31 dicembre 2014

Auguri Italia!


Auguri d'umanità.


Rita Pani trova sempre le parole giuste:

Il problema di far gli auguri alla fine dell'anno, per quello che verrà, è come dire ad una persona che soffre d'insonnia: "Fai bei sogni!"
I sogni si possono anche sognare, ma poi ci si risveglia.
Sono auguri difficili da fare, perché per quanta sincerità ci si possa mettere, tutto suonerebbe terribilmente falso. Quindi inizio con l'augurare cose belle solo a chi le merita davvero, alle persone che son sempre persone, che si distinguono dalla gente, che in qualche modo mi hanno toccato il cuore. Le persone. Che della gente e della gentaglia son stufa da non poterne più.
Inutile augurare lavoro e dignità. Non ce n'è più per nessuno.
Posso augurare e augurarmi, che si possa tornare ad essere umani, e che nonostante la difficoltà della vita, si riesca di nuovo a gioire per le piccole cose, a gioire per le gioie altrui, ad essere tristi davvero per i dolori che sfiorano gli altri. Auguro che "condivisione" non sia solo una parola da social network, ma una regola di vita che possa aiutarci a rendere la vita di tutti un poco meno grama, sapendo che anche la "solitudine" è cosa diversa dall'essere fisicamente soli.
Auguro una vita che non ci faccia più sognare di morire. La serenità necessaria a sentirsi parte del tutto, e non organismi da rigettare.
Mi auguro che si possa tornare tutti a recepire il senso e l'essenza delle cose, che si possa tutti essere annoverati tra gli eroi di questo mondo, che ti fa speciale solo perché sei "normale" – fai il tuo dovere sempre e fino in fondo, hai rispetto di te stesso e dell'altrui, sei civile, onesto. Normalmente "per bene".
Auguro che ci si possa tornare a sentire mentre ci si ascolta, mentre ci si guarda negli occhi, mentre si stringono le mani, mentre si sente l'odore della disperazione altrui, che non dovrebbe essere solo l'ultimo modo che abbiamo per sentirci al sicuro e fortunati.
Forse non so fare gli auguri, perché avrei troppo da augurare ancora.
Quindi mi piacerebbe che fosse l'anno giusto per tornare ad essere coscienti di quanto piccoli siamo rispetto a tutto il resto, e che questo ci fosse sufficiente a ricordare che basterebbe poco, in fondo, per essere qualcosa in più di numeri o molecole disperse a caso in questo mondo.
Non è più tempo di auguri festosi, brillanti e scoppiettanti: è tempo d'augurarci di poter tornare ad essere vivi, veramente.
Rita Pani (APOLIDE)



28 dicembre 2014

Da "Il pensiero inelegante" di Francesco Erspamer.

Il liberismo non è solo un sistema economico. È un sistema ideologico, una struttura mentale. Che si basa su un unico principio, molto semplice: chi ha avuto successo, non importa come, meritava di averlo. Il giudizio morale è in sostanza a posteriori: i valori non esistono in sé ma solo come attributi del potere, del denaro e della celebrità. Ovviamente a queste condizioni non ha senso parlare di etica; per la contradizion che nol consente, avrebbe detto Dante: una virtù retroattiva è vuota come un’assoluzione preventiva.
Però i liberisti non leggono Dante: molti di loro si definiscono conservatori e parecchi affermano di credere in Dio e di appartenere a una Chiesa. Mentono: non intendono conservare nulla, tanto meno i classici, e non credono in nulla al di fuori di sé stessi. Più di qualsiasi altro regime della storia il neocapitalismo liberista disprezza e sistematicamente distrugge il passato, le tradizioni, l’ambiente, le comunità. Perché il liberismo pretendere di essere la realtà, l’unica realtà, l’unico pensiero; e il passato, le tradizioni, l’ambiente e le comunità testimoniano la possibilità di alternative: e non come sogni o utopie ma come esperienze già accadute e dunque possibili.
In altre epoche la resistenza contro gli abusi e la violenza del potere doveva fondarsi sulla promessa di un mondo nuovo. Il consumismo globalista ha reso inefficace questa promessa, abusandone: ogni giorno la sua pubblicità e i suoi media inventano nuovi desideri, propongono nuovi futuri, garantiscono magnifiche sorti e progressive. Per questo un’efficace lotta contro il neocapitalismo non potrà che essere etica e culturale: una lotta per i beni comuni, i valori comuni, le memorie comuni.

Finish. Start.

A fine anno non tiro le somme, la matematica non è mai stata il mio forte. Lo disse anche Bukowski ai suoi tempi ed è così anche per me. Non faccio bilanci e nemmeno propositi, so benissimo che non servono, nè gli uni per meditare sugli errori nè gli altri per non farne più. Però è sempre la fine di un anno sul calendario e l'inizio di un altro, sempre sul calendario, e gli inizi mi sono sempre piaciuti, sanno di rinnovamento, di curiosità e di messa alla prova. E' un cambiamento e i cambiamenti mi danno nuova vitalità, nuova energia mentre ho una gran paura dell'appiattimento e della consuetudine perchè non generano stimoli e non fanno lavorare il cervello. 
Qualcuno mi direbbe che sarebbe anche ora di tirare i remi in barca, già tanto ho fatto e disfatto, già tante sono le prove che ho affrontato con successo o meno e ormai il tempo che mi rimane non è poi così tanto da pensare a cambiamenti che potrebbero stravolgermi la vita. 
Ed è anche vero, non penso a rivoltarmi come un calzino. Con un po' d'orgoglio sono contenta di ciò che sono, di quello che mi sono conquistata in termini esistenziali. 
Però ho bisogno di obiettivi per continuare ad esserlo, senza quelli cadrei sì nell'appiattimento e non mi sentirei affatto orgogliosa. 
E gli obiettivi possono essere tanti ancora, o pochi per ora, o anche piccoli magari, facilmente raggiungibili e di lieve gratificazione, ma non importa, l'essenziale è che ci siano. Non ne farò un elenco ora, non per motivi di spazio ma perchè ancora non so quali saranno, le circostanze me lo diranno, giorno dopo giorno, ora dopo ora, non mi serve la fine o l'inizio di un anno, mi serve il materiale su cui lavorare. 
I propositi li lascio a quelli che pensano di avere tutto sotto controllo, ai pianificatori e agli intransigenti. 
Io non ho certezze, ho solo dei dubbi e ormai ho imparato che nessuno sa nulla di sé e del proprio futuro, ancora meno se il proprio futuro dipende da altri. Per questo mi faccio sempre tante domande e...spesso non trovo le risposte....figuriamoci se posso fare dei propositi!!!






Nelle mie parole, 

ciò che penso.
 
Nei miei silenzi, 

ciò che sento.

25 dicembre 2014

Auguri

Auguri 
a tutti coloro che vivono in questa stagione un po’ folle e senza criterio, 
a chi sa bene che non si può restare immobili di fronte alle ingiustizie 
 e a chi sceglie di lottare senza ferire neppure un corpo, mai, 
perché non è di sangue e ferite 
che sono fatte le lotte. 
Auguri 
a chi riesce a liberarsi dalle ossessioni, incluso quelle che vi portano a massacrare l’esistenza a gente che non la pensa come
voi e auguri a chi pur nella diversità sa mostrare rispetto e sa confrontarsi avendo in mente una cosa seria e difficile da fare:  
abbattere i muri.

Dal blog di Eretica

24 dicembre 2014

Lettera a Babbo Natale



E venne l'inverno che uccide il colore
e un Babbo Natale che parlava d'amore
e d'oro e d'argento splendevano i doni
ma gli occhi eran freddi e non erano buoni.... (Faber)



Compra! Compra, bambino, senza paura: non sarai mai troppo grande per credere in me e nei doni che ti porterò. Prendendo in prestito la frase di un amico: chiedi e ti sarà dato! Tuo, Babbo Natale


Di Marco Maggio da L'intellettuale dissidente.

Caro Babbo Natale,

Il Natale è arrivato e a ricordarlo non è solo il calendario, ma una bombardante, incessante, prepotente e ridondante tempesta di messaggi pubblicitari apparsi ovunque. Pensiline del tram e mezzi pubblici tutti, televisione e schermi fratelli, tablet e smartphone cugini e ogni altro palcoscenico dello Spettacolo ha aperto il sipario al Natale, o meglio, a te, al papà del Natale: a Babbo Natale, appunto. Carico di offerte e occasioni irresistibili, tu, caro Babbo Natale, prometti, dolce e rassicurante sotto la barba bianca e il vestito rosso pensati anni fa per te da Coca-Cola, in una crasi riuscitissima con la figura cristiano-cattolica di San Nicola, mondi di felicità ultraterrena.

Un paradiso pagano, quello promesso dalla tua puntuale pubblicità natalizia, che, al posto di quello cristiano (il quale garantisce la pace eterna in Cristo a patto della buona condotta del fedele sulla Terra, semplificando obbligatoriamente), augura prima e assicura poi felicità plurime e sinestetiche al solo patto di consumare. Dal Capitalismo Divino teorizzato e riproposto fra gli altri da Groys, Macho e Weibel (e che si rifà, chiaramente, a Il capitalismo come religione di Benjamin), si flette ora un “calendario divino”: ecco arrivare uno dei suoi giorni più importanti e sicuramente il più importante per Sua Maestà Le Capitale. La differenza ontologica principale tra il culto cristiano (s’intende, tra la felicità promessa al fedele che riconosce in Cristo il Messia), cui il citato San Nicola fa da testimonial, e quello natalizio-pubblicitario, che invece nomina te, Babbo Natale, mascotte ufficiale, si riassume in maniera esemplare in questa frase di Benjamin: “Il capitalismo è il primo caso di un culto che non toglie il peccato, ma genera colpa/debito”.

La democratizzazione del lusso, fenomeno già ampliamente spiegato sociologicamente e tra i più considerevoli degli ultimi decenni, trova porto sicuro nei profumi dei grandi marchi, per fare un esempio su tutti. Quale mezzo migliore del profumo, e quindi della sua pubblicità, per richiamare ad abboccare all’esca i pesci in cerca di quel che luccica. Proprio loro, i profumi, che sono stati pensati per rendere omaggio agli dei antichi tramite offerte che venivano tributate per fumo (per fumum, appunto): nulla di più vicino al profumo del nuovo dio, Mr. Capitale, della sua stessa pubblicità.Sotto forma di fumo, insomma, il Mercato natalizio e la Pubblicità del suo Spirito ci inebriano di piccoli simulacri che chiamiamo “regali”, con la speranza che portino un po’ di quel paradiso in cui nessuno più sembra aver fede autentica.

Caro Babbo Natale, quest’anno sarebbe assai piacevole ricevere questo, come regalo: meno fumo, più Verità.

Che la festa cominci!

Noi partiamo un mattino con il cervello in fiamme, 
con il cuore gonfio di rancori e di desideri amari, 
e andiamo cullando al ritmo delle onde 
il nostro infinito sul finito dei mari.
Alcuni sono lieti di fuggire una patria infame, 
altri l’orrore della loro nascita, altri ancora, 
astrologhi sperduti negli occhi di una donna, 
la tirannica Circe dai pericolosi profumi.
Ma i veri viaggiatori sono soltanto quelli 
che partono per partire; 
cuori leggeri, simili agli aerostati, 
essi non si separano mai dalla loro fatalità e, 
senza sapere perché, dicono sempre: 
“Andiamo!”
I loro desideri hanno le forme delle nuvole.

Charles Baudelaire

23 dicembre 2014

Mi piacciono le domande e i “forse” , 
adoro i dubbi. 
Perché ci stimolano, 
ci portano a percorrere nuovi sentieri. Spingono i vascelli ad uscire dal porto, 
per navigare nel mare aperto, 
nell’oceano delle nuove conoscenze. 
Le domande più utili che ci poniamo sono quelle alle quali al momento 
non sappiamo ancora rispondere. 
Perché portano ad interrogarci, 
aprono nuove porte. 
Sono i “dubbi”, i “non so” e i “forse” che aprono le porte dell’infinito. 
Perché il “forse” è uno dei nomi 
 della fantasia, della ricerca, dell’infinito cercare…

Agostino Degas

Mi piacerebbe.....

 
Ci costruiamo case fatte di ipocrisia e di rassicuranti bugie. Le abitiamo con rumori sempre più vari e forti per coprire la voce della nostra anima che invoca libertà. 
Ci proteggiamo dal caldo, dal freddo, dalla pioggia, 
dallo sferzare del vento ma non riusciamo più a proteggerci da noi stessi . 
Ci diciamo liberi e padroni della nostra vita ma non riusciamo a spezzare i lacci che ci tengono legati al nulla. Viviamo da folli nelle prigioni 
che abbiamo costruito da soli. 
Pretendiamo di organizzare e motivare la vita degli altri. 
E non sappiamo più essere spontanei, 
non sappiamo leggerci dentro.

Ecco, mi piacerebbe che tutti noi imparassimo 
ad essere autentici, 
a lasciarci lavare dalla pioggia 
e ad asciugarci sotto un sole di rinnovamento, 
ad ascoltare la voce del mare ed il sibilo del vento. 
Mi piacerebbe che ognuno di noi potesse 
leggere negli occhi dell'altro, 
senza veli, 
riconoscendosi 
e ritrovandosi in un mattino gelido come questo,
sentire il calore, 
sentire l'amore. 

non voglio mica la luna!!!

Ecco le parole giuste per le feste e per ogni giorno dell'anno


Ho un problema: 
quest'anno mi mancano le parole 
per fare gli auguri. 
Fateveli da soli.

Stille Nacht


20 dicembre 2014

Lo “scarso rendimento” dei diritti

di Alessandro Robecchi per Pagina99
Piano piano, il Jobs Act prende forma, ed è pronto il primo decreto attuativo. Tra le cause di licenziamento economico con indennizzo (che verrà stabilito in un altro decreto attuativo) c’è lo “scarso rendimento” del lavoratore, una cosa abbastanza difficile da quantificare. E così va a posto un altro tassello della legge sul lavoro: l’assoluto, totale, incontrovertibile potere dell’imprenditore di decidere che lavora e chi no. Chiedere diritti, condizioni migliori, razionalizzazione di orari e mansioni, domandare chiarimenti su strategie aziendali, contestare decisioni ingiuste o perniciose per i lavoratori, sono tutte cose che potranno essere rubricate alla voce “scarso rendimento”, per decisione univoca e incontestabile del datore di lavoro. Si compie così con un decreto attuativo la sostituzione del Charlie Chaplin di Tempi moderni con il volonteroso e crumirissimo Gian Maria Volonté di La classe operaia va in paradiso. E anche quella non operaia, ovvio. Ma soltanto se non è colpevole di “scarso rendimento”, che diamine, non vorrete che il paradiso venga paralizzato da una scarsa “flessibilità in uscita”, no?

18 dicembre 2014

Se la pressione mediatica, le continue esortazioni a sentirvi personalmente offesi dai tribunali indiani (“Un altro schiaffo dall’India” intitola l’organo del neocapitalismo italiano, il Sole 24 Ore), vi costringe a sprecare empatia per i due marò, prendetevela con chi li ha mandati lì. Prendevela con chi continua a giocare ai soldatini da un palazzo romano circondato da carabinieri e poliziotti, con il preciso scopo di distrarci dalle truffe che sta organizzando a nostro danno: la migrazione all’estero della Fiat, per esempio, o la privatizzazione del sistema pubblico, o le Olimpiadi a Roma.

Racconto un sacco di balle, ma se lo chiamo storytelling…

Mi sembra che gli unici a vedere la realtà per quello che è e a mostrarcela siano gli scrittori umoristici.
Alessandro Robecchi da “Micromega” del 10 dicembre 2014
Dicesi storytelling un complesso sistema di pubblicazioni, notizie, modi di comunicarle, stili innovativi, segnali mediatici, ripetizioni ossessive perché il concetto entri anche nelle teste più dure, nuovi approcci, citazioni. Insomma un po’ tutto quello che una volta si chiamava “comunicazione” e ora fa più fico dirlo in inglese. «L’arte del raccontare storie impiegata come strategia di comunicazione persuasiva», dice il vocabolario. Ecco. Ora va da sé che il confine tra storytelling e leggenda metropolitana è un po’ labile e viene ogni giorno superato. Molto spesso invece impatta con la realtà con la potenza di un frontale tra camion e allora si crea un effetto lisergico: da una parte lo storytelling, e dall’altra quello che succede veramente. Ora si può scegliere, naturalmente: abbeverarsi alla leggenda, che si ripete nella speranza che qualcuno la prenda per vera, oppure guardare ai fatti.
Immaginiamo, per esempio, un medio imprenditore tedesco, o cinese, che voglia investire qui. Potrà valutare lo storytelling corrente e ben oliato dai media – ottimismo, ripresa, riforme, Jobs Act, camice bianche, ministri da copertina, modernità, parole inglesi – oppure valutare lo stato delle cose: leggi complicatissime, giustizia lenta, corruzione, malavita, er Guercio, il mondo di mezzo e altro ancora. Potrà leggere i discorsi “luminosi e progressivi”, oppure i titoli delle inchieste in corso. I recenti fatti di cronaca, per esempio, rendono l’attuale storytelling governativo, tutto incentrato sul futuro, un po’ fuori luogo. Bella storia, insomma, ma smentita ogni giorno. Si è provato, è vero, all’inizio e per un annetto a ridicolizzare che si opponeva al racconto sorridente, ottimista e positivo (“gufi”, è già parola soprassata, sepolta), ma poi le smentite della realtà si sono fatte implacabili, e quel racconto, quello storytelling, oggi non sfonda più, non conquista.
Non perché gli manchino elementi di fascino: a chi non piacerebbe essere moderni, carini, sexy, glamour, con un’economia frizzante e un governo di ragazzini ben pettinati? Piuttosto perde credibilità perché fornisce immagini troppo distanti dalla realtà che si vive ogni giorno. In certi casi, insomma, anche se è inglese e fa fico, costruire un elaborato racconto – una narrazione – troppo lontano da quel che accade può trasformarsi in autogol. Un caso di scuola è l’uso del concetto di “futuro” per la nuova classe dirigente renzista. Lasciamo da parte gli slogan facili e leopoldeschi e prendiamo invece il succo: faremo, saremo – o meglio torneremo ad essere – svilupperemo, cresceremo, attireremo capitali stranieri, eccetera eccetera.
Lo storytelling è positivo e ottimista e si lascia intendere che domani andrà tutto molto meglio. Intanto, non domani ma oggi, uno non riesce ad avere un appalto perché non conosce nazisti dell’Illinois, o di Roma, oppure viene licenziato, oppure viene demansionato, oppure ascolta la solfa dell’abbassamento delle tasse più poderoso dai tempi di Ramsete II e si trova a pagarne di più. Ecco, allarme: lo storytelling renziano è molto distante dalla realtà. Futuro è un concetto luminoso ma distante, mentre qui e ora di luminoso c’è pochino. E siccome sanno tutti che per avere un buon futuro si parte da oggi e non da domani, la storia scricchiola, stona, suona falsa, e può diventare irritante. Si richiede un veloce ridisegno dello storytelling, una cosa che in italiano potrebbe suonare così: «Su, ragazzi, raccontatecene un’altra, che questa non ha funzionato».

16 dicembre 2014

 
“Nascono legami che vanno al di là del contatto fisico, della vicinanza e della vista.
Percorrono strade invisibili, fino ad arrivare nella testa.
Si diramano in tante viuzze chiamate: 
comprensione, “ascolto”, telepatia, 
empatia, appartenenza.
Quello che trasmettono è paragonabile a un amplesso mentale, coinvolgono talmente tanto da riuscire ad appagare ogni mancanza tangibile.
E’ raro viverli, ma quando arrivano è bene farsi possedere, perché è molto facile conquistare un corpo, 
ma non altrettanto si può dire del cervello.”
M. Ayukawa

Cantano ancora i poeti andalusi

L'anno era il 1970 e, in Spagna, il generalissimo Franco godeva ancora di ben cinque anni di schifosissima vita. Il poeta andaluso di lontana origine toscana Rafael Alberti (suo nonno Tommaso Alberti Sanguinetti era un garibaldino pistoiese riparato in Spagna), invece, era in esilio in Italia. Facente parte della famosa Generación del '27, assieme agli Aleixandre, ai García Lorca, ai Salinas e ai Guillén, aveva aderito al Partito Comunista e aveva combattuto il franchismo; dal 1939 non aveva più messo piede in Spagna; dal 1963 viveva a Roma.
La sua poesia Balada para los poetas andaluces de hoy parla del presente di allora, dei poeti andalusi di quell'oggi che si ritrovavano soli, dopo che i loro predecessori, uomini liberi, erano stati distrutti, annientati, esiliati dalla dittatura franchista. Una poesia dove la libertà si scontra con il deserto, con la solitudine. I poeti esistono ancora, ma che cosa cantano, che cosa vedono, che cosa sentono? Cantano, vedono e sentono con voce di uomini, ma gli uomini non ci sono più. Sono soli.

Sembra che l'Andalusia intera sia rimasta senza più niente, privata dei suoi uomini migliori. Uccisa dai fucili dei traditori, mandata via lontano senza più speranza di ritorno. E Alberti, che andaluso lo era profondamente nonostante l'esilio lo avesse fatto tornare nella terra dei suoi lontani avi, lo sentiva bene, meglio degli altri. Lo sentirà ancor più quando, tre anni dopo, il suo amico e sodale Pablo Neruda, che aveva la Spagna nel cuore, morirà, solo, nell'orrore di un'altra dittatura che aveva appena iniziato a insanguinare il Cile; gli dedicherà, a Firenze, un commosso discorso iniziato in un italiano incerto e proseguito in spagnolo, e un volume intitolato Cile nel cuore.

Ma i poeti non sono mai soli. Cantano, guardano e sentono più alto; altre voci risponderanno, altri occhi guarderanno, altri orecchi sentiranno. Con questa poesia, Rafael Alberti enuncia nel modo più semplice (la semplicità è il vero metro della grande poesia) il modo in cui i poeti comunicano, anche quando la loro terra è in preda alla più cupa e nera solitudine della tirannia.

Nello stesso 1970, un gruppo folkloristico spagnolo, Los Aguaviva, che allora godeva di una discreta fama anche in Italia, decise di mettere in musica questa poesia, rielaborandola per adattarla alla melodia composta dal leader, produttore e compositore Manolo Díaz. Erano autenticamente altri tempi, tempi in cui una poesia del genere di Rafael Alberti, musicata e cantata da un gruppo folk spagnolo poteva balzare in testa alle classifiche dei dischi più venduti. Presentata con il titolo abbreviato di Poetas andaluces, riuscì ad entrare nella hit parade italiana. La si sentiva nei juke box.



Che cantano i poeti andalusi di oggi?
Che cantano i poeti andalusi di oggi?
Che cantano i poeti andalusi di oggi?

Cantano con voce d'uomo,
Ma dove sono gli uomini?
E con occhi d'uomo guardano,
Ma dove sono gli uomini?
Con cuore d'uomo sentono,
Ma dove sono gli uomini?

Cantano, e quando cantano sembra che siano soli
Guardano, e quando guardano sembra che siano soli
Sentono, e quando sentono sembra che siano soli
Che cantano i poeti, i poeti andalusi di oggi?
Che guardano i poeti, i poeti andalusi di oggi?
Che sentono i poeti, i poeti andalusi di oggi?

E quando cantano, sembra che siano soli
E quando guardano, sembra che siano soli
E quando sentono, sembra che siano soli

Ma dove sono gli uomini?

Forse che l'Andalusia è rimasta senza più nessuno?
Forse che sui monti andalusi non c'è più nessuno?
Nei campi e nei mari andalusi non c'è più nessuno?

Non ci sarà più nessuno a rispondere alla voce del poeta,
A guardare al cuore senza muri del poeta?
Così tante cose sono morte, che non c'è più altri che il poeta

Cantate alto, sentirete che altri orecchi sentono
Guardate alto, vedrete che altri occhi guardano
Gridate alto, saprete che palpita altro sangue

Non è più sommerso il poeta, rinchiuso nella sua buia fossa
Il suo canto sale a qualcosa di più profondo
Quando è dischiuso nell'aria da tutti gli uomini

E allora il suo canto è di tutti gli uomini
E allora il suo canto è di tutti gli uomini
E allora il suo canto è di tutti gli uomini
E allora il suo canto è di tutti gli uomini.


http://www.antiwarsongs.org/canzone.php?lang=it&id=8631

14 dicembre 2014

Sempre questa sensazione di inquietudine, di attesa d’altro. (Gioconda Belli)


Sempre questa sensazione di inquietudine
Di attesa d’altro.
Oggi sono le farfalle e domani sarà la
tristezza inspiegabile,
la noia o l’ansia sfrenata
di rassettare questa o quella stanza,
di cucire, andare qua e là a fare commissioni,
e intanto cerco di tappare l’Universo con un dito,
creare la mia felicità con
ingredienti da ricetta di cucina,
succhiandomi le dita di tanto in tanto,
di tanto in tanto sentendo che mai potrò essere sazia,
che sono un barile senza fondo,
sapendo che “non mi adeguerò mai”,
ma cercando assurdamente di adeguarmi
mentre il mio corpo e la mia mente si aprono,
si dilatano come pori infiniti
in cui si annida una donna che avrebbe
voluto essere
uccello, mare, stella,
ventre profondo che dà alla luce Universi
splendenti stelle nove…
e continuo a far scoppiare Palomitas nel cervello,
bianchi bioccoli di cotone,
raffiche di poesie che mi colpiscono
tutto il giorno e
mi fanno desiderare di gonfiarmi come un
pallone per contenere
il Mondo, la Natura, per assorbire tutto e stare
ovunque, vivendo mille e una vita differente…
Ma devo ricordarmi che sono qui e che
Continuerò
ad anelare, ad afferrare frammenti di chiarore,
a cucirmi un vestito di sole,
di luna, il vestito verde color del tempo
con il quale ho sognato di vivere
un giorno su Venere.

Ho smesso di trattenere chi voleva andare.
Ho smesso di spiegare a chi non voleva ascoltare.
Ho smesso di giustificare ogni mia singola parola 
a chi non voleva capire.
Ho smesso di cercare a chi non voleva trovarmi mai.
Ho smesso di pensare a chi non mi pensava mai.
Ho smesso di credere nelle promesse e di farne.
Ho smesso tutto. 
Ho smesso niente. 
Ho solo iniziato a fare quel che fa star bene, 
senza eccessi, senza limiti.
Ho iniziato a misurare bene ogni situazione.
Ho iniziato a fidarmi del mio unico pensiero su ogni cosa, su ogni scelta, su ogni persona.
Ho iniziato a tener conto del fare invece del dire.
Ho iniziato a fare invece di dire.
Ho iniziato a incontrare alcune persone 
meno spesso nella mia mente.
Ho iniziato ad amarmi 
perché solo così si può iniziare davvero ad amare.

Abituare il popolo a delegare ad altri la conquista e la difesa dei suoi diritti, è il modo più sicuro di lasciar libero corso all’arbitrio dei governanti.

"Gli anarchici restano, come sempre, avversari decisi del parlamentarismo e della tattica parlamentare. Avversari del parlamentarismo, perchè credono che il socialismo debba e possa solo realizzarsi mediante la libera federazione delle associazioni di produzione e di consumo, e che qualsiasi governo, quello parlamentare compreso, non solo è impotente a risolvere la questione sociale e armonizzare e soddisfare gli interessi di tutti, ma costituisce per se stesso una classe privilegiata con idee, passioni ed interessi contrari a quelli del popolo che ha modo di opprimere con le forze del popolo stesso.
Avversari della lotta parlamentare, perchè credono che essa, lungi dal favorire lo sviluppo della coscienza popolare, tenda a disabituare il popolo dalla cura diretta dei propri interessi ed è scuola agli uni di servilismo, agli altri d’intrighi e menzogne.
Noi siam lontani dal disconoscere l’importanza delle libertà politiche. Ma le libertà politiche non si ottengono se non quando il popolo si mostra deciso a volerle; né, ottenute, durano ed han valore se non quando i governi sentono che il popolo non ne sopporterebbe la soppressione.
Abituare il popolo a delegare ad altri la conquista e la difesa dei suoi diritti, è il modo più sicuro di lasciar libero corso all’arbitrio dei governanti."
[Risposta di E. Malatesta a Merlino pubblicata dal Messaggero il 7 tebbraio 1887]

'Direi d’essere un libertario, una persona estremamente tollerante. Spero perciò d’essere considerato degno di poter appartenere ad un consesso civile perché, a mio avviso, la tolleranza è il primo sintomo della civiltà, deriva dal libertarismo. Se poi anarchico l’hanno fatto diventare un termine negativo, addirittura orrendo… anarchico vuol dire senza governo, anarché… con questo alfa privativo, fottutissimo… vuol dire semplicemente che uno pensa di essere abbastanza civile per riuscire a governarsi per conto proprio, attribuendo agli altri, con fiducia (visto che l’ha in se stesso), le sue stesse capacità. Mi pare così vada intesa la vera democrazia. […] Ritengo che l’anarchismo sia un perfezionamento della democrazia. Tutti gli anarchici seri la pensano così. Sono quelli che non sono anarchici che invece la fanno pensare diversamente.
Qualche mio collega sostiene che io sia un falso proletario. Proletario io? Né falso, né vero. A parte che spesso mi sono trovato in bolletta, perché non c'è gusto migliore che spendere i propri soldi, per bagordare e viaggiare con gli amici. E d'altronde quella di proletario è pur sempre un'etichetta, sicché la rifiuterei in ogni caso, come tutte le altre etichette che via via hanno provato ad appiccicarmi addosso - di comunista, di democristiano, di socialista, di borghese, perfino di fascista. Se sono, "più modestamente", un anarchico è perché l'anarchia, prima ancora che un'appartenenza, è un modo di essere [...].
Fu grazie a Brassens che scoprii di essere un anarchico. Furono i suoi personaggi miserandi e marginali a suscitarmi la voglia di saperne di più. Mi ha insegnato per esempio a lasciare correre i ladri di mele, come diceva lui. Mi ha insegnato che in fin dei conti la ragionevolezza e la convivenza sociale autentica si trovano di più in quella parte umiliata ed emarginata della nostra società che non tra i potenti. Cominciai a leggere Bakunin, poi da Malatesta imparai che gli anarchici sono dei santi senza Dio, dei miserabili che aiutano chi è più miserabile di loro. Santi senza Dio: partendo da questa scoperta ho potuto permettermi il lusso di parlare anche di Gesù Cristo, prima in Si chiamava Gesù, poi in La buona novella, e oggi mi viene il dubbio che anche lui non fosse che un anarchico convinto di essere Dio; o forse, questa convinzione, gliel'hanno attribuita gli altri. Intanto, da Bakunin ero passato a Stirner, e da una visione collettivistica ne scoprii una individualistica: dopo tutto, ci vuole troppo tempo a trovare gente con la quale vivere le mie idee, e così me le vivo da solo.
Aspetterò domani, dopodomani e magari cent'anni ancora finché la signora Libertà e la signorina Anarchia verranno considerate dalla maggioranza dei miei simili come la migliore forma possibile di convivenza civile, non dimenticando che in Europa, ancora verso la metà del Settecento, le istituzioni repubblicane erano considerate utopia'.

Fabrizio De Andrè

13 dicembre 2014


Ho domandato al tempo: 
"Qual è la soluzione?"
Mi ha risposto: 
"Lasciami passare..."

12 dicembre 2014

Il sangue della storia asciuga in fretta e la sabbia è quella che, in ogni caso, serve ad asciugare.

Ultima beffa: i fascicoli top secret? Vuoti! 
Il premier Matteo Renzi l’aveva presentata così, lo scorso aprile: "Togliamo il segreto di Stato alle carte di Piazza Fontana". Ma nel monumentale palazzo dell’Archivio centrale dello Stato, in zona Eur a Roma, le "carte segrete" sulla strage alla Banca Nazionale dell’Agricoltura del 12 dicembre 1969 "liberate" dalla direttiva Renzi riempiono appena tre esili buste gialle.
http://nuovavenezia.gelocal.it/regione/2014/12/11/news/piazza-fontana-ultima-beffa-i-fascicoli-top-secret-vuoti-

Il 12 dicembre 1969, con la bomba che esplode nella Banca Nazionale dell'Agricoltura, a Milano,  gli Italiani entrarono in una fase storica che sarebbe durata per più di un decennio: il terrorismo. Tutto ad un tratto, sulla scena nazionale comparivano morti ammazzati, non dalla polizia durante le dimostrazioni (com’era avvenuto un anno prima), non dalla mafia (le cui abitudini sanguinarie erano più oggetto di interesse folcloristico che politico), ma da qualcuno che faceva parte di qualcosa che i più ebbero difficoltà ad identificare. 
L’anno prima c’era stato il 1968, con le rivolte studentesche in tutto il mondo; nell’autunno le idee di cambiamento rivoluzionario erano entrate in comunicazione con gli operai in lotta per il miglioramento delle condizioni di lavoro. Il Partito Comunista Italiano aveva fatto un grande balzo in avanti nelle elezioni e, soprattutto, il vecchio regime dominato da una Democrazia Cristiana che raccoglieva anche i voti della destra più reazionaria, cominciava a scricchiolare. 
Gli USA stavano attraversando il loro periodo più nero, con una guerra logorante e impopolare nel Vietnam e una fortissima opposizione interna che sfociava in manifestazioni violente che scuotevano il sistema che doveva essere da esempio a tutte le nazioni occidentali. 
In Grecia, il regime dei colonnelli instauratosi in seguito al colpo di stato fascista del 67, perdeva sempre più credibilità. 
Anche l’Unione Sovietica era dovuta intervenire per reprimere duramente i tentativi cecoslovacchi di rendere più democratica la loro democrazia imbrigliata nel blocco comunista, e questo ne aveva ulteriormente intaccato la credibilità come modello alternativo al sistema capitalistico. Una bella confusione! Ci fu qualcuno che credette di ripercorrere le strade sperimentate con successo da Hitler e dai nazisti con l’incendio del Reichstag: compiere attentati, attribuirne la colpa alle sinistre e utilizzare la paura e il disgusto dei cittadini per dar vita ad un governo autoritario.
Dopo le bombe si cercò di accusare gli anarchici, forse perché, nell’immaginario collettivo, questi rappresentavano qualcosa di oscuro, di senzadio, di intangibile e pericoloso. In realtà vennero scelti perché erano disorganizzati, ingenui, poveri e isolati dalle altre forze politiche. Uno di loro, il ferroviere Giuseppe Pinelli, volò da una finestra della questura di Milano, uno dei cui dirigenti era il commissario Calabresi. Un altro era un ballerino, che rimase in carcere per anni sino al punto in cui il parlamento italiano dovette votare una nuova legge per risparmiare a lui altre ingiuste sofferenze e allo stato, un’insostenibile vergogna. Un altro ancora, si professava anarchico, ma in realtà era un fascista che si era trovato in mezzo al gruppo degli accusati per uno di quei casi strani della vita: cercava di fare il provocatore (e probabilmente era stato addestrato a questo durante una visita compiuta ai colonnelli golpisti in Grecia), ma, di fatto, si trovò coinvolto in una vicenda più grossa di lui che gli fece passare molti anni in carcere per poi ritrovarsi, anche lui, innocente. A trent’anni dalla strage, non si sa ancora chi siano i colpevoli.

Clinton ha fatto, recentemente, alcune ammissioni sul coinvolgimento della CIA in combutta con una parte dei fascisti italiani di allora. Il regime democristiano cercò di coprire tutto, così come gran parte degli apparati di sicurezza dello stato (quanti ufficiali dei servizi segreti, dei carabinieri, della polizia vennero, negli anni successivi, inquisiti e condannati per depistaggio!) ma, oggi, nessuno sa ancora esattamente chi sia stato a decidere la morte di cittadini innocenti la cui unica colpa era quella di trovarsi in una banca a cambiare un assegno, fare un versamento o pagare una cambiale.
Chi crede in una società giusta non ha bisogno di vendette per continuare a crederci, ma chiedere la verità è un diritto e un dovere!
L’umanità (o almeno una parte, forse la meno colpita nei suoi affetti più cari) già comincia a dimenticarsi i più orrendi crimini mai visti nella storia dell’umanità compiuti durante lo sterminio delle popolazioni ebraiche in Europa, durante la II Guerra Mondiale.

Dovremmo quindi anche  scordarci degli assassini di Piazza Fontana? Siamo sicuri che non siano ancora fra noi? Siamo sicuri che non possano ancora uccidere (magari in qualche altra parte del mondo)? E soprattutto, siamo sicuri che la violenza, la menzogna di stato, la soppressione della verità, la sottomissione ai poteri economici degli apparati dello stato, siano stati completamente eliminati salla nostra società ?
Possiamo, da ultimo, accettare di vivere in una nazione di serie B in cui "certi" crimini non trovano mai un responsabile? Ci possiamo sentire sicuri di vivere in una democrazia?

http://www.informagiovani.it/terrorismo/piazzafontana/


Pasolini: IO SO



Dati di fatto.

Credo sia ormai acclarato che siamo di fronte ad un enorme, diffuso e viscerale fenomeno corruttivo e degenerativo di una tale portata e di tali proporzioni da far impallidire qualsiasi caso o esperienza precedente. E' la conferma più evidente ed inequivocabile che testimonia del livello elevato di immoralità, marciume e corruzione su vasta scala istituzionale. Sono elementi connaturati all'intero sistema, insiti nell'essenza profonda, organica e strutturale dell'ordinamento politico-economico vigente: 
il capitalismo. 
Che piaccia o meno, questo è un dato di fatto assolutamente palese ed incontrovertibile.
http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/12/10/mafia-capitale-quando-liscritto-pd-buzzi-criticava-larresto-claudio-scajola/1262427/

09 dicembre 2014

Una domenica bestiale

Gli anni mi hanno fatto un pò a pezzi. Gli ultimi poi hanno fatto sì che l'isolamento diventasse quasi un'abitudine. Prima mio padre poi un lavoro totalizzante che non mi lascia spazio hanno ridotto la mia vita sociale ai minimi termini. Anche se non mi lamento della solitudine (non l'ho mai sentita come un peso ma come un'opportunità introspettiva), mi sorgono a volte perplessità sul relazionismo che ancora possiedo. Mi spiego: a parte la rete che è un confronto abbastanza quotidiano e da cui traggo informazioni e aggiornamenti, non ho molti altri modi per rapportarmi fisicamente con quella realtà che davvero mi interessa, non ho molte occasioni per mettere in pratica i miei ideali, le mie convinzioni, per un confronto diretto, un guardare negli occhi, un parlare a voce alta, un muovermi in uno spazio grande. Per questo motivo avevo cominciato ad avere dei dubbi sulla mia capacità di espormi fisicamente, di dire la mia davanti ad un uditorio presente e "ascoltante".
Beh, domenica scorsa i fatti hanno smentito i miei dubbi.
Abbiamo organizzato un pranzo per raccogliere fondi per "Il Manifesto", una testata giornalistica a cui sono molto affezionata che è in liquidazione e rischia di essere comprata da chissà chi e per chissà quali scopi. Ebbene, al di là del successo che abbiamo ottenuto che è andato oltre le previsioni, ho sentito di nuovo scorrermi nelle vene quell'entusiasmo che credevo attenuato dall'età, dal non praticato. Ho avvertito la stessa voglia di rivalsa di quegli indimenticati e indimenticabili anni '70, della mia gioventù di battaglie sociali, ho sentito il piacere di stare insieme a persone motivate. Ho conosciuto ragazzi giovani con voglia di fare e persone della mia stessa età che, come me, sperano ancora di poter cambiare, non dico il mondo, ma qualcosa sì. Ho incontrato amici che non vedevo da 30 anni ed è stato magnifico riscoprirli ancora così pronti. Ma non è finita: il momento clou è stata la mia esposizione sulla ragione dell'iniziativa, con un microfono e un pubblico che mi ascoltava.....e non mi tremava la voce e neanche la mano!!! Vabbè, adesso la faccio un pò esagerata ma per me parlare ad un pubblico non è mai stato così naturale e semplice, sono anche piuttosto timida e farlo senza timore è una conquista!!
Dico grazie a tutti, anche per il contributo che hanno dato, ma più che altro per aver fatto tornare a galla delle emozioni che credevo sopite o perlomeno recalcitranti.
Prossimamente spero di poter corredare questo post con qualche foto a testimonianza dell'inziativa......sempre che Uber me le mandi!!
"E’ Natale da fine ottobre. 
Le lucette si accendono sempre prima, mentre le persone sono sempre più intermittenti. 
Io vorrei un dicembre a luci spente 
e con le persone accese."

(Charles Bukowski)

08 dicembre 2014

Noi del '68


Certo, eravamo giovani,
Certo eravamo arroganti,
Certo eravamo ridicoli,
Certo eravamo eccessivi,
Certo eravamo avventati,
…ma avevamo ragione.

Mamma Roma, addio! (Remo Remotti)

Negli anni cinquanta io me ne andai, come oggi i ragazzi vanno in India, vanno via, anch’io me ne andai nauseato, stanco da questa Roma del dopoguerra, io allora a vent’anni, mi trovavo di fronte a questa situazione, andai via da questa Roma anni 50.

E me andavo da quella Roma addormentata, da quella Roma puttanona, borghese, fascistoide, quella Roma del volemose bene, annamo avanti, quella Roma delle pizzerie, delle latterie, dei sali e tabacchi, degli erbaggi e frutta, quella Roma dei mostaccioli e caramelle, dei supplì, dei lupini, dei maritozzi colla panna, senza panna, delle mosciarelle

me andavo da quella Roma dei pizzicaroli, dei portieri, dei casini, dei casini, delle approssimazioni, degli imbrogli, degli appuntamenti ai quali non si arriva mai puntuali, dei pagamenti che non vengono effettuati, quella Roma dei funzionari dei ministeri, degli impiegati, dei bancari, quella Roma dove le domande erano sempre già chiuse, dove ce voleva ‘na raccomandazione

me andavo da quella Roma dei pisciatoi, dei vespasiani, delle fontanelle, degli ex-voto, quella Roma della circolare destra e della circolare sinistra, delle mille chiese, delle cattedrali fuori le mura, dentro le mura, quella Roma delle suore, dei frati, dei preti, dei gatti

me andavo da quella Roma degli attici colla vista, la Roma di piazza Bologna, di Via Veneto, di via Gregoriana, quella dannunziana, quella eterna, quella di giorno, quella di notte, quella turistica, la Roma dell’orchestrina a piazza Esedra, la Roma di Propaganda Fide, la Roma fascista di Piacentini

me andavo da quella Roma che ci invidiano tutti, la Roma caput mundi, del Colosseo, dei Fori imperiali, di piazza Venezia, dell’Altare della patria, dell’Università di Roma, quella Roma sempre col sole estate e inverno, quella Roma ch’è meglio di Milano

me andavo da quella Roma dove la gente orinava per le strade, quella Roma fetente e impiegatizia, dei mille bottegai, de Iannetti, di Gucci, di Ventrella, di Bulgari, di Schostal, di Carmignani, di Avegna, quella Roma dove non c’è lavoro, dove non c’è ‘na lira, quella Roma der còre de Roma

me andavo da quella Roma della Banca Commerciale Italiana, del Monte di Pietà, di …chi cazzo, di campo de’ Fiori, di Piazza Navona, quella Roma che c’hai ‘na sigaretta, e prestame cento lire, quella Roma del Coni, del Concorso ippico, quella Roma del Foro che portava e porta ancora il nome di Mussolini, me n’andavo da quella Roma di merda!

Mamma Roma! Addio.