della cannabis. C'è chi dice sì, c'è chi dice no, c'è chi ci ripensa e chi invece non demorde. 
Nicola Gratteri, procuratore di Catanzaro, non demorde e pensa alla salute degli Italiani: 
“Uno Stato democratico non può permettersi il lusso di legalizzare ciò che provoca danni alla salute dei cittadini”. 
                                                            
Ecco.


 Direi che qui l'ipocrisia c'è tutta.

Prescindendo da questo sporco opportunismo, vorrei citare solo l'esempio del Portogallo, modello unico nel suo genere, che è descritto molto bene in questo articolo, Decriminalizzare tutte le droghe: l’esperimento del Portogallo , e che dimostra  che un approccio alle droghe centrato sulla cosiddetta riduzione del danno, che non considera l’utilizzatore un criminale e che si concentra sul rendere disponibile assistenza, se desidera utilizzarla, produce risultati concreti. 
Alla faccia di chi pensa di essere competente a priori.

18 agosto 2016

Ma pensa un po'!

E io che credevo che i veri problemi fossero la povertà, l'inquinamento, lo scioglimento dei ghiacciai, la guerra, il terrorismo, la corruzione, i dittatori, il razzismo, l'omofobia e l'ignoranza, il lavoro minorile, il lavoro nero, l'infibulazione, le dimissioni in bianco e il turismo sessuale. E invece scopro che il problema del mondo è il burkini
Ma la vogliamo piantare con queste fregnacce? Non è un problema! Che ognuno si vesta come gli pare, per scelta, per religione, per qualsiasi altro motivo, ma facciamola finita! Non esiste che si debba fare un regolamento su chi, come e dove indossare il costume da bagno! Cosa dovrebbero fare? Non andare in spiaggia? Oppure vogliamo delimitare una zona solo per loro? Come per i nudisti. E allora perché non farlo anche per le cicciottelle, o le anoressiche o le donne disabili magari, che potrebbero urtare la la nostra sensibile e democratica vista. E le suore? Sì, anche una spiaggia per le sole suore! Tutti ben divisi, inscatolati, con dei muri belli alti, anche per questo, così che le nostre sane e meritate vacanze non siano disturbate da panorami non graditi. 
Che poi arriva la Zanardo con queste sue perle di saggezza. Ovviamente ha tenuto a precisare che ha molte amiche egiziane:"Io femminista vi dico: vietare il burkini è giusto, è di sinistra".
Ma ragazze mie, pensateci un momento: queste donne al mare vestite non devono neanche fare la prova costume, non si fanno venire i patemi se hanno una smagliatura in più o il lato b che fa la guerra con la forza di gravità, o il peletto all'inguine che è ricresciuto di un nano millimetro. Non siamo forse noi schiave delle mode, del corpo magro e sodo, della depilazione e di mille altre paranoie?  
Donne in burkini, insegnateci ad essere felici anche senza il pushup!





17 agosto 2016

Perché una canzone non è mai soltanto una canzone....

....ogni nota, ogni parola porta dietro odori, sapori, ricordi, rimpianti, lacrime, sorrisi, felicità, malinconie ....ogni strofa porta brandelli immacolati delle colonne sonore della nostra vita...


Le grida della strada
i passanti i negozi
dove come in un insulto
ti vai a rispecchiare
tra gioielli da poco
e biancheria da niente
ombre
in occhi di donna
che ti vedono passare
tutti questi rumori
dentro i quali ti immergi
nei quali ti esilio
per amarti da lontano
in un gioco sottile
questi trucchi un po' pazzi
tutto questo è il tuo stile
il tuo stile il tuo culo
il tuo culo il tuo culo
E la mia legge a cui ti pieghi
maledetta
a quel fuoco che accende
ogni mia sigaretta
e l'amore in ginocchio
non conosce stallo
il tuo stile il tuo culo
il tuo culo il tuo culo
i porti nella notte
quel figlio che vorremmo
e non vogliamo più'
a un tuo minimo segno
quando noi mescoliamo
nel fondo del tuo bene
sangue della mia uva
a vino della tua vigna
tutto questo riappare
come in nostra memoria
dentro i mondi perduti
dell'anno ottantamila
quando non ci saremo e
torneremo a nascere
questi trucchi un po' folli
tutto questo è il tuo stile
il tuo stile il tuo culo
il tuo culo il tuo culo
il tuo diritto
quanto diritto al tuo stile
e il gioco dell'inferno
giocato a testa o croce
e l'amore che tace
quando non ha più voce
e il tuo stile il tuo culo
il tuo culo il tuo culo
chi vuol saper troppo
non conosce più niente
di te mi piace ciò'
che posso immaginare
inseguendo nell'aria
i contorni di un gesto
la tua bocca inventata
al di là del volgare
per le strade di notte
il mio viso gelato
quando non riconosci di me
che un certo stile
quando rendo me stesso
un altro immaginato
questi trucchi imprudenti
tutto questo è il tuo stile
il tuo culo il tuo culo
il tuo culo
e la tua legge a cui mi piego
maledetta
la cenere perduta di
ogni mia sigaretta
e l'amore che spegne
i suoi fuochi e muore
il tuo cuore il tuo cuore
il tuo stile il tuo cuore
il tuo stile
il tuo cuore 

Profitti che grondano sangue.

L' Italia ripudia la guerra come strumento di aggressione e di risoluzione di questioni politiche. Ma per fare affari va sempre e comunque bene
L’attacco all’ospedale yemenita di Msf è avvenuto con bombe fabbricate in Italia (in Sardegna), e lo stesso accade in molti altri teatri di guerra. 
Circa il 50% delle armi prodotte in Sardegna, nello stabilimento della Rwm Italia Spa, controllata del colosso tedesco degli armamenti Rheinmetall, raggiunge l’Arabia Saudita, paese alla guida della coalizione che dalla scorsa primavera bombarda lo Yemen. Armi impiegate dai sauditi in un conflitto che a dicembre aveva già causato oltre 6 mila morti, metà dei quali civili, 25 mila feriti, un milione di sfollati, 21 milioni di persone che per sopravvivere hanno bisogno urgente di aiuti umanitari.

15 agosto 2016

Buon ferragosto!


Il bandito ciclista.



Il testo del brano trae spunto da una storia vera, l'amicizia giovanile fra il grande campione, Costante Girardengo, e il pericoloso bandito, Sante Pollastri, entrambi originari di Novi Ligure. Un legame nato ai tempi delle strade sterrate intrise di sudore e fatica, passioni e sentimenti.
Luci e ombre sull'asfalto, un ricordo struggente del ciclismo che fu e un'amara riflessione su ciò che non sarebbe mai dovuto diventare.
Di Girardengo sappiamo tutto, vita morte e miracoli, era talmente bravo che proprio per lui venne coniato per la prima volta l'appellativo di campionissimo, meritatamente ereditato in seguito da Fausto Coppi.
Di Sante Pollastri al contrario conosciamo ben poco; soprannominato il "bandito anarchico" trascorse gran parte dell'esistenza combattendo un'impari lotta contro le forze dell'ordine fino all'inevitabile sconfitta.

Sante Pollastri non era il miglior amico di Girardengo, come nella canzone. La poesia cerca di sintetizzare ed esporre le storie in maniera emblematica. Ma spesso la realtà è più banale: Sante era semplicemente un fan. Al massimo un conoscente, che frequentava gli stessi ambienti dei ciclisti. E Girardengo potrebbe essere stato colui che lo ha tradito.
Non è facile ricostruire la storia di questo bandito, spietato uccisore di carabinieri e poliziotti, amico e benefattore di agitatori anarchici, diventato leggenda anche a causa della censura che il fascismo esercitava su tutta la cronaca nera e su di lui in particolare. Forse se le sue imprese fossero state conosciute nei dettagli, sarebbe stato meno popolare.
Sante Pollastri, o Pollastro, come si trova a volte nei documenti, nasce il 14 agosto 1899 a Novi Ligure, stessa città di Girardengo, e di certo la passione per la bicicletta ce l’hanno entrambi. Nessuno sa veramente da dove derivi il suo odio per le forze dell’ordine, perché su questo suo tratto caratteriale sono state imbastite le storie più disparate: c’è chi parla di un fratello morto da militare, chi di una sorella violentata. C’è chi dice che fu pestato da una squadraccia fascista dopo aver sputato una caramella troppo vicino agli stivali di uno del gruppo.
L’uomo riconosceva di avere ucciso almeno 7 persone in scontri a fuoco, tra cui una coppia di carabinieri e una di poliziotti. I suoi crimini erano cominciati con un furto di carbone, ma poi era passato a obiettivi importanti in tutto il nord Italia, come l’oreficeria Zanetti, e infine in Francia, con il famoso colpo alla gioielleria Rubel. Spesso la sua banda ospitava ed era ospitata da agitatori e simpatizzanti anarchici. Sarà uno di questi, Renzo Novatore, a convincerlo infine di essere lui stesso un anarchico. La frequentazione con Sante però non porterà però fortuna al nichilista italiano: Novatore muore infatti durante uno scontro a fuoco, una trappola imbastita proprio per catturare Pollastri, il Nemico pubblico numero uno della cui sorte si interessa ormai lo stesso Mussolini.
Forse per questo il bandito si trasferisce in Francia, dove mette in piedi una banda di un centinaio di persone. Qui incontra Girardengo, poi testimone al processo, durante una sei giorni a Parigi. Non è impossibile che il ciclista abbia fornito informazioni. L’arresto però viene effettuato in grande stile dal commissario Guillaume,  il “vero” Maigret a cui si ispirerà Simenon.
Sante confessa. L’avvocato cerca in tutti i modi di evitargli l’estradizione, ma l’Italia è irremovibile e la Francia cede. In Italia Pollastri scampa miracolosamente alle torture e alla pena di morte, e in carcere si comporta da detenuto modello, tanto che il Presidente Gronchi lo grazierà nel 1959.
Una volta libero passerà il resto dei suoi giorni facendo il venditore ambulante per guadagnarsi da vivere. Sante Pollastri morì solo e dimenticato il 30 Aprile 1979, questa l'unica cosa certa, tutto il resto è leggenda.

Tratto da youtube e Italia criminale

14 agosto 2016

Giusto per offrire un assaggio delle mie convinzioni.

Premetto che ormai sono vecchia per molte cose, quel po' di energia rimasta mi serve per cercare di sopravvivere come meglio mi è permesso di fare, e non è il meglio ma il meno peggio. Ciò nonostante quell'utopismo che da sempre alberga nel mio cuore continua a farsi sentire e a spingermi a blaterare di ribellioni e sovvertimenti radicali. L'idea giovanile di poter cambiare il mondo si è forse un po' ammorbidita, ma resta la convinzione che se il mondo non cambia finirà per distruggersi e mi sembra che siamo ad un buon punto, forse al punto di non ritorno, dal quale, spero, si potrà ricominciare...ma a che prezzo!
Fatta questa premessa, ripongo tutte le mie speranze in coloro che si affacciano alla vita vera in questo momento e trovano una realtà sfibrata, dissoluta e priva di valori di riferimento. Passo il testimone e spero che il cambiamento li trovi protagonisti. A loro mi sento di dare un incoraggiamento perché non sarà facile.
Non è facile, ma le cose importanti non sono mai state semplici. Non è facile restare lucidi, troppi condizionamenti, troppi messaggi sbagliati, troppi specchietti per allodole scavano fosse nelle quali si cade agevolmente, quasi senza pensare, senza rendersene conto. Si cade nel buco nero dell'ambizione, del possesso, della prevaricazione e dell'arrivismo...e si arriva all'odio, quello che sta percorrendo in lungo e in largo questo mondo martoriato. "Homo homini lupus", un'affermazione che ho sempre osteggiato e che non è mai stata tanto vera e tanto seguita. Ci si cade dentro e non si sa più come uscirne perché ci si dimentica di tutto il resto. Ci si rinchiude nel cemento, si è prigionieri di case blindate per paura che rubino "le cose", si costruiscono muri e confini per isolare, si vuole ciò che non si ha, a tutti i costi, e si disconosce l'altro, l'essere umano.
Ecco, bisogna invece dimenticare tutto questo e far riaffiorare la sensibilità, il banalissimo amore, la voglia di esserci, di stare insieme e di starci bene. Ma per questo bisogna strapparsi di dosso vestiti logori e pesanti, che puzzano di armi e denaro, e vestirne di nuovi, leggeri, allegri, di tanti colori diversi e senza tasche da riempire, perché tutto è di tutti e non serve tenerlo per sè. Se proprio si vuole riempire qualcosa, lo si può fare col cervello, aprendolo a tutto ciò che non si conosce, curiosando nella varia umanità da cui si è circondati.
Lo so, a dispetto degli anni che passano impietosi e deludenti, sono ancora un'irriducibile, ribelle, anacronistica e romantica figlia dei fiori...e morirò tale...

13 agosto 2016

La dea che è in me.


“Rispetta quella bambina dentro di te.
Ricorda chi eri prima di preoccuparti di come apparivi.
Prima di conoscere la ferita del rifiuto. 
Prima che ti venisse detto che non avresti potuto, 
o non saresti stata 
o che non avresti avuto.
Sei ancora quella bambina; 
prima dei ruoli, 
delle etichette e dei dolori, 
quella bambina continua a vivere.
Lei è la dea in te.”

(S. C. Lourie, “Tender to my soul”)

09 agosto 2016

E nella democratica Europa neanche allora, come oggi per i morti della Thyssenkrupp o per la Eternit di Casale e di tanti altri casi ancora, i colpevoli pagarono per i loro crimini.

Marcinelle, 8 Agosto 1956. 
 Di Franco Astengo
Ancora e sempre per non dimenticare, ancora e sempre per testimoniare la sofferenza, la fatica, il martirio del lavoro. Non dovrà mai esserci tregua per chi sfrutta il lavoro altrui in modo ignobile e disumano. A sessant’anni da Marcinelle assistiamo, oggi come sempre, alla realtà del senso disumano dello sfruttamento del lavoro e – ancora – si considera chi lotta per una società giusta come un sovversivo dell’ordine costituito, un perturbatore dei tranquilli ozi delle classi agiate. Oggi come allora. Dalle classi dominanti non arriva mai un segnale di comprensione della vastità dei delitti da esse commesse nella grandezza e nella complessità del procedere storico: anzi verifichiamo una intensificazione, un accanimento, che i Governi agevolano e i possessori dell’informazione non solo giustificano ma anzi esaltano in un crescendo di ignobile mistificazione. Oggi qualcuno farà finta di piangere lacrime di coccodrillo. Marcinelle però non ci richiama semplicemente al lutto e al dolore. Marcinelle richiama all’eternità insuperabile della lotta di classe, all’insopprimibile realtà dello sfruttamento e alla necessità della lotta per sovvertirne il corso soffocatore di tutte le istanze di libertà e di dignità umana. “PROLETARI DI TUTTI I PAESI UNITEVI !” L’8 agosto del 1956, 136 minatori italiani trovarono la morte nella miniera di carbone Bois du Cazier, in Belgio, insieme a 95 belgi, 8 polacchi, 6 greci, 5 tedeschi, 5 francesi, 3 ungheresi, un inglese, un olandese, un russo e un ucraino. In totale, morirono 262 minatori su un totale di 274 presenti: 12 lavoratori vennero tirati su il primo giorno, mentre i famigliari degli altri dovettero aspettare fino al 22 agosto, tra angoscia e speranza, quando i soccorritori dichiararono: “Tutti cadaveri“. L’incidente – il terzo più grave per gli italiani all’estero dopo quello di Monongah, in Virginia, dove morirono 171 connazionali, e di Dawson, nel Nuovo Messico, dove ne morirono 146 – avvenne alle 8,11 del mattino, quando un errore di manovra agli ascensori al livello 975 provocò un massacro .La tragedia di Marcinelle, rievoca anni bui della storia italiana. Alla fine della Seconda guerra mondiale, la necessità di una ricostruzione industriale porta il governo belga a lanciare la ‘battaglia del carbone’. La prima volontà delle autorità è quella di evitare di ricorrere alla manodopera straniera, ma ben presto si comprende che l’obiettivo non potrà mai essere raggiunto contando unicamente sulla manodopera belga. Si rende così obbligatorio il ricorso all’immigrazione massiccia degli stranieri e poiché l’Europa dell’Est e, più in particolare, la Polonia non sembra più una potenziale riserva di manodopera, il Belgio si rivolge all’Italia, che esce esangue dalla II guerra mondiale dopo 20 anni di fascismo. Il protocollo di intesa italo-belga del 23 giugno 1946 prevede l’invio di 50.000 lavoratori italiani in cambio della fornitura annuale di un quantitativo di carbone, a prezzo preferenziale, compreso tra due e tre milioni di tonnellate. Per convincere gli uomini a lavorare nelle miniere belghe, si affiggono in tutta Italia manifesti che presentano unicamente gli aspetti allettanti di questo lavoro (salari elevati, carbone e viaggi in ferrovia gratuiti, assegni familiari, ferie pagate, pensionamento anticipato). In realtà, le condizioni di vita e di lavoro sono veramente dure. All’arrivo a Bruxelles, comincia lo smistamento verso le differenti miniere, dopodiché i lavoratori vengono accompagnati nei loro ‘alloggi’, le famose ‘cantines‘: baracche, insomma, o ‘hangar’, gelidi d’inverno e cocenti d’estate, veri e propri campi di concentramento dove pochi anni prima erano stati sistemati i prigionieri di guerra. La mancanza di alloggi decenti, previsti peraltro dall’accordo italo-belga, impedisce alla maggior parte dei minatori il ricongiungimento con la propria famiglia. Trovare un alloggio in affitto è infatti quasi impossibile all’epoca. Senza contare la discriminazione.
Spesso sulle porte delle case da affittare, i proprietari scrivono a chiare lettere ‘ni animaux, ni etranger‘ (né animali, né stranieri). Un’integrazione difficile, dunque, a cui si sommano le condizioni di lavoro particolarmente dure e insalubri, nonché le scarse misure di igiene e sicurezza. Tra il 1946 e il 1955, quasi 500 operai italiani trovarono così la morte nelle miniere belghe, senza contare il lento flagello delle malattie d’origine professionale, tra cui la silicosi. Una mostra con le immagini dei minatori di oggi nel mondo è aperta fino a dicembre al Bois du Cazier, il sito a sud di Charleroi diventato un museo del ricordo e che dal 2012 è diventato Patrimonio dell’umanità dell’Unesco.


07 agosto 2016

Le cose del passato.

Oggi mi sono concessa una passeggiata senza scopo. Nessun obiettivo, niente contatto con la natura, solo e puro cazzeggio per le strade del mercatino del passato. E niente compere perché di soldi da spendere non ne ho. Ma penso comunque, mentre cammino in mezzo alle bancarelle colme di cose che hanno avuto una vita e un'altra ne cercano. Penso che mi sto sempre più riferendo al passato, al vissuto, a quello che si dice comunemente "esperienza", che poi sono ricordi e basta perché dubito sempre di più che il passato, o la famosa "esperienza", servano a qualcosa, se devo sbagliare sbaglio comunque in barba a tutto quello che mi possono aver insegnato i miei trascorsi  e va bene così.
Mi riferisco al passato perché sempre più spesso mi lascio andare alla nostalgia....e di cosa se non del passato? Ebbene sì, la struggente bellezza della nostalgia, quella che scatena una tempesta di emozioni che vorremmo quasi catturare per impedirne la fuga, una fuga che sembra quasi doverosa per un presente che non consente pause oziose di nessun genere. Concentrati come siamo nel voler trasmettere sempre un’immagine positiva di noi, così come richiesto da una società proiettata sempre verso il futuro, cacciamo via una parte del nostro essere per non apparire fragili nemmeno ai nostri occhi.
Mentre trovo così bella la nostalgia, quella lacrima che scivola lentamente e si trasforma in un sorriso. Quell'intenso momento in cui si ha l'impressione di poter afferrare una mano che non c'è più.
Niente è per sempre...sembra sussurrare la nostalgia...e quel desiderio di tornare indietro mi rammenta il mio legame indissolubile con il passato, con quella parte di me che sembra andata via per sempre, ma che continua a scorrere dentro di me rendendomi la persona che sono, in grado di smarrirmi nella nostalgia senza paura. Accettandola, in qualsiasi momento arrivi. Perché la nostalgia arriva improvvisa, non è solo la tristezza a farla emergere, anzi, non lo è quasi mai. Può essere un breve momento di felicità, una bella sensazione che sgorga improvvisa da un'atmosfera particolare a far riafforare un passato lasciando che la mente indugi in quell'istante che non potrà mai più ripetersi.
Non è tristezza, non è felicità....è nostalgia. E' l'ascolto di una canzone, il guardare una fotografia, leggere lettere ingiallite scritte tanti anni fa, la scena di un film, una panchina solitaria . E' lasciarsi coinvolgere da un'emozione che risveglia un ricordo e rendersi sonto di essere stati felici in quel momento, di averlo vissuto e ritenersi privilegiati per questo...

"La nostalgia è un luogo mobile che appare e scompare sulle carte della fantasia ma sta ben saldo nel cuore di ognuno di noi". (José Saramago)


04 agosto 2016

L'amore è un'altra cosa.

La follia: tu puoi esistere se sei solo mia, se non è cosi ti cancello.
Le ennesime vittime di uomini arroganti, convinti di avere diritto di vita e di morte.


http://firenze.repubblica.it/cronaca/2016/08/03/news/pisa_non_ce_l_ha_fatta_la_donna_aggredita_e_data_alle_fiamme-145283771/?ref=HREC1-2

http://napoli.repubblica.it/cronaca/2016/08/03/news/caserta_femminicidio-145284451/

61 donne uccise dall'inizio dell'anno per mano di chi si sente padrone, di chi scambia l'amore per possesso.

Quante ne leggeremo ancora? Quando tutte le donne del mondo decideranno di amarsi, chiudendo la porta a chi le ritiene un oggetto da distruggere se non è più disposto a servirlo?



02 agosto 2016

2 Agosto 1980

2 agosto 1980. Stazione di Bologna, ore 10.25: una bomba a tempo, contenuta in una valigia abbandonata, esplode nella sala d’aspetto della seconda classe. Perdono la vita 85 persone. Oltre duecento i feriti.

Parlare di una strage avvenuta 36 anni fa potrebbe sembrare anacronistico, vista la situazione mondiale in cui ci dibattiamo e gli attentati che così frequentemente ci colpiscono, direttamente o indirettamente. Ma è difficile dimenticare perché ero lì, a poca distanza, in piazza 8 Agosto, dove si svolgeva il mercato. Non sono stata coinvolta, ma ho sentito il boato, ho visto il fumo e ho sentito l'odore. Poi la piazza è stata fatta sgombrare, siamo scappati dal caos, dalle sirene, dallo spettacolo del terrore. E a casa, al sicuro, a chiedersi cosa fosse successo e chi fossero i responsabili. 
Ecco, chi fossero i responsabili è una domanda che ancora, 36 anni dopo, non ha ottenuto completa risposta. I tasselli mancanti sono ancora tanti e le prove restano confuse, o meglio, tenute ben nascoste. Ci sono stati processi e condanne, ma i depistaggi e la disinformazione hanno fatto sì che i mandanti siano ancora sconosciuti e coloro che forse conoscevano questi segreti ormai non possono più svelarli. Francesco Cossiga e Licio Gelli, due protagonisti degli anni cupi della nostra storia che con le loro azioni e soprattutto i loro silenzi hanno contribuito a renderla ancora più oscura e falsa, si sono portati nella tomba, oltre ai morti sulla coscienza, anche pesantissime verità che coinvolgono servizi segreti, neofascismo e crimine organizzato.
E questo è solo uno dei tanti silenzi che da sempre logorano il nostro paese. Per questo forse è utile ricordare, per non fare uscire dalla coscienza popolare la voglia di verità e per non farsi abbindolare da quelle tecniche distorsive e manipolatorie che così bene la "strategia della tensione" (leggi: destabilizzare per instaurare un regime autoritario) ha imparato ad usare.

"...E quando ci domanderanno che cosa stiamo facendo, tu potrai rispondere loro: Noi ricordiamo. Ecco dove alla lunga avremo vinto noi. E verrà il giorno in cui saremo in grado di ricordare una tal quantità di cose che potremo costruire la più grande scavatrice meccanica della storia e scavare, in tal modo, la più grande fossa di tutti i tempi, nella quale sotterrare la guerra." 
(Ray Bradbury "Fahrenheit 451")

31 luglio 2016


Pomeriggio...


A volte, quando il torpore abbraccia la mente, mi lascio andare alla magia dei ricordi, quelli belli, ideali mai sopiti che si prolungano nel tempo, senza badare allo scorrere degli anni e all'anacronismo di certe situazioni. Ed è bello, anche se irreale, farsi cullare dal passato, quel passato che aveva tutto davanti da scoprire e godere e niente dietro che potesse trattenere dal liberarsi dagli impulsi. Erano momenti in cui si poteva credere a qualsiasi cosa, anche quella di capire e di cambiare il mondo...che curiosa ambizione! C'era un odore forte di libertà, c'era una voglia forte e una convinzione altrettanto imperiosa di potersi scrollare di dosso i legami, le regole, le costrizioni. C'erano sorrisi, canzoni e promesse che avremmo voluto mantenere. Ricordo una Cinquecento, coi deflettori e gli sportelli controvento, il caldo, i finestrini abbassati per sporgersi e godere del vento. C'era il mangiadischi con Baglioni e Guccini e tutte le canzoni fesse di quegli anni. Il prato, il cielo e quello sguardo limpido, carico di vita, non ancora miope, non ancora presbite né stanco, pieno di futuro......
....era bello come vedevano quegli occhi, non cosa vedevano....

29 luglio 2016

Parallelismi.

Ieri mattina a Prima Pagina su radio 3 , il conduttore della settimana, Giorgio Meletti del Fatto quotidiano, ha detto una cosa che mi ha lasciato molto perplessa: ha tracciato un parallelismo tra gli stragisti dell’Isis e le Brigate Rosse, dicendo che queste ultime uccidevano operai.
Io non ricordo esattamente tutto quello che hanno fatto a suo tempo le BR, credo che il gruppo genovese abbia in effetti ucciso un operaio-sindacalista, ma fare un parallelismo fra queste due organizzazioni mi sembra veramente una bestemmia. Innanzitutto va detto che questa organizzazione comunista non agiva sicuramente a cuor leggero, non facevano esplodere bombe nelle stazioni, non sparavano indiscriminatamente nei luoghi pubblici e non avevano sicuramente tra i propri obiettivi la gente e tantomeno gli operai. Nessun fanatismo assoluto e nessun culto della morte può essere messo a confronto con quanto sta mettendo in scena l'estremismo islamico. 
Se di parallelismi si vuol parlare, allora facciamolo richiamando alla memoria il terrorismo di Stato, da Piazza Fontana in poi, ma anche quello di più antica data, dal TeatroDiana a Portella della Ginestra, per esempio, dove i generici obiettivi e le modalità di esecuzione ricordano davvero lo stragismo. 
Ecco, non spetta a me e in due righe formulare giudizi storici e non so a quale libro paga rendano conto certi giornalisti. Io dico solo che ci vorrebbe un po' più di professionalità e obiettività. Il mio richiamo è esclusivamente rivolto al rispetto dei fatti e alla decenza.

28 luglio 2016

Agnelli o sciacalli?

La EXOR lascia l’Italia e si trasferisce in Olanda. Gli Agnelli salutano Torino.
Così stanno traslocando anche il grosso della torta di famiglia in uno dei tanti paradisi fiscali. Questa volta alla luce del sole dei poveri. Agnelli da sempre è socio di quel club di potenti dinastie capitaliste neoliberiste che, in un modo o nell'altro, i capitali all'estero se li sono sempre nascosti non solo per evadere il fisco, ma per garantirsi il loro bottino nella guerra contro i poveri. 
Non si è più saputo niente della vicenda dei "Panama Papers". L'abbiamo già dimenticata visto che i media nei loro palinsesti non ne parlano più? Nei Tg e nei talk show si parla di crimini di quartiere, non dei crimini contro l'umanità condotti dalle corporazioni capitaliste e loro leader. Guai a ficcare il naso nei conti economici delle banche, finanziarie e dei politici.
Sono decenni che vengono fuori vicende come quelle di Panama Papers: centinaia, migliaia di finanzieri, affaristi, monarchi, dittatori, politici di ogni razza, atleti e/o vip super-sponsorizzati, attori, cantanti e musicisti - e chi ne ha più ne metta - hanno sempre avuto la preoccupazione di creare quei buchi neri nell'economia transnazionale che noi, poi, con i nostri tributi, colmiamo, perché siamo brava gente.

Bisogna ricordare una cosa fondamentale: nei paradisi fiscali, (cosiddetti "offshore" per confondere le idee agli analfabeti funzionali), sono finiti anche somme importanti di aiuti destinati allo sviluppo dei paesi del terzo mondo... Poi ci si meraviglia dell'esodo di milioni di disgraziati saccheggiati ripetutamente!
E non bisogna credere che nei paradisi fiscali finiscano solo denaro e oro, vi sono custoditi navi, opere d'arte, gioielli, auto e barche di lusso.
Sono decenni che va avanti questa miserabile truffa e crimine e nessun governo, nazionale e internazionale, è riuscito a marginare il fenomeno in argomento: cos'è che non ha funzionato?
Ha funzionato tutto perfettamente! 

I governi, tutti, sono complici.

Non è facile invecchiare con garbo. (Cecilia Resio)

Non è facile invecchiare con garbo e parsimonia.
Bisogna accertarsi della nuova carne,
di nuova pelle,
di nuovi solchi,
di nuovi nei.
Bisogna lasciarla andare via, la giovinezza,
senza mortificarla in una nuova età che non le appartiene,
occorre far la pace col respiro più corto,
con la lentezza della rimessa in sesto dopo gli stravizi,
con le giunture,
con le arterie,
coi capelli bianchi all’improvviso,
che prendono il posto dei grilli per la testa.
Bisogna farsi nuovi ed amarsi in una nuova era,
reinventarsi, continuare ad essere curiosi,
ridere e spazzolarsi i denti
per farli brillare come minuscole 
cariche di polvere da sparo.
Bisogna coltivare l’ironia,
ricordarsi di sbagliare strada,
scegliere con cura gli altri umani,
allontanarsi da sé, ritornarci,
cantare, maledire i guru,
canzonare i paurosi, stare nudi con fierezza.
Invecchiare come si fosse vino, profumando
e facendo godere il palato, senza abituarlo agli sbadigli.
Bisogna camminare dritti, saper portare le catene,
parlare in altre lingue, detestarsi con fantasia.
Non è facile invecchiare, 
ma l’alternativa sarebbe stata di morire
ed io ho ancora tante cose da imparare.

La luce della cucina di mattina. (Pablo Anadòn)

Da "Il canto delle sirene".

C’è questo momento – “quando la notte è a svanire” usando un celebre verso di Ungaretti – in cui tutto appare come sospeso, rarefatto, quasi immobile: l’alba sta per arrivare, la luce tra poco apparirà ai vetri, il giorno potrà finalmente nascere ma senza fretta, c’è ancora tempo per fare le cose, per bighellonare qua e là per la casa prima del pieno risveglio. È questo il dolce tempo protagonista di questi versi del poeta argentino Pablo Anadón: è il momento in cui si può anche dialogare serenamente con se stessi, ragionare dei massimi sistemi e delle piccole cose quotidiane.

SCOTT PRIOR, “BOTTLES, PROVINCETOWN SUNRISE
La luce della cucina di mattina.

La luce della cucina di mattina
quando la casa è ancora al buio
e tutti dormono, e nei vetri
il giorno è una sensazione
simile alla speranza e alla nostalgia.
La luce della cucina quando il sole appare
arancione tra i rami neri
e i fiori azzurri della jacaranda
e l’uomo fa il caffè,
sfoglia un libro, si affaccia nel cortile
e pensa che forse pioverà,
che è quasi l’ora
di svegliare sua moglie,
che c’è il bucato steso sul filo,
che il silenzio e l’odore di umido
gli ricordano la sua infanzia,
che la vecchiaia si avvicina
e la poesia si allontana
e che ancora non sa vivere.

(da La mesa de café y otros poemas, 2003)
 

25 luglio 2016

Buon inizio settimana!

"Ho imparato che puoi parlare con estrema naturalezza solo a poche persone.
Che non tutti capirebbero ciò che vuoi dire loro;
non per mancanza di perspicacia ma per un semplice e reale disinteresse.
Ho imparato che molti faranno finta di ascoltarti limitandosi a cenni con la testa accompagnati da sguardi persi nel vuoto.
E allora, solo allora, capirai quanto è importante scegliere con parsimonia quelle rare persone a cui aprire il proprio cuore..."
(Limerence)

Buon inizio di settimana!
"A forza di cercare questa verità nei fatti mi sono accorto che i fatti me la nascondevano a volte. C'è una cosa più vera di tutti i fatti, che al giornalismo non interessava. E' così che ho cambiato la prospettiva. Non sono diventato matto. Cerco sempre la verità. La cerco da altre parti, non so se la trovo, ma soltanto il cercarla in maniera diversa da quello che ho fatto prima mi dà una grande soddisfazione". (Tiziano Terzani)


Il cielo sopra Berlino