05 giugno 2018

Ma davvero ci meritiamo tutto questo?

Davvero ci meritiamo portavoci del Presidente del Consiglio come Rocco Casalino, un ex concorrente del Grande Fratello che fino a poco tempo fa insegnava come depilarsi le ascelle e diceva che non tollerava la puzza dei poveri?
Davvero ci meritiamo il sessismo e l'omofobia del ministro Fontana e l'antimeridionalismo del ministro Centinaio che usa espressioni come "terroni di merda"?
Davvero ci meritiamo il dibattito con i vicepremier nel salotto di Barbara D'Urso e analisi politiche sui giornali di Alfonso Signorini?
Davvero ci meritiamo ministri ignoranti e razzisti continuando a minimizzare ogni volta le loro dichiarazioni, che la normalizzazione di certe opinioni è il primo passo verso la loro attuazione?
Davvero ci meritiamo la crudeltà di chi vuole togliere l'asilo ai bambini figli di immigrati, uno schifo che accettiamo perché si doveva fare il governo del cambiamento e continueremo a ripetere all'infinito "facciamoli lavorare"?
Davvero ci meritiamo Salvini, la sua prosopopea, la sua logica fasulla e il suo perbenismo bigotto che con le sue dichiarazioni sta legittimando la violenza razzista di gente frustrata?  
Davvero ci meritiamo tutto questo che osano chiamare cambiamento?
No, mi dispiace, ma io non ci voglio stare con questo schifo. La mia identità, la mia sensibilità e soprattutto la mia coscienza non hanno niente a che spartire con questa gente. Me ne starò zitta in disparte a leccarmi le ferite di tanti ideali traditi, ma non sarò mai complice di un sistema che punta all'annientamento dei più elementari valori umani ...e che ci sta riuscendo. 

"Scusate non mi lego a questa schiera, 
morrò pecora nera"...



08 aprile 2018

Non perdersi il momento.

C'è stato un periodo della mia vita in cui mi potevo permettere le vacanze ed essendo nata in montagna pensavo volentieri all'alternativa del caldo e del sole, al mare insomma. Ne ricordo una in particolare, un posto trovato per caso, quando ancora si partiva senza una meta e ci si fermava seguendo l'istinto. Un paesino fuori dai divertimifici delle rotte turistiche alla moda che però prometteva ciò che cercavo: tranquillità. La classica piazza con la chiesa, due soli alberghi, qualche ristorante per accontentare la modesta pretesa turistica del luogo e le case praticamente arroccate su di un promontorio che finiva direttamente a mare. Un sentiero di scale sassose che portava giù, a quell'accogliente radura protetta in cui le onde si frangevano debolmente, come ad accarezzarla. Era l'unico posto in cui ci si poteva sdraiare e lì ho trascorso la maggior parte del tempo, fra pennichelle e letture distratte. Poca compagnia, discreta e silenziosa e un sottofondo musicale, altrettanto discreto, che proveniva da un piccolo punto di ristoro incastonato nella roccia. Era sempre musica dolce, che avvolgeva senza invadere i pensieri. E un giorno, sulle note di quella musica, una ragazza si è messa a ballare. La guardavo sorpresa ed emozionata, mentre il suo compagno la prendeva in giro dicendole che quello non era il posto per ballare. Io invece ho pensato perché no, perché non si può ballare ovunque se ne senta il desiderio? Ballare è regalare emozioni, ballare è come baciare, o come dire "ti voglio bene", è la musica del cuore che ha voglia di esprimersi. Ogni momento e ogni luogo è adatto, le emozioni hanno bisogno di uscire quando si manifestano, non possono essere procrastinate e non possono esistere momenti e luoghi deputati. E' un peccato rinunciare, si perde la magia e si perde anche l'occasione. Lei ha smesso di ballare e io mi sono rituffata nel libro, ma prima di andarmene le ho rivolto un sorriso e le ho mandato un bacio. Non volevo rinunciare, almeno quella volta.

31 marzo 2018

Sono stanca ma non mi adeguo.

Sono stanca ultimamente. Faccio fatica a trovare entusiasmo in quello che faccio. Mi sembra di nuotare in un mare melmoso circondata da squali inquietanti. Un livello culturale deprimente che si erge a profeta e un livello politico ancor più becero e senza visione mi fanno dubitare che forse sono io quella sbagliata in questo contesto. Mi guardo allo specchio e non capisco. Però non riesco ad adeguarmi. Perché questi squali inquietanti, questo sottobosco di mediocri, questa insignificanza deambulante non meritano di essere presi in considerazione. 
Fatico ma non mi adeguo, perché a quel basso livello non ci vivo, non amo strisciare per la paura di sbagliare o di non essere allineata, non amo guardarmi i piedi. Amo guardare avanti, molto avanti, in un punto che magari non raggiungerò mai, ma che la notte, quando gli occhi stanchi e il cuore amareggiato si intorpidiscono, sarà il punto che mi permetterà di sognare sogni tranquilli facendo sorridere la mia anima. 
E al mattino troverò sempre tanti motivi per non capire, ma ogni volta almeno uno per non adeguarmi: la mia dignità.

25 febbraio 2018

Riflettere.

Sto percependo uno strano malessere nelle persone. Vedo gente, a prescindere dall'età, dalla condizione sociale e dal sesso, che sembra essere contagiata da un virus abbastanza subdolo da non essere riconosciuto, una specie di disagio che affiora lentamente e non dà consapevolezza. Vorrei dargli un nome ma non posso farlo se prima non cerco di individuarne le cause. E credo di averne scoperta una: il vuoto. Quel vuoto che, con il passare del tempo, si annida nel cervello mentre si cerca di sopravvivere alle regole imposte dal sistema. Un sistema che sta sostituendo giorno dopo giorno, anno dopo anno, l'originalità e la fantasia di ogni essere umano con una stirpe omologata di consumatori in nome di qualcosa che ha un nome autoritario e altisonante: legge di mercato. Una legge che sollecita fortemente la commercializzazione e la spettacolarizzazione e che viene inculcata quotidianamente nelle esistenze di cittadini potenziali consumatori. Bisogna commerciare di tutto e di tutto si fa spettacolo perché sia commerciabile così che l'economia possa girare e tutti ci possano guadagnare. E allora via che ci si danna l'anima per produrre, possedere e consumare sempre di più, per sostenere quell'economia che in cambio dà solo assuefazione, come una droga che istupidisce e svuota. Si produce vuoto per consumare vuoto. Ingabbiati, ormai da secoli, all'interno di questo meccanismo e occupati solo a sopravvivere, si accettano i dogmi di chi dice di sapere ciò che è funzionale spacciando per verità inoppugnabili menzogne, ricatti e violenze di ogni genere, mascherandoli da democrazia e libertà, che nella legge del mercato trovano compiuta espressione. Viene a meno la forza di riflettere e di discernere e subentra la rassegnazione.
Riflettere è sempre stato pericoloso e lo è ancora. Riflettere può significare farsi domande che cercano risposte, può risvegliare quella fame di senso che non accetta i soliloqui dei poteri di qualsiasi tipo perché si arriva a comprendere che il potere è solo autoreferenziale e quindi falso. Può ridare la consapevolezza che vivere dignitosamente possa voler dire riscoprire sé stessi, la propria vitalità e identità liberandosi dai condizionamenti che dissacrano l'esistenza favorendo la perpetuazione di caste oligarchiche che da secoli usano catene fisiche o mentali per soggiogare le menti.
Ognuno di noi può essere artefice di una verità che collimi con il senso e la gioia della vita e non esistono autorità di alcun genere a cui ci si debba inchinare come a sommi sacerdoti depositari di strane verità rivelate. Siamo noi che abbiamo la responsabilità del nostro patrimonio intellettuale ed emotivo. Siamo noi i proprietari di quel mondo di energie che ci vengono sottratte e incanalate ogni giorno nella direttrice del consumo per generare profitti secondo la sacra legge del mercato. Siamo noi e nessun altro.
Riflettere è pericoloso, porta a ribellarsi e quindi a rinascere. A riscoprire quello spirito libero, quella fierezza della propria indipendenza che porta a sottoporre tutto al vaglio della ragione, la nostra. 

18 febbraio 2018

Non so se ho l'età per farlo...

Non so se ho l'età per farlo, ma ogni tanto mi piace ancora ragionare sull'amore, sui rapporti di coppia, quelli che io non ho e credo non avrò più ormai. Ho ribadito più volte il mio piacere nella solitudine e non lo rinnego affatto, però vorrei soffermarmi su di un altro modo di essere in coppia: un rapporto che preveda lo stare insieme senza doversi per forza fondere in un'unica entità, senza pianificazioni e obiettivi comuni da raggiungere per essere definiti innamorati. Quello che ho inseguito tutta la vita e che non sono mai riuscita a costruire con nessuno perché, di solito, quando ci si riconosce in una coppia subentrano meccanismi di possesso, fedeltà, convivenza e convenienza che, a mio parere, non fanno altro che inibire le personalità. Non dico che non siano giusti (a parte il possesso), ci sono coppie che riescono a stare insieme tutta la vita e ne sono entusiaste ma credo che per arrivare a questo ci sia un prezzo da pagare: l'uno deve per forza adeguarsi all'altro, smussare le diversità, fare finta, insomma, che tutto vada bene anche se in realtà si tratta solo di sopportare. So che questo ragionamento farà storcere il naso ai tanti che diranno che per amore si fa questo ed altro ed hanno ragione: le diversità sono ovvie e se si ama qualcuno lo si ama per le sue caratteristiche, i suoi pregi e i suoi difetti. Però, siccome niente è per sempre (e questa me la dovete passare perché è vero!), passato l'entusiasmo e la passione dei primi mesi, o anche anni non dico di no, in cui tutto sembra superabile e persino divertente, arriva il momento dei compromessi: ci si comporta in un certo modo per non dispiacere all'altro, anche se quel certo modo può non esserci così congeniale. Anche questo può essere giusto, bisogna però dimenticarsi della libertà di essere sé stessi. Ci si adegua per amore, si soffocano gli istinti per amore, si modificano le abitudini per amore. Ma allora, se l'amore ci costringe a cambiare, è ancora amore o solo voglia di stare insieme a qualcuno e lo si fa per paura di rimanere soli?
Ammetto che questo mio modo di pensare può derivare da esperienze non del tutto positive che hanno acuito una certa insofferenza ai compromessi coercitivi (anche se nella vita di tutti i giorni e specialmente nel lavoro sono già ampiamente costretta ad accettare), però questa idea dell'amore l'ho sempre coltivata...con continui insuccessi ovviamente. 
Ed è proprio questa: 
Rispetto quello che si è, per la strada, per la verità e la storia dell'uno e dell'altro.
Camminare insieme anche se gli orizzonti potranno essere diversi.
Liberarsi da tutte le aspettative, lasciar andare tutto quello che si crede "dovrebbe essere" e di tutto ciò che si "dovrebbe fare" per soddisfare i bisogni dell'altro. 
Liberarsi anche dal pensiero di quello che si crede dovrebbe essere l'amore per rispettare la propria unicità. 
Un amore che non giudichi, che non faccia male, che non imponga e non tolga. 
Un amore che liberi onorando l'altro, un amore che preveda lo stare insieme ma anche la possibilità di solitudine e viva esclusivamente nel presente.

Questo è quanto e questa è anche la ragione per cui la mia anima gemella si deve essere persa in qualche viaggio extraterrestre nel tentativo di cercarmi. 

09 febbraio 2018

Poveri e disagiati costituiscono un problema didattico.

Non ho figli che devono andare al liceo ma se li avessi mi informerei sul sito del ministero dell'istruzione per decidere quale scegliere in base alle valutazioni che ciascuno da di sé. E a giudicare dalle autopromozioni potrei far istruire i miei figli in uno di questi fulgidi esempi, il Liceo classico D'Oria di Genova:

“Il contesto socio- economico e culturale complessivamente di medio- alto livello e l’assenza di gruppi di studenti con caratteristiche particolari dal punto di vista della provenienza culturale (come, ad esempio, nomadi o studenti di zone particolarmente svantaggiate) costituiscono un background favorevole alla collaborazione e al dialogo tra scuola e famiglia, nonché all'analisi delle specifiche esigenze formative nell'ottica di una didattica davvero personalizzata”.

Esempio che hanno seguito anche i più prestigiosi di Roma e Milano puntando sul classismo e facendosi un vanto del fatto di avere fra i propri iscritti una percentuale molto bassa di neri, nomadi e handicappati, cosa che, secondo loro, favorirebbe la coesione e l'apprendimento.
La denuncia è partita da Repubblica e la ministra Fedeli è insorta, ci mancherebbe. Mi viene però da chiedermi perché c'è bisogno di questa alzata di scudi. Ogni genitore dovrebbe boicottare questi istituti senza se e senza ma, isolarli e privarli dei contributi economici di cui si vantano per sostenere "l'ampliamento dell'offerta formativa". E' la prima cosa da fare che mi viene in mente per combattere questo classismo mai estinto....poi penso che siamo in un periodo di conformismo malato, di paure collettive dalle quali si pensa di scappare chiudendosi nei propri limiti. C'è diffidenza esasperata e rifiuto a priori delle differenze. E cerco di capire come qualche genitore possa sentirsi rassicurato da chi offre un processo di apprendimento al riparo dalle mescolanze, credo che pensino di proteggere i propri figli. E' ovvio che sentendo la parola "prestigio" si possa pensare ad un futuro migliore, è quello che tutti sperano. Ma poi dico no, le menti non si aprono se si percorre sempre la stessa strada in circolo. Per imparare, imparare veramente, c'è bisogno di uscire dal cerchio ristretto del "noi" e conoscere quello che c'è al di fuori, aprirsi alle mille sfumature della vita, comporre il puzzle della realtà con tutte le tessere di tutte le forme e colori.
Ora non voglio fare di tutta l'erba un fascio, le scuole sono tante, diverse e per fortuna non tutte hanno quel tipo di ambizioni ma tutte, indistintamente, dovrebbero veicolare messaggi di inclusione e uguaglianza, sono princìpi irrinunciabili che non vanno modificati, mai. 
Altrimenti diventa pura ipocrisia lo stupore per il consenso popolare del killer di Macerata.

04 febbraio 2018

Sconcerto.

Sono di pochi giorni fa le celebrazioni del giorno della memoria in cui si sono espresse condanne a non finire e in cui si è ribadito da più parti l'allarme per una certa ideologia nostalgica che non si nasconde più e si sta estendendo a macchia d'olio. Tante belle parole per celebrare, come si fa da tempo come un bel compitino, e a cui da tempo avrebbero dovuto seguire fatti concreti mai messi in atto.
Ed eccolo il fascismo che si copre le spalle con la bandiera tricolore per ribadire la sua appartenenza, e saluta a mano tesa, orgoglioso del suo passato e perentorio nel suo gesto. 
Tutti a condannare certo, la politica delle parole non si tira indietro, ma ci sono troppi ma...
C'è Salvini che rifiuta la violenza ma sposta la colpa sui tanti mali causati dall'immigrazione. 
C'è Cangini, candidato con Forza Italia nelle Marche, che afferma che non sarebbe successo niente se Macerata non fosse tra i comuni italiani con la più alta percentuale di immigrati rispetto alla popolazione residente e se un nigeriano senza permesso di soggiorno non fosse stato lasciato libero di fare a pezzi una ragazza di appena 18 anni. 
C'è Minniti che fa un timido riferimento all'estremismo di destra ma non accenna nemmeno a mettere fuori legge certi movimenti nazionalisti.
Ed ecco il risultato di questi tentennamenti, di queste giustificazioni, di queste non-prese di posizione netta, di questo lassismo menefreghista: 


La pagina ha smesso di essere visibile ma non mancano le esaltazioni su altri gruppi.

Poi c'è questo:


Un comunicato delirante, perfettamente in linea con ciò che è accaduto. E' razzismo. E' fascismo. E fascisti sono coloro che lo inneggiano. A Macerata e ovunque, anche se nessun politico o leader nazionale dalla destra alla sinistra, si azzarda a parlarne troppo apertamente. Non sia mai che la verità faccia troppo male perché fra poco avranno bisogno dei voti e non si può scontentare nessuno, nemmeno i paranoici distorti.
Un consiglio: diffidare sempre e comunque di chi, dopo aver condannato una violenza, aggiunge subito un ma...

Per fare da contraltare alle dichiarazioni di cui sopra, eccone altre di tutt'altra natura:


27 gennaio 2018

Contro il fascismo e il razzismo di ieri e di oggi.

Non sono molto celebrativa e devo confessare che a volte trovo estenuante che così tante giornate siano dedicate alle cose più disparate. Ma il giorno della memoria è qualcosa di diverso, qualcosa che, nonostante i vari altri genocidi che sono stati e sono tuttora perpetrati nel mondo, rappresenta l'apice della crudeltà e della disumanità. Sarà perché ho conosciuto persone che hanno vissuto quell'inferno e faticavano a raccontarlo, sarà perché da ragazza ho passato forse troppo tempo a leggere libri sull'olocausto, sarà perché anni fa sono stata ad Auschwitz e ancora non riesco a dimenticarne l'atmosfera tetra ed evocativa. Fatto sta che quella vergogna mi addolora profondamente. Come mi addolora constatare che i sempre più numerosi rigurgiti dell'ideologia fascista e nazista non vengano presi troppo sul serio in quest'epoca di panico xenofobo in cui lo straniero è percepito come estraneo e nemico e il diverso come minaccia. A poco servono i discorsi istituzionali, i proclami politici, quest'anno perfino elettorali, se non si arresta questa deriva pericolosa. Per farlo ci sono poche cose da tenere presenti: la battaglia delle idee e la forza del racconto. La prima per richiamare la necessità, in ogni epoca e situazione, di non rassegnarsi, di non cedere le armi della giustizia e della ragione per riscattare il meno parzialmente possibile la vergogna (tutta europea) della shoah. La seconda perché la potenza del racconto, la forza del corpo, del viso e delle mani di chi ha visto e testimonia rappresentano la solidità della verità su ciò che è veramente accaduto. E questa potenza va sfruttata in tutti i modi, con tutti i contributi possibili, in modo che queste che sono le ultime voci vive possano avere pubblica riconoscenza. In modo che le angosce, i turbamenti e le commozioni di chi ha vissuto, subito e combattuto possano essere accumulate e testimoniate ancora in futuro.
Spero che quando anche l'ultimo testimone scomparirà le nuove tecnologie si dimostrino all'altezza di questa sfida: mantenere la memoria. Non solo dei fatti, degli eventi e dei nomi, ma soprattutto della natura dei sentimenti e dello scandalo delle emozioni. 
Per questo, per la battaglia del presente e per la sfida del futuro, forse serve ancora nel 2018 il giorno della memoria. 


14 gennaio 2018

Ballando il tango.

Questa notte ho sognato. Un sogno languido, di quelli che ci si sta bene dentro. Pensavo che non era un sogno e me la meritavo quella realtà. Stavo ballando il tango, uno di quelli lenti, dolci e appassionati che cullano con note suadenti. Il mio corpo non mi apparteneva, immerso nell'ovattato silenzio delle sensazioni. 
Stavo ballando con mio padre. Un padre che non ricordavo ma era lui, giovane, prestante e avvolgente. Le sue braccia mi tenevano, mi guidavano e io non sbagliavo un passo. Non lo vedevo in faccia ma il suo respiro mi sussurrava sicurezza. Poi la musica è finita. C'era una porta e sapevo che se ne doveva andare. Volevo dirgli qualcosa ma non sapevo come, avevo paura di interrompere qualcosa che non avrei ritrovato. E finalmente ho visto i suoi occhi, quell'azzurro un po' sbiadito della sua vecchiaia, dispiaciuti, teneri e rassegnati. E gliel'ho detto: "Ti voglio bene papà", mentre mi svegliavo sorridendo.

Mio padre mi ha lasciato cinque anni fa a 98 anni, serenamente, senza soffrire. Siamo stati molto uniti, soprattutto negli ultimi tempi, anche se le lacune dell'età e la sua testardaggine erano spesso motivo di piccoli screzi. Credo di poter dire di essere stata la preferita di tre fratelli, ero la più piccola e forse sono stata la più coccolata, la più seguita e aiutata, ma le sue tenerezze sono sempre state scarse, forse per non intaccare la figura autorevole di un genitore un po' all'antica. Non ricordo che mi abbia mai detto che mi voleva bene, anche se me l'ha dimostrato in mille modi. 
Ma nemmeno io gliel'ho mai detto. 
Questa notte ce lo siamo detti.


13 gennaio 2018

Distinguo.

C'è una grossa ed ovvia differenza fra molestare e corteggiare e credo che la divina  Deneuve faccia una gran confusione equiparando la libertà sessuale con la libertà di importunare. Non so come si comportino quelli che la corteggiano ma io non definirei espressioni di innocente erotismo le palpatine non richieste nella ressa di un tram, le battutine svilenti di un capoufficio o gli assoggettamenti scorretti di chi tiene in mano le carte delle opportunità. Questa non è seduzione, sono solo atteggiamenti più o meno prevaricatori che fanno parte di quella cultura del "provarci sempre e comunque", del "anche se dice no vuol dire sì". Un gioco sporco di chi non sa, o finge di non sapere, qual'è il confine e che non tiene per niente in considerazione una cosa fondamentale: il consenso, indispensabile anche e soprattutto nella libertà sessuale, che altrimenti non sarebbe più tale.
Quello che è vero è che non bisogna mettere tutto sullo stesso piano della bilancia, fare dei distinguo è necessario.
Esiste la violenza sessuale, lo stupro, condannabile senza appello. In questa sfera si esercita chiaramente l'uso brutale della forza fisica, che è un'espressione dell'abuso di potere. Qui la linea di demarcazione è netta, riconoscibilissima, chiara e non ci possono essere malintesi.
Poi c'è un altro abuso di potere, anche questo da considerare con aperta ripugnanza, che è quello esercitato come ricatto sui luoghi di lavoro. Il produttore o il regista che scarta la giovane attrice perché non ha ceduto fa schifo. Il luminare medico che fa cacciare la giovane infermiera precaria. Il super capoufficio che estorce un disgustato sì alla sua segretaria. Il direttore di un supermercato con la cassiera con contratto a tempo determinato. Tutti fanno schifo alla stessa maniera perché ledono il diritto di poter scegliere senza nessun tipo di costrizione e senza temere conseguenze.
Infine c'è quella zona grigia dove la Deneuve si erge impietosita in difesa degli uomini che dicono di sentirsi un po' confusi perché non riescono a capire dov'è il confine fra corteggiamento e molestia. In realtà credo che lo sappiano benissimo, per intuito, sensazione, esperienza. 
Il confine è sempre e solo il consenso. Se arriva un ceffone o una borsettata vuol dire che la mano morta, l'epiteto o i complimenti insistenti non sono graditi e bisogna smetterla. Un sorriso il contrario.
Credo che non ci vogliano dei geni per capirlo. E credo anche che non ci sia bisogno di stilare decaloghi: questo sì, questo no, questo non si dice. Bastano l'intelligenza, l'educazione e il rispetto, in virtù delle quali ciascuno sceglie come e da chi farsi corteggiare ed eventualmente andarci a letto esercitando quella famosa libertà sessuale che non è esattamente essere oggetto passivo di divertimento, triviale o meno che sia, ma soggetto pensante capace di intendere e di volere.

E poi, scusate, ma io sarei anche stanca di sedicenti femministe che usano gli stessi argomenti di Adinolfi. Che si adornano di buone intenzioni e che lo fanno sulla pelle delle altre, cercando di zittire le molte voci delle donne che vogliono semplicemente autodeterminarsi.


10 gennaio 2018

Non basterà il silenzio.

Continuano i naufragi nel Mediterraneo e nessuno ne parla più di tanto. Sì, lo dicono, ma sembra più una statistica che altro, numeri da aggiungere e basta. Come se ci fosse una certa ritrosia nel commentare questo stillicidio, come se ignorarne la gravità potesse sminuirlo, così da sentirne meno la responsabilità. Sì, perché di responsabilità si tratta, e di conseguenze derivate da strategie politiche e commerciali. Ma non mi dilungherò su questo argomento, tutti ne siamo consapevoli e colpevoli, qualcuno più di altri. 
Il pensiero che voglio esprimere è che, guardando negli occhi quelle persone, ci leggo tutta la storia della loro disperazione, le loro speranze tradite e anche la sorpresa, feroce, per la negazione di un diritto elementare: vivere. E mi sento in difetto perché non posso che rendermene conto senza poter fare niente. Quelli che avrebbero il potere di fare qualcosa non si avvicinano nemmeno, non li guardano quegli occhi, la pietà non si addice all'ambizione. Quelli che avrebbero il potere di farlo sono impegnati altrove, a rimescolare interessi e opportunità, a costruire barriere per nascondere ciò che hanno rubato, a seminare l'odio che esce dalla loro pochezza interiore. 
Voglio però consolarmi pensando che tutto questo non si fermerà. Il mondo non si fermerà, non per niente gira in tondo. Tutti siamo migranti, da sempre. Storie e colori si sono fusi e si fonderanno creando sempre nuovi arcobaleni e nuove vite da raccontare. E se non ci fosse chi si oppone al cambiamento non ci sarebbero nemmeno le vittime sacrificali. Dunque rassegnatevi signori del potere, potete ignorarli, speculare su di loro, fingere di essere al sicuro nelle vostre gabbie dorate, ma sappiate che presto o tardi qualcuno le smantellerà. 
Non basteranno il silenzio e le strategie per fermare il cambiamento perché ciò che è semplice evoluzione va avanti da sé e si spiana il cammino, con o senza di noi.



31 dicembre 2017

Finito un anno ne comincia un altro.


Ultimo giorno di un 2107, anno in saldo e d'occasione che sfuma, bonario e crudele come lo sconosciuto che lo sostituirà. Un anno di sguardi, parole, segnali che intrecciano i giorni che sono trascorsi, albe e tramonti, sempre uguali e sempre diversi, un alternarsi di successi e sconfitte. Un anno che si aggiunge nella scatola della memoria, fra quaderni ingialliti e immagini sbiadite.

L'ho già detto, non mi piacciono i bilanci, mi rattristano, ma è inevitabile pensare che un altro anno è passato e un altro pezzettino di vita mi è scivolato fra le dita. Non mi sento vecchia, ho ancora quel po' di energia vitale utile a non abbandonarmi alla senescenza. Mi sento però diversa da qualche anno fa, finito il disincanto ho il cuore che si lecca tante ferite, ma anche la mente più spalancata e gli occhi più vigili. Si cambia e ciò che lo definisce sono proprio le cose impolverate che stanno nella scatola dei ricordi, che fanno la nostra storia e che portano ad avere nuove prospettive, a porsi in modo diverso rispetto ai sentieri che si sono percorsi.

Ora, se credessi davvero che quel numero in più sul calendario potesse essere foriero di qualcosa di positivo, mi augurerei semplicemente di mantenere viva la curiosità e di non lasciarmi contagiare dall'indifferenza. Vorrei avere ancora una piccola regia nel film della mia vita per poter dire con orgoglio che il destino potrà anche starmi accanto ma non avrà certo mano libera. Per il resto va bene tutto, con queste premesse posso affrontare molte cose, compreso il senso di inutilità e impotenza che a volte fa capolino.

Per un augurio corale ribadisco quello che ho scritto aderendo all'iniziativa del Cavaliere oscuro:
Vorrei che ognuno trovasse il coraggio di fare delle scelte autonome, senza appoggiarsi al precostituito o delegare.
Vorrei che si tornasse ad assaggiare il sapore della responsabilità, nel bene e nel male, il senso umano dell'agire secondo coscienza.
Vorrei che si tornasse a pensare, un esercizio che pare dimenticato a vantaggio dei condizionamenti e vorrei infine che le persone si tornassero a parlare e ad ascoltare mostrandosi senza maschere, liberi di essere sé stessi.
Sembra un'utopia...e forse lo è...ma non è peccato sognare...


E continuando a sognare mi adeguo alla ritualità e finisco con un brindisi, che sia portatore di una ventata di aria nuova, spogliandoci di qualcosa di vecchio che stagna dentro di noi e sperando di riscoprire, tutti insieme, l'unico sentimento che ci salva da tutte le derive: l'amore, così che non si sentano rumori di bombe ma solo di baci e musica.


21 dicembre 2017

Eseguire gli ordini.

Io non so cosa hanno pensato quei vigili che hanno fatto la multa ad un senzatetto o che hanno fermato i volontari che cercavano di dar loro un minimo di conforto. L'hanno fatto e basta. "Eseguiamo gli ordini...facciamo solo il nostro lavoro", diceva un certo Adolf Eichmann per giustificare il suo operato di "tecnico specialista" dello sterminio di massa contro gli ebrei.
Ma davvero non c'è responsabilità in chi obbedisce agli ordini quali essi siano? Davvero non c'è un coinvolgimento della coscienza critica? No, solo una banalità di azioni di persone che hanno delegato le proprie scelte agli ordini di altri, sia che si tratti della Shoah sia che si tratti di togliere tutto a chi non ha niente. 
Però, dall'altra parte, ci sono invece persone che si riuniscono, senza ordini né obblighi, e stanno a fianco dei "colpevoli" di povertà. Sentono quella cosa che si chiama compassione (dal latino cum=insieme e patior=soffro) nel senso più profondo di questa umanissima e fondamentale emozione. Sentono la sofferenza degli altri e di conseguenza la voglia, il bisogno, il dovere morale di alleviarla come possono in termini di partecipazione, di solidarietà concrete e attive. Queste persone violano le leggi, non rispettano gli ordini e scelgono, in coscienza, ciò che a loro pare giusto e legittimo, anche se illegale. 
Dunque sono ribelli. 
E allora, cos'è un ribelle? E' colui che sente l'urgenza morale di fare di tutto per eliminare dolori e sofferenze determinati dall'ingiustizia sociale. Ne consegue che disobbedire è un dovere per chi è rimasto umano. Punto.




Da "La banalità del male" di Hannah Arendt
"Il male non ha nulla di diabolico ma apparenza e sostanza ordinarie: non si serve di mostri né ha bisogno di condizioni estreme per compiersi. Il male si nutre dell’assenza di pensiero: quando smette di pensare, di riflettere sul significato delle proprie azioni, quando soffoca la coscienza sotto il comando dell’autorità, anche l’uomo comune può macchiarsi dei crimini più efferati".




27 novembre 2017

Hierofobia.

La rete è (anche) uno strumento eccezionale, si trova qualsiasi cosa. Stamattina mi sono svegliata con il ricordo di me piccolissima che scappavo quando c'erano le benedizioni pasquali. Ho pensato che forse questa stranezza poteva avere un nome e ho scoperto che da piccola soffrivo di hierofobia.  Non sapevo nemmeno esistesse questa parola e che indicasse una fobia: "hierofobia, una paura persistente, anormale e ingiustificata dei curati, sacerdoti o di cose liturgiche". Ho un ricordo netto di questa paura. Abitavamo in campagna, davanti a casa c'era il classico cortile circondato da un muro in cui era stato inserito un grande forno che comprendeva anche una nicchia per la legna. Ecco, quello era il mio nascondiglio ogni volta che il prete veniva a casa nostra o passava di lì (i preti di campagna giravano spesso nelle case per i più svariati motivi). E non c'era verso di farmi uscire finché non ero più che sicura che il prete fosse ben lontano. La stessa paura la provavo quando ero costretta ad andare in chiesa, mi inventavo qualsiasi scusa per restarne fuori e se proprio non ci riuscivo costringevo mia madre a restare nell'ultima fila a ridosso della porta e scappavo come una forsennata appena finiva la messa. Tutto questo si è attenuato crescendo, anzi, direi che si è modificato: non percepivo più paura ma diffidenza verso quelle palandrane nere che potevano nascondere qualsiasi cosa. Diffidenza che è rimasta tale col passare degli anni, accresciuta e giustificata dalle informazioni che man mano arricchivano la conoscenza di quel mondo.
Ero predestinata, fin da piccola. 😄

P.S. Vorrei precisare che non ho niente contro chi crede in qualche essere superiore anche se non condivido l'idea, ce l'ho solo con chi strumentalizza, e secondo me le istituzioni ecclesiastiche questo fanno, oltre ad abusare di un potere conquistato con l'inganno e la crudeltà.

18 novembre 2017

Musica e amore.

Ascolto spesso musica, anche quando lavoro (almeno quello me lo posso permettere) ed è sempre come se m'innamorassi. Mi si riscalda il cuore, il mio umore cambia, mi sento viva. Alcune volte è il potere evocativo della musica che mi riporta indietro nel tempo, a ripercorrere strade abbandonate ma mai dimenticate, altre volte sono solo le note che mi cullano nel profondo riportando a galla la dolcezza di certi sentimenti. Mi ci abbandono, assaporo l'estasi del momento e dimentico tutto il resto. Se non ricordo male è così che ci si sente quando si è innamorati, perduti in un vortice leggero che trasforma un po' la realtà e non a caso spesso gli innamorati scelgono una musica che li rappresenti. M'innamoro sì, ma di che cosa? M'innamoro dell'amore, ne sono sempre stata innamorata, tanto che spesso sbagliavo bersaglio centrando qualcuno che non c'entrava niente. M'innamoro della sensazione, della languidezza e della capacità dell'amore di far sembrare possibile l'impossibile, dei sogni che fa sognare, di quel fluire lento che fa sentire fragili e forti al tempo stesso, di quell'istinto che fa andare senza sapere dove. E così, in un sabato pomeriggio che si preannunciava noioso, ritrovo quella scia che parte da lontano, come un'onda su cui poter navigare. Una candela nel cuore, ispiratrice e destabilizzante...come se la parte migliore di me fosse nascosta...e solo la musica potesse svelarla...


13 novembre 2017

Quando nevica sulla foglia chi ce l’ha se ne leva la voglia.



Lo ammetto, amo di più l'estate, il caldo e il bel tempo, ma non posso non restare affascinata dalla neve che cade. Mette addosso quella certa voglia di rintanarsi, di godersi la casa al caldo e osservare quel paesaggio brumoso dai colori sfumati. Ed è bello vedere tutto imbiancato, quasi che quel candido mantello servisse a coprire le brutture del mondo. I suoni sono ovattati e le persone sono costrette a rallentare i ritmi. La neve e il suo magnifico silenzio. Non ce n’è un altro che valga il nome di silenzio, oltre quello della neve sul tetto e sulla terra.

Respirano lievi gli altissimi abeti,
racchiusi nel manto di neve.
Più morbido e folto quel bianco splendore
riveste ogni ramo via via.
Le candide strade si fanno più zitte,
le stanze raccolte più intente. 
(Rainer Maria Rilke)

Ecco, tutto questo è bellissimo...
Poi ti viene in mente che devi uscire, metterti calze pesanti, scarponi, piumino, sciarpa, guanti, berretto, spalare il vialetto e la macchina sepolta e...tutta la poesia va a farsi benedire!!

12 novembre 2017

Quella mattina di Novembre...


Ci sono momenti in cui la mia mente, annoiata dalla ripetitività dei gesti, si stacca dal presente, va a pescare nei suoi meandri di emozioni e, come bagliori improvvisi dell'inconscio, appaiono i ricordi, testimoni muti dell'incontrovertibile scorrere del tempo. 
Era la prima volta che facevo un gesto così eclatante. Scappavo da casa. Ma non era un'alzata di testa adolescenziale, ero già piuttosto grande e avevo anche una famiglia. Scappavo da una situazione insostenibile, esasperata da accuse, ritorsioni e rinfacci. I compromessi che fino ad allora, volente o nolente, avevo accettato erano diventati nodi scorsoi e andarmene era l'unico modo per non soffocare del tutto. Sì, lo so, scappare è da vigliacchi, i problemi si affrontano. Io c'avevo provato ripetutamente, facendo appello alla logica di comprensione di qualcuno che di logica ne seguiva solo una, la sua, che non si combinava per niente con la mia. Non so se avevo torto o ragione, so che non mi andava più bene e per me era vitale cambiare. E visto che il metodo indolore non era possibile, l'unica strada che sono riuscita a intravvedere era quella di buttarmi tutto alle spalle, rinunciando a tutto ciò che avevo, anche ai sentimenti verso quella famiglia che avevo contribuito a costruire e andarmene, sola, senza sapere cosa avrei potuto fare. E così quella mattina di Novembre di tanti anni fa, sul marciapiede di una stazione grigia di freddo foriero di neve, sono salita sul pullman della mia libertà, destinazione sconosciuta. Ero consapevole degli strascichi, delle difficoltà che avrei incontrato, dei sensi di colpa e perché no, anche dei ripensamenti che mi sarebbero saliti in gola, ma in quel momento stavo andando verso qualcosa che non mi si voleva concedere e che mi stavo prendendo da sola. Ce l'ho fatta quella volta. Ce l'ho fatta altre volte in cui sono ricaduta nella trappola dei compromessi. Ce la farò ora a tenermi quello per cui ho combattuto tutta la vita? Penso proprio di sì, perché questa autonomia che tanti mi hanno negato e che mi regala questa parvenza di equilibrio e serenità è una cosa a cui non potrò mai rinunciare.

06 novembre 2017

Evoluzioni, rivoluzioni o involuzioni di una certa età (a vostra discrezione ma non do delucidazioni).


Alla mia età tante cose cambiano e altrettante cambieranno negli anni a venire se riuscirò a vederli.
E' cambiato il mio approccio con la vita, non sgomito più tanto, cerco solo uno spazio in cui poter sorridere e già questo richiede abbastanza forza, passione e coraggio, tanto che non ne ho per altro.
Non ho più voglia di litigare, guardo quelli che lo fanno e penso che stiano sprecando energie, come ho fatto anch'io per tanto tempo, testardamente, senza rendermi conto che nessuno, nemmeno io, avrebbe mai ammesso di sbagliare.
Non ho più voglia di ascoltare la prosopopea degli illuminati con la sfera di cristallo, quelli che pianificano il futuro e poi rompono la sfera, seminando cocci e fumo per disperdere le previsioni.
Non ho più voglia di parole, ma nemmeno di fatti, mi bastano quelle, forse inutili, che ho detto e fatto. Ora mi metto da parte, ascolto solo ciò che ho voglia di ascoltare, parlo poco e agisco moderatamente, quel tanto che basta per scrollare un po' di polvere dalla mente sperando di ritrovarla lucida.
Non faccio più scalate verticali, i miei obiettivi si snodano su percorsi pianeggianti, agevoli e brevi, perché non vale più il per sempre, importa oggi, o al massimo domattina se proprio voglio fare uno sforzo di prospettiva.
Non ascolto più le critiche (ma questo non è cambiato per niente), non ne faccio e sorrido alle cattiverie, alle invidie e alle gelosie di chi non ha ancora imparato a vivere con sé stesso.
Non mi interessano più le attenzioni, non le elemosino e non le cerco, non mi camuffo per piacere, sono quel che sono, con i cedimenti mentali e strutturali, le rughe e i capelli un po' imbiancati che mi permettono di affrancarmi dal “tirarmi a lucido” e dal seguire mode vanesie e diete frustranti. Ora finalmente non devo più dannarmi l'anima per cercare di essere sempre sulla cresta dell'onda.
Insomma, questa età per me è paragonabile ad una liberazione!
E pensare che bastava solo fare un po' di pulizia intorno, così come la si fa in casa, buttando ciò che non serve o non piace più, facendo delle scelte con la consapevolezza di ciò che conta davvero. Quella consapevolezza che mi terrei ben stretta se potessi tornare indietro nel tempo, così da rendere meno arduo il divenire. Ma tornare indietro non si può, quindi me la godo adesso, mi impegno a coltivarla e....vedremo che succederà...a 65 anni si può fare...che dite?



28 ottobre 2017

Alla prossima. Arrivederci. See you.

La poesia è lingua e come lingua crea sinapsi tra cellule nervose, i neuroni del cervello umano; dopo una poesia sconcertante, il cervello umano inizia a lavorare diversamente, cambia il modo con cui vediamo il mondo e tutto ciò che ci accade. In questo modo la poesia cambia il mondo. E poiché i neuroni e le sinapsi sono miliardi di miliardi, ci saranno sempre nuovi poeti che scuoteranno il nostro pigro cervello.

"Incline alla fuga" di Sotirios Pastakas

Li voglio tutti intorno a me, a portata di mano
gli oggetti dello sconforto: 
alcol, sigarette e telecomando, 
per aggiunger canali e sottrarre colore, 
tanto che il futuro sembra
una macchia variopinta e oscura.
Sprofondato così sul canapè dello sconforto,
disperso fra fumo, alcol e schermo nero, 
mi sembra più facile ritirarmi, 
abbandonare il mio involucro
senza che nessuno s’accorga che manco a me stesso,
lasciare il bicchiere pieno 
e le sigarette accanto al mio corpo,
davanti al televisore acceso
senza neppure salutare, senza nemmeno dirvi
"alla prossima", "arrivederci", "see you".


14 ottobre 2017

E' ancora lunga la strada.


Dunque: ci sono delle donne che hanno fatto sesso con un uomo molto potente in un certo ambito professionale e, a distanza di tempo, dichiarano di essere state costrette a farlo per continuare a fare un certo lavoro. Il tipo molto potente non ha rotto costole o dato pugni, ha semplicemente usato la sua situazione di potere per obbligare le suddette donne a fare sesso con lui, pena l'emarginazione da quell'ambito e quindi la possibilità concreta di non lavorare. Detta così, prescindendo dai nomi famosi e dai contesti hollywoodiani, sappiamo che è una cosa che succede quotidianamente in molti ambiti lavorativi, dove c'è uno stronzo/a che ha potere (posto che le femmine acquisiscono posizioni di potere più di rado rispetto ai maschi, ma questo è un elemento fattuale che non inficia la validità del ragionamento) e ne abusa per i suoi scopi personali, che possono essere sessuali ma anche no, diciamo scopi personali di varia natura. E' orrendo da dire, ma è la prassi. E se si vuole lavorare, o peggio, non si può fare a meno di quel lavoro, si tace, altrimenti ci si può anche scansare, ma le conseguenze? Quindi, gridiamo pure allo scandalo, indigniamoci e facciamo processi , ma restiamo ben consapevoli che è il potere che fa tutto questo, ed è il potere che va combattuto. 
Ok, questa è ideologia e smetto subito. Mi preme però sottolineare che il caso che ha fatto tanto scalpore in questi giorni non ha niente di diverso, segue la prassi, solo che lì c'entrano prepotentemente il sesso e le donne. E quando ci sono di mezzo il sesso e le donne succede inevitabilmente che gli uomini, da una parte, si sentono immediatamente legittimati a qualificare le donne come zoccole e che le altre donne, dall'altra parte, si sentono in dovere di prendere le distanze dal loro comportamento al mero scopo di dichiararsi pubblicamente meno zoccole di loro. Entrambi, questi uomini e queste donne commentatori a valanga, dimostrano di non aver colto, o di non voler cogliere, il punto focale, cioè che in un rapporto con il potere può capitare di soccombere anche quando quel potere non viene esercitato attraverso la coercizione fisica, ma mediante condizionamenti di tipo diverso. 
E dimostrano anche che il maschilismo è ancora drammaticamente presente nelle loro reazioni scomposte, uomini e donne che gli danno voce e corpo.


09 ottobre 2017

La barca come allegoria della vita.

Una bella poesia di Jacques Brel , il cantore della tenerezza. Noi come barche a vivere la vita. Ognuno di noi è una barca. Ognuno si può riconoscere in una di esse.


Conosco delle barche

Conosco delle barche
che restano nel porto per paura
che le correnti le trascinino via con troppa violenza.

Conosco delle barche che arrugginiscono in porto
per non aver mai rischiato una vela fuori.

Conosco delle barche che si dimenticano di partire
hanno paura del mare a furia di invecchiare
e le onde non le hanno mai portate altrove,
il loro viaggio è finito ancora prima di iniziare.

Conosco delle barche talmente incatenate
che hanno disimparato come liberarsi.

Conosco delle barche che restano ad ondeggiare
per essere veramente sicure di non capovolgersi.

Conosco delle barche che vanno in gruppo
ad affrontare il vento forte al di là della paura.

Conosco delle barche che si graffiano un po'
sulle rotte dell'oceano ove le porta il loro gioco.

Conosco delle barche
che non hanno mai smesso di uscire una volta ancora,
ogni giorno della loro vita
e che non hanno paura a volte di lanciarsi
fianco a fianco in avanti a rischio di affondare.

Conosco delle barche
che tornano in porto lacerate dappertutto,
ma più coraggiose e più forti.

Conosco delle barche straboccanti di sole
perché hanno condiviso anni meravigliosi.

Conosco delle barche
che tornano sempre quando hanno navigato.
Fino al loro ultimo giorno,
e sono pronte a spiegare le loro ali di giganti
perché hanno un cuore a misura di oceano.


P.S. Come giustamente specifica Mario Antioco Duprè, questa poesia è stata resa famosa da Brel, ma è stata scritta da Marie Annick Retif.

07 ottobre 2017

Le ricette di un senatore della Repubblica per ovviare agli stupri.

Ormoni e istinto primordiale per spiegare lo stupro, un linguaggio dell’odio di cui si può già compilare un aforismario:


Ecco, questa è l'arretratezza culturale di un'alta carica istituzionale, uno che ci rappresenta ai massimi livelli e svolge anche il ruolo di legislatore. Ma la cosa allucinante è che questo tizio non ha detto niente di speciale perché moltissime persone sono d'accordo con lui. E allora il problema non sono gli stupri, o meglio, non solo quelli: il problema è che esiste un atteggiamento culturale, caratterizzato dalla mancanza di rispetto, per cui alcune persone non controllano le proprie pulsioni. Ma il fatto che non le controllino non significa affatto che siano "incontrollabili", sono controllabilissime, basta "volerle controllare". 
E questo è il solo problema culturale fra chi, dentro di sé, ritiene leciti certi comportamenti e chi, invece, capisce cosa vuol dire un "no", pensa alle donne come persone libere e uguali e non confonde l'istinto sessuale con l'istinto violento. Si chiama "EDUCAZIONE".

In risposta ai suoi consigli, caro senatore, avrei anch'io qualcosa da proporle: faccia in modo di pensare prima di parlare e se non ne ha l'abitudine, cerchi in quel suo vuoto neuronale, forse qualcosa è rimasto, altrimenti faccia silenzio....potrebbe persino sembrare intelligente.



26 settembre 2017

Flower Power


Le innumerevoli guerre combattute nel corso della storia hanno sempre scandito il tempo e fatto da catalizzatore per moltissimi processi politici e sociali, che hanno visto la luce in molti casi anche in opposizione alle guerre stesse. È certamente il caso della guerra del Vietnam, la prima guerra mediatica della storia, il primo conflitto ad essere entrato direttamente nelle case dei cittadini per mezzo della televisione.
Mentre in Vietnam la guerra provocava morti e atrocità indicibili, negli Stati Uniti e in tutto l’occidente nascevano fenomeni di aggregazione e di protesta attiva contro l’intervento militare in atto, che portarono centinaia di migliaia di manifestanti in piazza, come successe il 21 ottobre del 1967, quando una folla immensa si radunò nei pressi del Lincoln Memorial di Washington, per marciare verso il Pentagono.
Le diverse anime del vasto movimento di opposizione alla guerra avevano preparato diverse azioni simboliche per spingere il governo degli Stati Uniti a ritirare i propri contingenti dal Vietnam, dalla rappresentazione di un esorcismo fino a quello che rimase solo un pianificato “bombardamento” del Pentagono con dei fiori, che avrebbero dovuto essere lanciati da piccoli velivoli.
Fu durante quella giornata, in cui pure non mancarono scontri e arresti, che venne scattata una delle foto simbolo del pacifismo e della opposizione alla guerra: erano gli anni del “Flower Power”, in cui, pur non riuscendo a lanciarne sulle stanze dove la guerra veniva decisa, gli attivisti mettevano fiori nelle canne dei fucili. Nessun fucile sparò fiori nei mesi successivi, ma l’opinione pubblica, già colpita dalla guerra in sé, dovette ascoltare le ragioni di chi con coraggio si alzava in piedi e diceva di non starci.

Dalla pagina Facebook di Cannibali e Re

10 settembre 2017

Passeggiando con le nuvole.

Stamattina ho passeggiato con le nuvole. 
Primo giorno di pioggia, quella vera, continua e persistente. Quella che non si vedeva da tempo, agognata e necessaria. 
E mi piace. 
Mi piace l'atmosfera malinconica che prelude ad una stagione di rimpianti, di ricerca di calore e di nidi confortanti. 
Mi piace l'odore della terra che beve, il rumore delle gocce sulle foglie non ancora pronte a cadere, il nuovo sapore dell'aria che si lava. 
Mi ritrovo in questo tempo delicato, pronto al cambiamento e capace di rigenerarsi.

27 agosto 2017

Una musica in testa.

A volte capita di canticchiare un motivetto che non molla per tutto il giorno, così, senza una ragione particolare. Io questa mattina mi sono svegliata con in testa una canzone che ho ascoltato per anni, tanto tempo fa, una ballata country dolcissima cantata da Sammi Smith. 
C’è un uomo che chiede a una donna di togliersi il nastro dai capelli. Scioglili e lasciali cadere sulla tua pelle. Vieni vicino a me, stiamo così fino alle prime ore del mattino. E le dice che non gli importa di sapere chi dei due ha ragione e che non proverà a capire. E che il diavolo si prenda il domani, che comunque non è a portata di vista, mentre ieri se n'è già andato. In fondo le sta solo chiedendo un po’ del suo tempo perché ha bisogno di un amico. 
Aiutami a sopravvivere alla notte, le dice così. 
Ecco, credo che questa canzone abbia in qualche modo impresso in me una certa idea dell’amore, come un soccorso tra vecchi amici. Forse non è la forma più smagliante, la più brillante, la più seducente, la più desiderabile in cui possa presentarsi l’amore, ma è un gran bel modo di volersi bene, secondo me. 
E a volte è la forma migliore che possa avvolgerti. 
Un velo, appena si alza l’aria fredda.


15 agosto 2017

Il dolce far niente.

Fuori c'è il silenzio dei giorni pigri, solo qualcuno che, tardivo, si insinua nell'asfalto vacanziero. Mi godo ancora quel po' di fresco che avanza dal mattino senza pensare a cosa farò. Potrei fare mille cose, ma anche rimandarle a domani o dopo, niente me lo impedisce: la cucina, il lavoro, gli impegni, tutto riposa, la fretta è bandita per il momento. Non ho ascoltato le notizie, non ho letto i giornali, il mondo gira, succede di tutto , ma io stacco. 
Mi invento fluttuante e leggera dentro una bolla di sapone che mi trasporta altrove, là dove si fondono pensieri e immagini e danno vita a note musicali quasi inesistenti, per non disturbare la fragilità dell'aria che mi solleva.
No, non mi avrete. Mi oppongo a qualsiasi cosa che non sia questa sensazione di poter dire...dopo...forse...non so...
Non mi accoderò all'euforia del giorno e nemmeno della notte, non mi allaccerò a nessuna idea originale e non praticherò nessun rito propiziatorio. 
Il mio ferragosto è questo: un dolce far niente fino a domani, ma anche dopodomani e anche dopo dopo....per qualche giorno almeno. 
Poi finirà, lo so, la bolla scoppierà e io mi ritroverò, come sempre, con i piedi ben piantati per terra, ma per ora questo è.



13 agosto 2017

Il cambiamento richiede coraggio.

Ci hanno insegnato cosa era giusto e cosa era sbagliato, quali erano i pensieri creativi e quali i distruttivi, ci hanno indicato le persone da non frequentare e quelle da prendere ad esempio, i luoghi da visitare e quelli dai quali dovevamo tenerci alla larga.
Eravamo convinti di fare la cosa giusta, e sentivamo la coscienza urlare.
Abbiamo sofferto ed abbiamo gioito, abbiamo distolto lo sguardo, e con sfida abbiamo puntato dritto negli occhi degli altri e abbiamo deciso di crescere. 
Abbiamo sconvolto la nostra vita e quella di chi ci stava vicino, ma anche di quelli che da una certa distanza ci osservavano.
Quel non voler deludere chi credeva in noi, ma nello stesso tempo quel non volere deludere noi stessi, dopo che avevamo deciso di allargare i nostri orizzonti. 
Perché ciò non metteva a dormire la nostra coscienza, ma la rendeva libera da costrizioni esterne.
Il cambiamento richiede coraggio, e l'accettazione da parte di chi quel coraggio ancora non l'ha trovato.