15 agosto 2017

Il dolce far niente.

Fuori c'è il silenzio dei giorni pigri, solo qualcuno che, tardivo, si insinua nell'asfalto vacanziero. Mi godo ancora quel po' di fresco che avanza dal mattino senza pensare a cosa farò. Potrei fare mille cose, ma anche rimandarle a domani o dopo, niente me lo impedisce: la cucina, il lavoro, gli impegni, tutto riposa, la fretta è bandita per il momento. Non ho ascoltato le notizie, non ho letto i giornali, il mondo gira, succede di tutto , ma io stacco. 
Mi invento fluttuante e leggera dentro una bolla di sapone che mi trasporta altrove, là dove si fondono pensieri e immagini e danno vita a note musicali quasi inesistenti, per non disturbare la fragilità dell'aria che mi solleva.
No, non mi avrete. Mi oppongo a qualsiasi cosa che non sia questa sensazione di poter dire...dopo...forse...non so...
Non mi accoderò all'euforia del giorno e nemmeno della notte, non mi allaccerò a nessuna idea originale e non praticherò nessun rito propiziatorio. 
Il mio ferragosto è questo: un dolce far niente fino a domani, ma anche dopodomani e anche dopo dopo....per qualche giorno almeno. 
Poi finirà, lo so, la bolla scoppierà e io mi ritroverò, come sempre, con i piedi ben piantati per terra, ma per ora questo è.



13 agosto 2017

Il cambiamento richiede coraggio.

Ci hanno insegnato cosa era giusto e cosa era sbagliato, quali erano i pensieri creativi e quali i distruttivi, ci hanno indicato le persone da non frequentare e quelle da prendere ad esempio, i luoghi da visitare e quelli dai quali dovevamo tenerci alla larga.
Eravamo convinti di fare la cosa giusta, e sentivamo la coscienza urlare.
Abbiamo sofferto ed abbiamo gioito, abbiamo distolto lo sguardo, e con sfida abbiamo puntato dritto negli occhi degli altri e abbiamo deciso di crescere. 
Abbiamo sconvolto la nostra vita e quella di chi ci stava vicino, ma anche di quelli che da una certa distanza ci osservavano.
Quel non voler deludere chi credeva in noi, ma nello stesso tempo quel non volere deludere noi stessi, dopo che avevamo deciso di allargare i nostri orizzonti. 
Perché ciò non metteva a dormire la nostra coscienza, ma la rendeva libera da costrizioni esterne.
Il cambiamento richiede coraggio, e l'accettazione da parte di chi quel coraggio ancora non l'ha trovato.




09 agosto 2017

Ci sono ancora...nonostante tutto.

Mi sorprende che ci siano ancora visite in questo blog. Mi fa piacere, sia chiaro, mi dispiace solo di non essere più così presente, di non avere più tempo per quel mettere nero su bianco che, a volte, mi dava anche soddisfazione. E' un periodo così, pieno di giornate frenetiche di lavoro che si concludono con una stanchezza frustrante. Giornate non prive di tensioni e malumori che cerco comunque di combattere perché non sarei io se mi lasciassi piegare. Combatto ripetendomi che non sarà certo un po' di lavoro in più che mi si costringe a fare che riuscirà a intaccare il mio equilibrio e sforzandomi di mettere a profitto quei pochi minuti di tempo libero per dissetare la testa con un libro, un po' di musica, una passeggiata...un niente da fare. Per non perdere del tutto il contatto con la mia mente, per far sì che resti curiosa e pensante in attesa di momenti migliori. Ecco, adesso, per esempio, potrò godere di un paio di settimane di ferie (quale benevolenza!!!) e la prima cosa che faccio è scrivere qui, per dire che....niente, che ci sono ancora, che sto bene nonostante una dolorosa contrattura muscolare beccata proprio il primo giorno di ferie (che curiosa coincidenza, vero?) e che vorrei lasciar vivere questo spazio (anche se a volte penso che non abbia più senso...ma è un mio problema irrisolto quello di trovare sempre un senso per tutto), nonostante le assenze prolungate e le forti pressioni esterne che mi vorrebbero indefessa e succube lavoratrice e basta. No, cari signori datori di lavoro, voi vi prendete la mia energia fisica, una grossa parte del mio tempo valutandoli anche molto poco, ma non avrete mai la mia fantasia, la mia curiosità e la mia autonomia mentale. 
E se non scriverò spesso sul mio diario virtuale, pazienza, lo farò quando potrò, tanto qui sono e qui rimarrò, in mezzo a tutto il fluire interconnesso di pensieri, parole e immagini che è questo mondo.

27 giugno 2017

Mi lascio un po' di vuoto per certi oceani dentro...

...perché mi viene da mettermi in discussione, da chiedermi se questa che ho intrapreso con tanta convinzione sia la strada giusta o se sono stata talmente brava da riuscire nell'inganno migliore: mentire non agli altri ma a me stessa. Che qualcuno dice che è la stessa cosa, ma io a questa cosa qui non ci credo. E allora sì, ogni tanto penso che le stelle siano banali, che i tramonti non servano a niente, che le verità, quelle verità così inseguite, sbandierate, manipolate, incastrate, ribaltate non abbiano poi tutta questa importanza. Mi viene da affidarmi a quel "vada come vada", perché se il mondo inciampa, prima o poi si rialzerà, anche senza che gli presti la mia stampella. Mi viene da rivalutare la mediocrità in un'epoca di geni, talenti, santi, eroi, modelli, guru. Perché, nonostante l'accettazione dell'impotenza, non è ancora spento l'essere contro quella superbia che si alza come marea perpetrando una fede che però dinnanzi alle catastrofi vacilla e si ritira, scoprendo vulnerabilità e incapacità.
Sì, sono sempre contro, ma mi guardo le mani e interpreto quei segni, quelle macchie un po' più scure, un miscuglio di sensi e di apparenze, di vividi orizzonti e profonde acque scure. Di notte ancora mi inseguono i sogni, ma di giorno gioco a tressette e contraggo mille parole in un "sto".


03 giugno 2017

Di nuovo...

Di nuovo estate. Di nuovo quel sogno accarezzato. Il librarsi degli uccelli sminuisce il mio desiderio. Loro sì, loro sono tornati, e di nuovo se ne andranno, mentre io resterò, aggrappata ad un bisogno che di volare non avrebbe certo necessità, basterebbe mettersi in cammino con quell'impertinenza che non ritrovo più tanto spesso, così soffocata dal quieto vivere. Ma risento ancora l'odore di quell'estate, per questo il sogno continua a ripresentarsi, reale e impossibile, sollecitato e intramontabile, nonostante gli inverni che si susseguono imperterriti. Vedo ancora quella luce, quei colori. Ricordo i battiti del cuore, ansia e gioia insieme. Ricordo la speranza che tutto si avverasse a dispetto del non-senso del sentire. Ricordo la fine, ovvia e inconclusa. Sensazioni esaltanti e cieche visioni della realtà che ancora si ripercuotono contrastanti. E' ancora tempo? C'è ancora modo? Sollecito i miei pensieri nascondendomi da me stessa e avvio il rewind: forse sì, forse no, forse non dipende da me...
A te ti sento dentro come un pugno...




16 maggio 2017

Ambaradan

Noi usiamo questa parola per definire un allegro caos, mentre il dizionario De Mauro riporta: "grande confusione, baraonda". Forse però non tutti conoscono la triste origine di questo modo di dire che sfata il mito di "italiani brava gente" e ci ricorda un periodo storico che può rimpiangere solo chi non lo ha vissuto o si nutre di propaganda fascista. 
Amba Aradam è una montagna (Amba appunto) che si trova in Etiopia e che fu teatro di un crimine orrendo: il massacro di centinaia di donne, vecchi e bambini col terribile gas dell'iprite.
Dal ’29 il Duce, in un attacco di megalomania, decise che l’Italia sarebbe dovuta tornare come ai tempi dell’Impero Romano: aquile imperiali, fasci littori e, soprattutto, colonie. L’Etiopia poteva andare bene, un territorio ricco e un esercito povero.
Fu così che l’Italia nel ’35 decise di attaccarla e nel ’36 Mussolini dichiarò la nascita dell’Impero.
Quello che la storia non ci dice o tenta di nascondere sono le porcate che seguirono. In particolare la battaglia di Amba Aradam, il monte nelle cui grotte si rifugiò una compagine dell’esercito etiope, con donne, anziani e bambini al seguito, decisa a non darla vinta agli invasori.
Mussolini ordinò di stanarli ma l’impresa risultò non priva di difficoltà. Così si decise di fare intervenire i granatieri muniti della famigerata iprite, un gas che provoca la morte fra indicibili sofferenze. I sopravvissuti, circa 800 furono fucilati subito dopo. Ulteriori sopravvissuti, specie donne e bambini rifugiatisi nei meandri delle molte caverne che perforavano il monte furono sterminati a colpi di lanciafiamme.
Fu una carneficina, fu una devastazione totale, un' irrazionalità contro ogni norma della convenzione di Ginevra. Una vergogna ignorata per anni, che solo nel 2006 sarà riportata alla luce, grazie al giovane Matteo Dominioni, dottorando italiano all'università di Torino, che, partendo da un malloppo di documenti rinvenuto per caso nell'ufficio storico dello Stato maggiore dell'Esercito, si è messo sulle tracce del massacro.
Ma nonostante tutto se ne è parlato poco, pochissimo. Un bellissimo articolo di Paolo Rumiz, uscito su Repubblica il 22 maggio 2006, è l'unica cosa dettagliata che si riesca a trovare in rete sull'argomento; in Italia solo quattro città hanno dedicato una via al nome di questa strage: Roma, Genova, Mestre e Padova. 
L'orrore è stato coperto per anni clonando una nuova parola che avesse un significato completamente diverso e che ricordasse, nella memoria di tutti, qualcosa di totalmente diverso. E quando cerco di capirne il motivo mi viene in mente soltanto una parola: vergogna! 
Ora è Alessio Lega, uno dei rappresentanti più coerenti del canto sociale, che riporta alla memoria questa ennesima barbarie con una canzone che può sembrare un tormentone estivo ma che è invece una lucida denuncia della ferocia del colonialismo italiano. 
Il video e il testo.


Ambaradun ambaradiro ambaradan
ambaradun ambaradin banbero

Che cosa mai vorrà dire Ambaradan:
una parola così sbarazzina
“ma che casino, cos’è ‘sto Ambaradan?”
una reminiscenza abissina

sull’altopiano dell’Ambaradan
ci siamo appena sporcati le mani
abbiamo fatto solo un po’ di Ambaradan
noi brava gente, noi tanto italiani

Ambaradun ambaradiro ambaradan

Sotto le grotte dell’Ambaradan
c’erano donne, coi vecchi e i bambini
sopra le grotte dell’Ambaradan
arrivano i nostri soldatini

col gas d’arsina e le bombe all’iprite
fanno saltare con i lanciafiamme
bravi cristiani che fanno le ferite
nel sacro cuore di tutte le mamme

di mezzo migliaio di monaci copti
di mezzo milione di negri ammazzati
butta la pasta che sono tutti morti
faccetta nera ora è cotta e mangiata

abbiamo fatto solo un po’ di Ambaradan
poi siamo tornati immemori e vivi
a scrivere il mito dei bravi italiani
che sono più inetti non meno cattivi

Ambaradira ambaradura ambaradira ambaradura

Ambaradun ambaradiro ambaradan
ambaradun ambaradin banbero

Che cosa mai vorrà dire Ambaradan
colonialisti più buoni e più forti
abbiamo portato le strade nel deserto
per il grande viaggio di tutti quei morti

l’Ambaradan è la macchia dell’oblio
sul monumento a Rodolfo Graziani
sui gagliardetti di Nassirya
sono i due marò che fucilano gli indiani…

08 maggio 2017

...caffè e sigaretta...

Un nuovo mattino, caffè e sigaretta. Assaggio l'aria fresca e ascolto i rumori della strada ancora timidi di luce soffusa. Nella testa ci sono pensieri che ballano e fuori neppure un gallo che canta.
Un nuovo giorno che mi tiene per mano e mi consola: "Sarà diverso, vedrai. Si scioglieranno i nodi, si cancelleranno i resti e il passato si nasconderà in un cassetto". 
Ma, a volte, quel cassetto si apre da solo e butta fuori disordinatamente immagini non ancora concluse, istantanee sfuocate che si riappropriano nitide del presente e ne fanno un concerto di perché con note in attesa.
Provo a mentire a me stessa, ma i gesti abituali mi sconfessano. Anche allora, anche prima, anche dopo, è sempre un nuovo inizio, un nuovo mattino. Non ci si libera del passato, emigra, ma come gli uccelli poi ritorna, si attacca alle spalle e i pensieri sembrano gufi...e i gufi non cantano al mattino...

15 aprile 2017

Ho bisogno di tempo.


Per fermarmi a sentire l'esistere. 
Ho bisogno di tempo per sviare l'ansia dell'inquietudine e farne bagaglio da disfare. 
Per viaggiare con la mente al di fuori delle idee, dei contratti, dei mantra e dei sodalizi. 
Per raccogliere frantumi di senso e farne mosaico.
Ho bisogno di tempo per distinguere la passione, perderla per cercarla, coccolarla e poi lasciarla andare. 
Per scegliere il vizio e farne virtù. 
Per annusare la noia e perderne il sapore.
Ho bisogno di tempo per togliere etichette e cucire la fantasia. 
Per allentare gli elastici e respirare. 
Per veder crescere una pianta e assaggiarne la gratitudine.
Per smettere l'urgenza e centellinare il desiderio.
Scusate...esco a fare due passi...forse torno...

06 aprile 2017

Un mondo sordo.

Il gas, subdolo e vile come chi lo usa. Fu creato, guarda un po', dai nazisti e usato da chi quei metodi ripercorre. Ma non è da adesso che inorridiamo di fronte a queste stragi, sono anni che si continua ad uccidere, per il potere, per il dominio o anche solo per lo sterminio. Perché il consiglio di sicurezza dell'ONU ha questa impennata di indignazione? Forse che le morti per i gas sono più gravi di quelle avvenute con altri metodi? 
Siamo di fronte ad un mondo sordo che sembra dire: "puoi uccidere ma non con le armi chimiche!"
A me viene da pensare principalmente a due cose: a quel cinismo di ritorno che ammanta le nostre vite, quelle impotenti di cittadini comuni che si rendono conto di non poter far nulla se non gridare una frustrante indignazione per la morte, i gas, le stragi, per tutte le guerre indistintamente, e a quel cinismo opportunista ben rodato dei grandi e piccoli professionisti della geopolitica, che potrebbero fermare i massacri ma decidono in base a convenienze, alleanze, circostanze e situazioni.
E’ un quadro cupo, apparentemente senza vie d’uscita. 
Come l’attuale realtà dove tutti gli attori interni ed esterni dovrebbero tornare sui propri passi, accettare censure, praticare ritiri, restituire sogni a quei bambini a cui rubano la vita. 
Ma non lo fanno.





03 aprile 2017

E' che non ho niente da dire.


Si può parlare di tutto, sempre, dovunque, gli argomenti non mancano, ma sto vivendo una specie di apatia che mi toglie la voglia di partecipare, come se tutto fosse già detto, ripetuto, consumato. Mi assale l'inutilità del reiterare e aspetto qualcosa che distolga i pensieri dalla protettiva morbidezza del quotidiano. Cerco l'originalità nello scorrere lento del tempo che sempre si ripete incurante dei miei desideri.
L'alba, il giorno, la notte cambiano la percezione del buio o della luce che li accompagna, tutto il resto è.....noia? No, l'inquietudine che mi perseguita continua a farmi domande, ma c'è una certa stanchezza disillusa nel cercare risposte che si nascondono troppo bene.
Mi siedo per trovare riposo nel mio camminare e una pioggerellina leggera mi sorprende impreparata. Forse avrei dovuto guardare il cielo prima di partire...le nuvole dicono sempre qualcosa...

27 marzo 2017

Subdolamente...

Basta guardare la tv, sfogliare riviste o semplicemente guardare cartelloni pubblicitari. Ce n'è un po' dappertutto: trucchi, suggerimenti, inviti ad essere belle, snelle e sembrare giovani il più a lungo possibile. E non certo per ragioni di salute ma per "piacere" (a chi poi non è dato sapere). Reggiseni push-up che modellano il seno spingendolo verso l’alto grazie a particolari imbottiture secondo cui i nostri seni dovrebbero essere a prova di gravità. Costosissime creme antirughe e tinture di capelli che dicono che l’età è qualcosa da dissimulare ad ogni costo. Maquillage per nascondere le lentiggini, modellare la dimensione degli occhi del naso o degli zigomi. In primavera poi impazza la "prova bikini" che altro non significa che se una donna non ha un corpo perfetto, il mare se lo deve scordare per decenza. Per non parlare del proliferare degli interventi estetici (vere e proprie brutalizzazioni del corpo) che propongono miracoli e ci rendono tutte meravigliosamente uguali, copie perfette delle bambole di plastica. Tempo fa in rete ho letto anche di una strana diavoleria: l’"esaltatore delle labbra" in sostituzione del botox. Il suo funzionamento si basa su una specie di meccanismo di aspirazione, di risucchio delle labbra, che va ad influenzare la circolazione del sangue, facendo sembrare la bocca più grande. E non ci vuole molta fantasia per immaginare i commenti dei maschietti a corredo dell'articolo.
Ecco, per me anche tutto questo è violenza, subdola e pericolosa. Una violenza simbolica non fisica ma indiretta, che viene esercitata attraverso l'imposizione di una determinata visione del mondo e dei ruoli sociali, rafforzando gli stereotipi e incasellando ognuno in un suo spazio predefinito. Una violenza talmente interiorizzata e naturalizzata al punto da credere che le cose "sono sempre state così", rendendo i valori e gli spazi all'interno della società non solo indiscutibili ma persino immutabili. Violenza subdola è convincere le donne che i loro corpi non sono perfetti e hanno bisogno di un ritocco. Violenza subdola è suggerire comportamenti per adeguarsi agli stereotipi.
Per sottrarsi a questa violenza bisogna prendere coscienza di sé, incrementare l'autostima e l'autodeterminazione, essere consapevoli delle scelte, decisioni e azioni sia nell'ambito delle relazioni personali che in quello della vita sociale. 
E sottrarsi a questa violenza significa non alimentare il bisogno di riaffermazione dell'egemonia patriarcale che trae sostentamento dalla trasmissione di valori culturali e morali che giustificano posizioni dominanti e privilegi inconsistenti. 

22 marzo 2017

Sono giorni strani...

Sarà l'accavallarsi di tante sensazioni diverse, o forse solo la stanchezza di tanti giorni frenetici. 
Fatto sta che inseguo solo i ghirigori dei miei pensieri. 
Sono giorni in cui, piuttosto che esprimermi, osservo, perché ho fame di capire, come se ancora ci fossero talmente tante cose da sapere che quel poco che so non può farmi stare tranquilla.
Sono giorni in cui le persone, anche quelle a cui voglio bene, mi danno insofferenza, una strana sensazione di disagio, e mi viene da chiedermi chi è che sta dentro ad una gabbia: sono io che guardo gli altri dietro alle sbarre o sono gli altri che guardano me rinchiusa?
Ricordo un particolare: da piccola guardavo degli uccellini dentro una grande voliera e pensavo che anche loro mi vedevano attraverso una rete, e forse anche loro potevano pensare di me la stessa cosa. Sapevo che era il loro lo spazio più piccolo e chiuso, ma non riuscivo a togliermi dalla testa che fossi io in un'enorme gabbia e che il mondo fosse dentro la voliera. Lo dissi a mia madre e lei mi chiese come mi venissero in mente certe cose. Mi venne da piangere.
Ci sono dei giorni strani, come quei giorni qui, colmi del disagio del non capire. 
Ed io li sento in bocca, un po' sgradevoli, come una forchetta con i rebbi storti. Ci si può mangiare lo stesso, ma non è la stessa cosa.
O forse più semplicemente c'è qualcosa di sbagliato in me, da sempre.  

04 marzo 2017

Un pezzo di carta non fa da scudo.

E' di questi giorni la sentenza della Corte di Strasburgo che condanna l'Italia per l'inefficienza riscontrata nel difendere le donne vittime di violenza. Non mi sembra che sia la prima volta, correggetemi se sbaglio, e forse non sarà nemmeno l'ultima, perché di inefficienze siamo esperti.
Elisaveta aveva fatto ripetute richieste d'aiuto alle autorità, inascoltate. Aveva ricevuto protezione in una struttura, ma poi aveva dovuto lasciarla perché non c'erano più fondi per pagare la sua accoglienza. E infine l'epilogo, tragicamente prevedibile. Lei l'ha scampata ma il figlio che la difendeva no.
Le condanne ci sono state, per il colpevole del delitto e per la mancata protezione, ma i fatti restano, implacabili, a svelare condizioni inaccettabili per storie che si ripetono quotidianamente: mali evitabili se si desse il giusto peso e ascolto e se ci si mettesse d'impegno a riempire i vuoti e a correggere gli errori del sistema.
E' inutile la retorica di coloro, spesso rappresentanti delle istituzioni, che di fronte alle violenze, invitano le donne a denunciare. Denunciamo sì, ma poi? Un pezzo di carta non fa da scudo, ci vuole consapevolezza, responsabilità e, soprattutto, volontà di fare, tutte cose di cui la politica altisonante è molto carente.
E prima, prima ancora di certe misure a posteriori, ci vuole rispetto, e non solo per le donne: rispetto per tutte le persone, per i diritti e per la libertà di ognuno. E se non sappiamo più che vuol dire, impariamolo di nuovo, insegniamolo, ficchiamocelo nella testa a martellate che senza di quello non si va da nessuna parte se non nell'abisso in cui stiamo cadendo.
Già, ma che lo dico a fare? Una rivoluzione culturale di tale portata è praticamente un miraggio...
Coraggio donne, che fra poco è l'8 marzo e ci inonderanno di mimose...ma un po' di giallo in mezzo a tutto quel rosso non potrà certo cancellarlo...

01 marzo 2017

Ecco cosa significa proibire, nel 2017.

Che è ben lontano dal prevenire o dall'impedire, come i benpensanti nostrani vorrebbero far intendere. Disconoscere il diritto all'autodeterminazione personale vuol dire solo creare due strade differenti per la sofferenza a seconda del peso del portafoglio. Per uno come Fabo che drammaticamente ha scelto di liberarsi dalla prigione del proprio corpo, tanti altri, in silenzio e senza riflettori, sono condannati al martirio di una vita che non è più. Senza ulteriori considerazioni su chi si arroga il diritto di scegliere per gli altri, trincerarsi ancora dietro al mantra della "tutela della vita dalla nascita alla morte", come vorrebbe un dio che è di casa sul suolo italiano e finanche in parlamento, è solo uno spregevole e vile atto di ipocrisia.

28 febbraio 2017

La libertà non è un bavaglio.

Aderisco all'iniziativa proposta da Vincenzo e Daniele per dire NO al DDL liberticida.


E' stato presentato un disegno di legge per prevenire per prevenire la manipolazione dell'informazione on line, garantire la trasparenza sul web e incentivare l'alfabetizzazione mediatica. Detta così parrebbe un'iniziativa da sostenere.
Peccato però che il testo oscilli pesantemente tra la ridondanza e il rischio di favorire la censura.
Certe forme di reati, diffamazione, diffusione di notizie false e tendenziose, sono già previsti dai codici, ma in questa proposta di legge si nota un eccesso di zelo che si trasforma in un bavaglio bello e buono. Per contrastare campagne razziste, il bullismo, l’apologia del fascismo o simili trasgressioni la legislazione vigente è sufficiente. Bisogna solo applicarla.
Il pasticcio diventa massimo quando si intende regolamentare blog e siti (non le testate giornalistiche per le quali sono già in vigore norme e codici) sotto il profilo della responsabilità editoriale. Nel caso in cui il DDL dovesse passare, chiunque, prima di aprire un blog, sito web privato o forum finalizzato alla pubblicazione o diffusione online di informazioni, dovrebbe inviare tramite Pec tutte le informazioni personali. Inoltre, quando i gestori rintracciano un contenuto “falso, esagerato o tendenzioso” sono tenuti alla rimozione, pena 5000 euro di ammenda. Ma come giudicare un contenuto “esagerato” o “tendenzioso”? O quando una campagna è “volta a minare il processo democratico”? Per non equiparare la rete alle testate giornalistiche, si sostituisce la registrazione presso il Tribunale con la notificazione (sempre al Tribunale) via posta elettronica certificata (Pec).

Un contributo al caos, non alla trasparenza. Uno strumento come questo sarebbe, in sostanza, un insperato alleato di un’eventuale deriva antidemocratica dell’Ordinamento. Anziché favorire la libertà di espressione e di confronto, vero antidoto alle notizie false, si pensa un quadro repressivo che al massimo provocherebbe un temuto effetto raggelante, portando qualsiasi persona a desistere dal commentare o dallo scrivere qualsiasi cosa in rete nel timore che qualcuno possa ritenerla una fake news.
Insomma, l’età digitale è un nuovo mondo, che evoca approcci e culture inediti e creativi, il mero “proibizionismo” fa solo peggiorare la situazione. Bisogna invece costruire un clima di opinione maturo ed adeguato su cui lavorare. La coscienza digitale è un pezzo decisivo della cittadinanza democratica e solo così si può forse limitare il fenomeno tragico delle “bufale”, o degli atteggiamenti incivili e simbolicamente violenti.
L’iter parlamentare del disegno di legge non è ancora avviato. Un appello va rivolto alle senatrici e ai senatori proponenti. Ci si fermi, per ripensare alla materia in maniera adeguata, raccogliendo il coro critico pressoché unanime che si è sollevato nei giorni passati.


Aderiscono all'iniziativa anche:

L'Agorà


26 febbraio 2017

Non mi interessa..(voglio sapere)


"Non mi interessa che cosa fai per guadagnarti da vivere,
voglio sapere che cosa ti fa soffrire e se osi sognare di incontrare il desiderio nel tuo cuore. 

Non mi interessa quanti anni hai, voglio sapere se rischierai di sembrare ridicolo per amore, per i tuoi sogni, per l'avventura di essere vivo.  

Non mi interessa quali pianeti sono in quadratura con la tua luna, voglio sapere se hai toccato il centro del tuo dispiacere, se sei stato aperto dai tradimenti della vita o ti sei inaridito e chiuso per la paura di soffrire ancora.  

Voglio sapere se puoi sopportare il dolore, mio o tuo,
senza muoverti per nasconderlo, sfumarlo o risolverlo.  


Voglio sapere se puoi vivere con la gioia, mia o tua;
se puoi danzare con la natura e lasciare che l'estasi ti pervada dalla testa ai piedi senza chiedere di essere attenti, di essere realistici o di ricordare i limiti dell'essere umani.  


Non mi interessa se la storia che racconti è vera,
voglio sapere se riusciresti a deludere qualcuno per mantenere fede a te stesso; se riesci a sopportare l'accusa di tradimento senza tradire la tua anima.  


Voglio sapere se puoi essere fedele e quindi degno di fiducia.  

Voglio sapere se riesci a vedere la bellezza anche quando non è sempre bella; e se puoi ricavare vita dalla Sua presenza.  

Voglio sapere se riesci a vivere con il fallimento, mio e tuo,
e comunque rimanere in riva a un lago e gridare alla luna piena d'argento: "Sì!"  


Non mi interessa sapere dove vivi o quanti soldi hai,
voglio sapere se riesci ad alzarti dopo una notte di dolore e di disperazione, sfinito e profondamente ferito e fare ugualmente quello che devi per i tuoi figli.  


Non mi interessa chi sei e come sei arrivato qui,
voglio sapere se rimani al centro del fuoco con me senza ritirarti.  


Non mi interessa dove o che cosa o con chi hai studiato,
voglio sapere chi ti sostiene all'interno, quando tutto il resto ti abbandona.  


Voglio sapere se riesci a stare da solo con te stesso e se
apprezzi veramente la compagnia che ti sai tenere nei momenti di vuoto". 


Tratto da "L’invito all’ascolto della vita" di Oriah Mountain Dreamer

24 febbraio 2017

39 anni e non li dimostra.

Sono 39 anni che la legge 194 sull'interruzione di gravidanza è stata emanata e mano a mano che passano gli anni sembra che la sua applicazione risulti sempre più difficile.
La legge arrivò nel 1978 dopo una lunga battaglia e aveva un obiettivo preciso: regolare una situazione che esisteva da tempo e sulla quale l’ipocrisia italiana preferiva stendere un velo di silenzio. L'aborto si praticava negli sgabuzzini delle “mammane” e negli studi professionali dei “cucchiai d’oro”, nelle eleganti e ricche cliniche private al riparo da occhi indiscreti dagli stessi medici che poi pubblicamente si schieravano dalla parte degli abrogazionisti. L'obiettivo era quello di tutelare la salute delle donne che troppo spesso morivano di aborto clandestino e ripristinava un concetto di giustizia sociale evitando che la scelta fosse praticata in sicurezza solo dalle più ricche e fortunate. 
Ecco, sembra che tutti questi anni non siano passati perché non hanno contribuito ad agevolare e a rendere applicabili i princìpi di questa legge.
Gli obiettori di coscienza  sono sempre più numerosi e le donne incontrano sempre maggiori difficoltà ad esercitare questo loro diritto. Le gerarchie ecclesiastiche sono sempre sul piede di guerra e non perdono occasione per snaturare il testo di questa legge mettendo in atto un ostruzionismo indiscriminato.
In questi giorni, l'ospedale San Camillo di Roma ha indetto un concorso per l'assunzione di medici abortisti che, secondo il parere di illustri costituzionalisti, viola i principi della nostra Carta avendo escluso la partecipazione di alcuni (i non abortisti). Al di là degli aspetti giuridici, sui quali comunque resta qualche perplessità, quel che colpisce è la straordinaria sensibilità di alcuni “servitori dello Stato”, come il ministro Beatrice Lorenzin (peraltro protagonista sul fronte dei diritti di alcune controverse e poco edificanti iniziative) che difende la libertà o i precetti di alcuni e dimentica palesemente le libertà di tanti altri. Possibile che il ministro non sappia che negli ospedali italiani la legge 194 viene di fatto boicottata con percentuali di obiettori che superano il 90 %?
La signora ha detto: “Non bisogna esprimere pensieri, ma soltanto rispettare la legge”. Esatto.
Ma allora, perché, oltre a preoccuparsi del diritto all’obiezione, così massicciamente esercitato dai medici, non ha garantito altrettanto bene quello delle donne a usufruire nelle strutture pubbliche della legge 194 nei casi previsti dalla normativa?
Ma le parole magiche le ha dette don Carmine Arice, direttore dell’Ufficio nazionale per la pastorale della salute della Cei, che rivolta la frittata a modo suo: “La decisione di assumere al San Camillo di Roma medici dedicati all’interruzione di gravidanza, impedendo loro dunque l’obiezione di coscienza, snatura l’impianto della legge 194 che non aveva l’obiettivo di indurre all’aborto ma di prevenirlo. Predisporre medici appositamente a questo ruolo è una indicazione chiara”.
Obiezione: sicuramente la legge aveva l’obiettivo di prevenire l’aborto ma aveva soprattutto un altro obiettivo, molto chiaro e preciso: consentire alle donne, nei casi previsti, di farne ricorso.
Il problema dunque è sempre quello: con gli obiettori in maggioranza assoluta di fatto quella legge viene sabotata, svuotata e violata con le drammatiche conseguenze che spesso la cronaca ci riporta.
I diritti sono diritti e un paese civile dovrebbe impegnarsi in modo che vengano rispettati. Probabilmente è vero che quel concorso non è propriamente rispettoso della Costituzione, ma ciò non toglie che i diritti vadano assicurati e al momento uno dei due (quello all’obiezione), al contrario di quel che sostiene don Arice con un’evidente forzatura dialettica, è stato tutelato molto più di quello che la legge riconosce alle donne.
Sarebbe stato bello se in quest'Italia delle corporazioni, una delle più potenti, quella dei medici, con senso di responsabilità si fosse posta il problema e lo avesse risolto attraverso i propri organismi professionali.
Sarebbe stato bello non essere indotti a pensare che questo Paese non si sia mai allontanato dalla situazione di quarant'anni fa: pubbliche virtù (teologali) e robusti arricchimenti privati.

21 febbraio 2017

Manifestazioni, multe e scissioni.

In questi giorni non si fa altro che parlare del PD. C'è una separazione in corso, scissione la chiamano. Io non vedo altro che baruffe e, sinceramente, le trovo piuttosto infantili. Sì, è vero che c'è di mezzo un partito maggioritario e che potrebbe esserci problemi per il governo in carica, ma quand'è che questi signori diventeranno grandi e cominceranno a preoccuparsi dei disagi delle persone invece che delle loro poltrone? Non che io abbia fiducia in loro, ma, in teoria, sarebbero dove sono apposta per farlo.
Non si parla d'altro, dicevo. E invece per me le notizie sono ben altre. Una di quelle che ha attirato la mia attenzione è stata quella della multa da 4.000 € ad un camionista che portava aiuti ai terremotati di Amatrice. Un gesto di solidarietà che vede coinvolta gente comune che sente come dovere aiutare chi, in questo momento, ha bisogno di fatti concreti per uscire o perlomeno alleggerire una condizione di estrema difficoltà. E credo che questo già di per sé la dica lunga sull'iniziativa spontanea e fattiva che contraddistingue la gente per bene. Gesto che, come accade in mille altre occasioni, si è scontrato con l'ottusità che invece contraddistingue molto bene l'amministrazione pubblica. Non poteva passare da quella strada con un veicolo di quel peso. Bene. Bastava trovare una strada alternativa o caricare ciò che trasportava su altri veicoli. No, multa. Così impara a non disobbedire alle regole e chissenefrega di tutto il resto. E nel PD continuano a litigare per le poltrone.
Un'altra notizia che ha avuto pochissimo riscontro sui media è quella di una manifestazione a Barcellona per chiedere di accogliere più migranti. Una notizia che pare sfuggita, salvo alcuni, ai nostri giornali. Una manifestazione grandiosa non solo per i numeri, ma per il significato: si chiede di accettare un numero maggiore di profughi. Nel 2015 il governo spagnolo si era impegnato ad accogliere più di 17.000 profughi, nel quadro della distribuzione dei profughi nell’Unione Europea; ne ha accolti sinora 1.100. I manifestanti chiedono che gli accordi siano rispettati.
In fondo stanno manifestando a favore di quello che chiede il governo italiano, giusto? E allora come mai questo silenzio dei nostri media? Ah, già, nel PD si stanno separando.

17 febbraio 2017

Ho ascoltato il discorso della madre del ragazzo che si è suicidato a Lavagna e, devo dire la verità, non mi è piaciuto. Rispetto per il suo dolore, ma mi sarei aspettata qualcos'altro. Quella era una predica, non sembrava affatto sconvolta dal fatto che il suo gesto di chiamare la guardia di Finanza a fare la perquisizione in casa potesse aver provocato nel ragazzo un turbamento tale da decidere di fare quel che ha fatto. Questo dubbio imponeva perlomeno il silenzio, nel quale arrovellarsi per i sensi di colpa. Lei voleva toglierseli quei sensi di colpa, giustificando il suo gesto pubblicamente come "dovere" e facendo una specie di "predica" ai giovani sbandati che, impegnati con i cellulari, non si guardano negli occhi.
Ma nemmeno lei ha guardato suo figlio negli occhi, nemmeno lei ha "comunicato" con suo figlio.
Non voglio dire altro, non so niente del suicida e non voglio giudicare oltre una madre che subisce una tale sconfitta. Si sbaglia nella vita, si fanno errori gravi e irreparabili come questo e si sa che il mestiere di genitore è fra i più difficili. Esprimo solo la mia perplessità di fronte alla grottesca imperfezione di uno schierarsi insistente dalla parte di ciò che viene imposto come dovere.
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12 febbraio 2017

Lettera aperta delle api agli umani.

Da A-Rivista Anarchica.

Gentili Umani,
abbiamo letto con piacere le pagine a noi dedicate (”A” 410, ottobre 2016, rubrica “Senza confini” di Valeria De Paoli, Salviamo i pronubi), in cui si parla di ciò che ci sta affliggendo.
Tutte informazioni corrette e vi ringraziamo, ciononostante ci sentiamo di porre l'accento su alcune questioni che, dal nostro punto di vista, non sono state poste nel modo corretto. Citate tra le principali cause della moria della nostra specie pesticidi/insetticidi e parassiti alloctoni. Vero! Ma ci sembra che vediate la pagliuzza, tralasciando la trave. La causa principale del nostro progressivo declino, cari Umani, siete voi e ve ne spieghiamo senza tanti giri di parole il motivo.
Voi avete posto le basi per l'avvio della sesta estinzione di massa; ogni anno grazie alle vostre scelte vengono spazzate via centinaia di specie del mondo animale e vegetale, erodendo ad una velocità sorprendente la biodiversità del nostro sistema.
Vedete, noi potremmo anche far fronte a qualche milione di ettari di agricoltura intensiva trattata con pesticidi, potremmo anche far fronte alla riduzione quantitativa delle aree in cui possiamo cibarci o all'attacco di parassiti che voi ci avete portato, ciò a cui, forse, non riusciremo a far fronte è il cambiamento climatico che produce la scomparsa dell'ecosistema in cui noi viviamo insieme a voi.
Cari Umani, non rivolgete a noi le vostre attenzioni, pensate a voi stessi. Pensate a quello che mangiate, all'acqua che bevete, all'aria che respirate, ai nidi in cui vivete, al sistema sociale che vi siete dati. Noi non abbiamo bisogno di voi, siamo su questa terra da milioni di anni, da molto più tempo della vostra specie ma voi avete bisogno di noi e nonostante tutti gli sgambetti che ci fate, con generosità continuiamo a darvi doni preziosi, che a voi sembrano scontati. L'apicoltura non favorisce la nostra sopravvivenza, favorisce la vostra, ed è per questo motivo, ed unicamente per questo motivo, che dovete sostenerla.
Un ultimo monito dunque: fate attenzione a quale apicoltura volete sostenere, anche da questo dipenderà la vostra conservazione ed è per aiutarvi che abbiamo deciso di dare spazio in questa nostra lettera ad alcuni Umani che hanno a che fare con noi quotidianamente. Vi lasciamo con le loro parole.
Come anarcoapicoltori e apicoltrici vi proponiamo una visione più ampia dell'argomento “declino degli insetti pronubi”. Avete giustamente citato le avversità ambientali e quelle derivanti dall'amata globalizzazione ma avete completamente trascurato i danni causati dalla stessa apicoltura. Con infinita leggerezza, gli apicoltori e le apicoltrici oggi si ritengono i salvatori della biodiversità,trascurando completamente o ignorando volutamente, che molte pratiche apistiche sono alla base della trasmissione di malattie, indebolimento
del sistema immunitario e conseguente perdita di interi alveari.
Non siete apicoltori/apicoltrici e cercheremo di spiegarci meglio.Anche se odiamo essere inclusi nell'elenco degli allevatori, siamo considerati tali. Però non abbiamo a che fare con mammiferi con i quali nei secoli abbiamo sviluppato una certa empatia, ma con insetti! Nell'allevamento apistico si inizia a “svalvolare” completamente così come è avvenuto e avviene tutt'ora nell'allevamento intensivo di mammiferi e volatili.
Siamo alle solite, restare concorrenziali sul mercato a discapito del benessere stesso dell'animale che ti permette di vivere, e allora tutto è lecito: zucchero liquido come fonte di nutrimento, proteine vegetali come soia e lieviti per compensare la mancanza di pollini, esasperazione della produzione spostando gli alveari come fossero roulotte di una carovana circense.
Per non parlare poi del taglio delle ali della regina, dello scambio di telai di covata da un alveare ad un altro per livellare lo stato numerico delle famiglie o l'uso di prodotti non autorizzati per debellare la varria.
Insomma gli umani che lavorano con le api sono attivi e partecipi al processo di estinzione dell'apis mellifera quando l'obiettivo è il profitto.

Brigata api d'assalto
brigataapidaassalto@bruttocarattere.org



La solitudine.

L'ho detto e lo ripeto: amo la solitudine, con i suoi silenzi che sembrano dilatare il tempo e quel pizzico di libertà in più che riesce ad offrirmi. E credo che vivere sola mi metta in una condizione di privilegio per assaporarne appieno i vantaggi. Non me ne vanto, ma difendo il mio essere sola a spada tratta da intrusioni negative che potrebbero incrinare quell'equilibrio che a fatica mi sono costruita e che mi permette di essere me stessa con me stessa e per me stessa. Da quando ho la possibilità di essere in questa condizione, ho imparato a guardarmi dentro senza condanne e a chiedermi tanti perché. Spesso non trovo le risposte, ma è un esercizio che mi permette di conoscermi meglio e gli effetti, che siano positivi o negativi, aiutano una consapevolezza che prima non riuscivo ad avere. Riesco a riconoscere i miei punti di forza, le mie aree deboli e i segnali emotivi attraverso cui distinguo le mie preferenze, i gusti, i bisogni e le mancanze. E riesco anche ad espormi, a quei pochi con cui decido di farlo, senza reticenze di nessun tipo, senza paura di essere giudicata, in modo istintivo e spontaneo.
Non posso affermare di essere diventata una persona migliore come dice questo video, ma posso sicuramente dire che...mi piaccio!



La solitudine è indipendenza: 
l’avevo desiderata 
e me l’ero conquistata in tanti anni. 
Era fredda, questo sì, ma era anche silenziosa, meravigliosamente silenziosa 
e grande come lo spazio freddo e silente 
nel quale girano gli astri.
(Hermann Hesse)


I soli sono individui strani
con il gusto di sentirsi soli fuori dagli schemi
non si sa bene cosa sono
forse ribelli forse disertori
nella follia di oggi i soli sono i nuovi pionieri.

I soli e le sole non hanno ideologie
a parte una strana avversione per il numero due
senza nessuna appartenenza, senza pretesti o velleità sociali
senza nessuno a casa a frizionarli con unguenti coniugali.

Ai soli non si addice l'intimità della famiglia
magari solo un po' d'amore quando ne hanno voglia
un attimo di smarrimento, un improvviso senso d'allegria
allenarsi a sorridere per nascondere la fatica
soli, vivere da soli
soli, uomini e donne soli.

I soli si annusano tra loro
sono così bravi a crearsi intorno un senso di mistero
sono gli Humphrey Bogart dell'amore
sono gli ambulanti son gli dèi del caso
i soli sono gli eroi del nuovo mondo coraggioso.

I soli e le sole ormai sono tanti
con quell'aria un po' da saggi, un po' da adolescenti
a volte pieni di energia a volte tristi, fragili e depressi
i soli c'han l'orgoglio di bastare a se stessi.

Ai soli non si addice il quieto vivere sereno
qualche volta è una scelta qualche volta un po' meno
aver bisogno di qualcuno, cercare un po' di compagnia
e poi vivere in due e scoprire che siamo tutti
soli, vivere da soli
soli, uomini e donne soli.

La solitudine non è malinconia
un uomo solo è sempre in buona compagnia.

11 febbraio 2017

E' che a volte mi sento fuori luogo...

...con i miei valori di giustizia, ricerca della verità, equità sociale e libertà. Mi guardo intorno e sembra che tutto quello in cui ha creduto la mia generazione non abbia più un significato, addirittura sia stato dimenticato. La politica ridotta ad una lotta infinita su temi superficiali, inconcludenti ed estranei alla concretezza; il "dagli al povero disgraziato" come credo collettivo; la comunanza un termine fastidioso; il razzismo e il fascismo nascosti e mascherati in mille pieghe di egoismo; un popolo che delega, che non sa fare a meno di un guru che indichi una strada, una qualsiasi, esimendolo dalla pesante autonomia responsabile...
Forse sono vecchia davvero, forse meglio che taccia le mie ragioni per non infastidire il nuovo che avanza, forse dovrei persino dire grazie alla mia età che non mi permetterà di vederne le conclusioni e intanto mettermi al passo, rassegnarmi a quest'idea di società in cui prevale chi ha la voce più forte, dove non importa il chi e il come ma solo il quanto...
Ma non era questo che avevo sognato...


Mi dichiaro colpevole
di sognare a voce alta
di fidarmi dell’altro
di cercare la poesia.
Mi dichiaro colpevole
di dire quello che sento
di scommettere sul sentire
di credere nel detto.
Mi dichiaro colpevole
di sentire che è possibile
piangere un’assenza
lottare un incontro.
Mi dichiaro colpevole
di vivere un altro tempo
di fidarmi di un gesto
di insistere per la verità.
Mi dichiaro colpevole
Sì.
Mi dichiaro colpevole. 

Araceli Mariel Arreche: "Mi dichiaro colpevole".