31 dicembre 2016

...poi...come sempre...tutto il resto...

Non ho molto da dire, un anno sta finendo e un altro arriverà. Altre speranze, sogni, illusioni e delusioni seguiranno quelle che mi accompagnano da sempre. Qualcosa cambierà, certo, come cambiano i numeri sul calendario, giorno per giorno, mese dopo mese. E cambierò anch'io, avrò sulle spalle, nel corpo e nella testa qualche peso in più, leggero o pesante che sia. Qualche pensiero diverso, dettato da situazioni diverse, qualche malanno e qualche gioia, qualche nostalgia e qualche malinconia...
Forse andrò in pensione (forse...mah?) e forse potrò lavorare un po' di meno, senza smettere però, a meno che non smetta anche di mangiare. E forse potrò dedicarmi un po' di più a me stessa, farmi quelle belle passeggiate che tanto mi mancano, leggermi tutti quei libri che non smetto di comprare e che aspettano fiduciosi sullo scaffale. Forse....Quel che è certo è che stasera mi addormenterò alla seconda pagina e domattina mi sveglierò come sempre, affornterò il gelo dell'alba per portare fuori il mio cagnolino nel silenzio irreale di una passata e stanca nottata di festa celebrativa. Qualche eco, rimasuglio di trasgressione liberatoria a confondere impercettibilmente l'abitudine...poi...come sempre...tutto il resto...


28 dicembre 2016

In viaggio.


Viaggiamo. Su strade sconosciute o che crediamo di conoscere. A volte ci perdiamo, perché cambia il paesaggio. 
Poi troviamo una roccia, un albero, una deviazione, un cartello che ci orienta fino ad arrivare dove forse pensiamo di arrivare. Lo facciamo da sempre. 
Abbiamo delle bussole che sono guidate da ciò che è stata la geografia delle nostre vite, siamo i paesi dove abbiamo vissuto. Possiamo guardare avanti o indietro, stare fermi o muoverci. In ogni caso qualcosa cambierà e vedremo qualcosa di diverso, anche in un sentiero battuto. Potrebbe essere quello che cerchiamo, anche senza saperlo. Opera del caso o del destino, chi lo sa. Ma è così che ci costruiamo. E' così che, a poco a poco, riusciamo a trovare noi stessi, è così che scegliamo di essere dove vogliamo e con chi vogliamo. 
C'è sempre un momento, circostanza o tempo, in cui cambiamo. Ne abbiamo bisogno e non possiamo non farlo. Anche perché ci sono strade che portano in una sola direzione, quella verso noi stessi, verso ciò che siamo, ciò che amiamo e abbiamo deciso di amare. 
Quella che, con senso di responsabilità verso noi stessi, ci meritiamo.
Buone feste.

25 dicembre 2016

25 dicembre al mattino...

Sono le cinque di mattina del 25 Dicembre e sono sveglia...come sempre...ma stamattina potevo dormire. Anche il mio cane ha capito che era giorno di festa ed è rimasto buono buono nel suo lettino. Io no, non riesco a dormire, anche se ieri sera ho fatto tardi da mio figlio a discutere di politica e attualità con i miei consuoceri. Poca roba eh! Niente di eclatante, più un'asserzione di fatti che un confronto. Anche perché sono albanesi e ancora non padroneggiano molto l'italiano e io non conosco una parola di albanese. Però ho avuto l'occasione di ribadire i miei valori e concetti, esaltarne la logicità e la naturalezza e mostrarmi per quella che sono, così che in futuro non ci siano fraintendimenti. E naturalmente sono giunti ad una conclusione su questo mio modo di essere e pensare: che sono anarchica! Va beh, se proprio dobbiamo definirmi mi va bene essere messa in quel contesto piuttosto che in un altro, ma preferirei non essere catalogata. Ho solo dei convincimenti e anche degli ideali, forse anche stantii, che però non provengono da un'adesione ad una corrente di pensiero. Semplicemente io ragiono così. E ho insistito su questi concetti con le parole di un mio post di qualche tempo fa che ripropongo anche qui, così che, se mai mi leggessero, possano chiarirsi meglio con chi hanno a che fare e decidere di conseguenza.

Da che parte sto.
Mi si chiede spesso una definizione, una catalogazione del mio modo di pensare. A prescindere dal fatto che non amo definirmi, né mettermi in una categoria perché farlo per me significa darmi dei confini e a me non piacciono le barriere di nessun tipo, posso ammettere che mi ritrovo più che volentieri in certe idee libertarie che appartengono, da sempre, all'anarchia. E non si creda che io abbia fatto studi approfonditi, che ne sappia di storia, di lotte e rivoluzioni. No, semplicemente vivendo, mi accorgo che il mio pensiero va in quella direzione. Ma non è una questione politica, né un volere a tutti i costi essere "contro" o "pro", è piuttosto un modo di essere che mi appartiene, oserei dire da sempre. 
Se mi ribello all'autorità, alle imposizioni, se voglio essere io a decidere per me stessa, senza intermediari, senza che altri mi dicano cosa è meglio, non è perché sono anarchica, ma perché questo è il mio modo di essere. 
Se sento tutti gli esseri umani, compresi animali, piante e sassi, come appartenenti ad un unico mondo, non è perché sono anarchica, ma perché è un mio modo di sentire. 
Se odio la violenza di tutti i generi, non è perché sono anarchica, odio la violenza e basta. 
Se non mi piace comandare, non è perché sono anarchica, è solo che non mi piace obbedire.
Se ricerco sempre e comunque la verità, non è perché sono anarchica, è solo che non mi piace essere presa in giro. 
Ecco quindi perché, piuttosto che definirmi, preferisco dire da che parte sto.
Sto dalla parte di chi porta rispetto alla persona, cosa o animale, che ha davanti, anche se rappresenta un contrario. 
Sto dalla parte di chi non si sente superiore a nessuno e porta avanti il proprio punto di vista senza adesioni di sorta, né per obbedienza né per opportunità. 
Sto dalla parte di chi difende i più deboli in virtù di un'idea, e non per logiche di identità e appartenenza. 
Sto dalla parte di chi non mette davanti a tutto il proprio interesse ma un obiettivo comune e, sulla base di ciò, agisce anche a discapito del particolare, anche proprio. 
Sto dalla parte di chi si assume fino in fondo la responsabilità del proprio agire, purché alla luce del sole e senza manipolazioni e sotterfugi.
Se tutto questo vuol dire essere anarchica...ebbene....lo sono, ma prima di tutto sono una persona che ragiona con la propria testa, è così che preferisco definirmi.

24 dicembre 2016

La verità.

La verità è che alla mia età ho una gran voglia di fare quello che mi pare, fumo, mangio e bevo quello che desidero, fregandomene altamente di tradizioni, salutismi e conformismi. E non smetto di gratificarmi. E' così. Non sono diventata saggia, e nemmeno prudente. Non ho smesso di pensare che qualcosa possa succedere anche senza sapere esattamente cosa e se mi potrà far bene o male. Succederà. E mi troverà impreparata, come sempre, ma non mi fascio ancora la testa, ho dalla mia una predisposizione all'improvvisazione, al "vedremo". 
Ho voglia di tenermi quel pizzico di poesia che solo l'imprevisto può regalare, come trovarsi davanti un semplice sole che sorge o una luna che non si vuole addormentare, ed aspettare che entrambi compiano il loro rito, incurante del tempo, dei ritmi e delle conclusioni.
Ho voglia di essere libera di sentirmi libera, snaturata, inconcludente e parsimoniosa. Sì, parsimoniosa, per tenermi per me quella magica pazzia che in tutti questi anni ho tenuto nascosta nelle pieghe di una vita che raramente mi ha concesso dilazioni, ma ora me le deve. 
Voglio essere quella che non si sa cosa sia, reticente o generosa, quella che passeggia solitaria con un cane, che dice buongiorno a tutti, che non si ferma ai semafori rossi e non si tinge i capelli. Quella che ha pochi amici, che non segue la moda e commenta raramente nei social, che si ostina a commettere errori per poi dire che non sono errori ma esperienze, quella che non dice buon natale ma spera sempre che lo sia per gli altri, non per sé stessa, perché io il natale me lo vivo a modo mio, senza bisogno di festeggiare. Perché se mi va di brindare lo faccio anche alle sette di mattina di un giorno qualsiasi, solo perché mi sento bene. Solo perché su questa stramaledettissima terra esiste qualcuno che non ho mai smesso di amare e che non farà mai parte della mia vita...o forse no...perché la mia e la sua vita sono inscindibili, indipendentemente dalla trama banale o distratta che ne intreccerà il destino.
Questa sono io, razionale e immaginifica. Creatrice di immagini, conservatrice di emozioni, sognatrice imperitura e pragmatica comunicatrice.....
Buon Natale a voi, e se qualcosa succederà...succederà, a dispetto del 25 Dicembre! Balliamo questo valzer!💕





22 dicembre 2016

Storie che fanno bene al cuore.

Lo so, sono una sentimentalona, ma più invecchio e più mi lascio andare alle emozioni buone perché mi fanno bene, mi creano qualche speranza per quel futuro che non vedrò, quello che adesso sembra negato, coperto com'è da una cortina fumogena di odio che sale da ogni dove.
Non credo in nessun dio, disprezzo le istituzioni ecclesiastiche e tutto quello che ne concerne, quindi il Natale mi fa un baffo, ma voglio bene al mio prossimo come voglio bene a me stessa, quindi non posso che rallegrarmi se qualcuno si adopera per qualcun altro, anche solo nei limiti risicati delle proprie possibilità. E quando leggo storie come questa penso che forse non tutto è perduto, che conserviamo ancora un briciolo di umanità, che se ce ne viene data la possibilità possiamo mettere da parte l'indifferenza e l'egoismo e contribuire a rendere questo mondo così brutto un posto migliore, piano piano, goccia a goccia. Sono storie che fanno bene al cuore e se non fosse che siamo continuamente bombardati dal terrore, impegnati a difenderci e a diffidare anche dalla nostra stessa ombra, potremmo apprezzarne il valore e cercare di seguire quella scia di commozione che può farci aprire le braccia, senza vergognarci della debolezza di una lacrima. 



Amore, in tutte le forme e declinazioni possibili. 
Amare a prescindere e spendere ciò che di buono si possiede.
Questa è la sola e unica religione.


La favola di Nicole e di Michela, la sua mamma, è custodita in una casa gialla a due passi da un boschetto di ulivi e dalle mura di un castello. È un posto incantevole sulle colline di Marostica. Tra queste pareti, da quando è nata, Nicole fa i conti con un nemico invisibile che prima le ha portato via la possibilità di muoversi e ora prova a rubarle anche il respiro. Si chiama tetraparesi spastica. E per tenerlo a bada, oggi che ha 6 anni, deve circondarsi - invece che dei giocattoli che fanno compagnia ai suoi coetanei - di una serie di apparecchi, come un grosso bombolone di ossigeno e uno strumento che registra costantemente i suoi parametri vitali. Ma guai a lasciarsi ingannare dalle apparenze: questa non è una storia triste. Basta osservare il sorriso di mamma Michela quando si siede sul divano su cui è stesa la bambina e la prende in braccio - stando attenta a non aggrovigliare i tubicini che aiutano i polmoni a gonfiarsi - e la riempie di baci e di carezze e le dice "sei bellissima" e la chiama "il mio amore". Michela è felice. Di più: "Sono piena di gioia e di speranza ", assicura. In fondo è quasi Natale e ha appena ricevuto un grande regalo. Pensare che a settembre le cose si erano messe davvero male: Nicole ha avuto una crisi, il nemico invisibile è stato a un passo dal portasela via per sempre. Per mamma e papà Igor sono stati giorni complicati: la corsa in ospedale a Bassano, poi a Padova, la terapia intensiva. E i primi segnali di ripresa. "La mia bambina è forte, non si arrende mai", dice orgogliosa. A ottobre, finalmente, il ritorno nella casetta gialla ma con un problema in più: la piccola ha bisogno di assistenza costante. "Di giorno - spiega Michela - si stanca facilmente. Ma è durante la notte, quando le funzioni muscolari si abbassano ulteriormente, che le complicazioni sono più frequenti. Quando capita, le apparecchiature alle quali è collegata fanno scattare un allarme e Nicole rischia di soffocare. Io e mio marito dobbiamo intervenire, aiutarla a respirare, se occorre anche con un aspiratore che introduciamo dalla gola per liberare le vie aeree". Mentre parla indica le strumentazioni sparse intorno al divano: tutto è a portata di mano e pronto per essere usato in qualunque momento. Michela Lorenzin ha 34 anni e da quasi un decennio lavora per la Brenta Pcm, un’industria di Molvena che produce stampi per il settore automobilistico. Fino a qualche mese fa riusciva a incastrare i turni in azienda con l’impegno che comporta l’essere mamma di una bimba che soffre di una grave disabilità degenerativa. Ma ora che Nicole ha bisogno di assistenza continua, le è impossibile tornare al lavoro. La legge, in questi casi, prevede un congedo di diversi mesi che però, tra un ricovero in ospedale e l’altro, Michela ha già utilizzato quasi del tutto. Così ha chiesto ai superiori di anticipare le ferie per stare accanto alla bambina. Un mese, poco più. "Sono stati comprensivi - racconta - mi hanno sostenuta, proponendomi anche un part-time. Purtroppo ho dovuto rifiutare perché non posso allontanarmi da mia figlia, neppure per poche ore al giorno". Era un momento difficile, per questa famiglia di Marostica. Ma come tutte le favole che si rispettino è in questi momenti che arriva l’eroe pronto a sistemare le cose. "Una collega è venuta a trovarmi, mi ha detto che avrebbe voluto fare qualcosa per noi. Ci ha pensato un attimo e poi mi ha detto: “Ti regalo le mie ferie!”. Sono rimasta sorpresa, l’ho ringraziata ma non pensavo fosse possibile…". Invece, grazie a una norma introdotta dal Jobs Act, si può fare. Grazie a quell’amica, avrebbe potuto trascorrere qualche giorno in più con la sua piccola senza perdere il posto. Ma l’operaia della Brenta Pcm si è spinta molto oltre: è tornata in fabbrica e ne ha parlato con gli altri lavoratori e anche loro hanno voluto contribuire. "A dicembre mi ha telefonato la responsabile del personale dicendomi che tanti colleghi erano disposti ad aiutarmi. Ero contenta, pensavo di poter prorogare le ferie, magari di un paio di settimane... È stata lei ad annunciarmi che, complessivamente, i dipendenti dell’azienda avevano trasferito a mio favore cinque mesi di ferie!". Un sogno. "Quella per cui lavoro è un’impresa solida, che continua ad assumere: molti dipendenti li conosco soltanto di vista. Eppure hanno saputo fare un gesto di puro altruismo, arrivando a rinunciare, per me, a un po’ del tempo che invece avrebbero potuto trascorrere con le loro famiglie". Non è finita. Commossa, Michela ha scritto una lettera a chi la stava aiutando. Poche semplici righe per dire quanto prezioso fosse stato per lei quel regalo. Il foglio è stato appeso alla bacheca dell’azienda, in modo che tutti potessero vederlo. Il giorno dopo, il telefono della casetta gialla è tornato a squillare. "Era di nuovo la responsabile del personale, per comunicarmi che le ferie a mia disposizione sono improvvisamente salite a dieci mesi". La favola di Nicole e degli operai che rinunciano alle vacanze per aiutare la sua mamma, ha colpito tutti. "All’inizio non volevo fare questa intervista - ammette Michela - perché temo che troppe attenzioni possano stressare la bambina. Ma poi ho pensato che, forse, la mia storia potrà insegnare che nel mondo ci sono ancora tante persone buone, e magari offrire uno spunto per aiutare altre famiglie che si trovano ad affrontare le nostre stesse difficoltà". Mentre la mamma racconta, Nicole continua a godersi le coccole. Indossa un vestitino rosa a pois bianchi e a vederle così, abbracciate, tutto acquista un senso, anche i sacrifici che stanno attraversando. "Ero una donna fragile - conclude - ma mia figlia mi ha insegnato cos’è la forza. Sono la madre di una bambina meravigliosa. E adesso, anche dopo questo piccolo miracolo di Natale, non ho più paura di nulla".

18 dicembre 2016

Caro diario...

La vita è strana: ti affanni, cerchi di sapere, di imparare dalle cose che ti succedono, fai bagagli di esperienze che pensi ti potranno servire per dopo, per quando sarai in grado di non commettere più errori...e poi...
E poi succede che scopri che tutto quello che hai vissuto non è servito a niente o a poco, che quella parte di razionalità che così tanto ti ostinavi ad usare, che ti ha aiutato a fare quelle scelte difficili e sofferte, non ti ha aiutato a non avere rimpianti. Il rimpianto di non aver seguito l'impulso, qualunque cosa succedesse. Quel lasciarsi andare all'istinto che non sapevi dove ti poteva portare, ma ti piaceva ed è l'unica ragione per cui avresti dovuto seguirlo.
La vita è strana ma è anche bella. Bella perché quando meno te lo aspetti ti fa capire che in fondo non hai mai sbagliato, hai solo vissuto, da una parte e dall'altra, con l'istinto e con la ragione. Gli sbagli, se tali si possono chiamare, sono stati quelli che ti hanno portato dove non volevi andare, per convenienza, per non fare male a qualcuno, per non avere sensi di colpa. Ma dentro di te sai che hai solo deviato un po', che la tua natura è diversa, consapevole dell'essere e di quel poter essere che a volte non si esprime, ma c'è.


Il vero amore non lascia tracce. (Leonard Cohen)

Dedico queste parole di un grande maestro ad una persona che, dopo non so quanti anni, è ricomparsa, e che credo non ricomparirà per altrettanti non so quanti anni. Questo improvviso, inaspettato e breve incontro mi è bastato per capire molte cose, che forse sapevo già, ma, alla luce delle esperienze fatte, ora risultano evidenti e inconfutabili.


Come la bruma non lascia sfregi
Sul verde cupo della collina
Così il mio corpo non lascia sfregi
Su di te e non lo farà mai
Oltre le finestre nel buio
I bambini vengono, i bambini vanno
Come frecce senza bersaglio
Come manette fatte di neve
Il vero amore non lascia tracce
Se tu e io siamo una cosa sola
Si perde nei nostri abbracci
Come stelle contro il sole
Come una foglia cadente può restare
Un momento nell'aria
Così come la tua testa sul mio petto
Così la mia mano sui tuoi capelli
E molte notti resistono
Senza una luna, senza una stella
Così resisteremo noi
Quando uno dei due sarà via, lontano.

16 dicembre 2016

Come si commenta?

Come si commenta il massacro di un intero popolo, l’annientamento fisico di una città e dei suoi abitanti? Non sappiamo farlo, non troviamo le parole per raccontare l’orrore. Eppure dovremmo, perché in fondo è colpa nostra: tutto il mondo occidentale, dall’Europa agli Stati Uniti, dovrebbe chinare il capo e fare mea culpa, perché Aleppo altro non è che la creatura nata dalla nostra impotenza. Aleppo non doveva succedere, punto. 
Abbiamo assistito, inermi e congelati in un terrore interventista, ad orrori immani, a genocidi e crimini contro l’umanità come quello cambogiano del 1975, quello curdo del 1988, quello ruandese del 1994 e quello avvenuto a Srebrenica nel 1995. Dopo ognuno di questi massacri la comunità internazionale, l’ONU, a gran voce ha giurato “mai più”. Mai più resteremo a guardare persone innocenti venire massacrate per giochi di potere, mai più rimarremo impassibili ed inermi di fronte a popoli cancellati per motivi etnici, religiosi o per semplice cattiveria umana. Eppure Aleppo è successa, per sei lunghi anni, e ancora una volta siamo rimasti ai margini, infarciti di dichiarazioni di supporto, condanna e promesse di vendetta, ma senza mai alzare un dito per risolvere la situazione. Vergogna!

Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case,
Voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che lotta per mezzo pane
Che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
Senza capelli e senza nome
Senza più forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana d'inverno.
Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via,
Coricandovi alzandovi;
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca,
I vostri nati torcano il viso da voi.

Primo Levi - Se questo è un uomo

14 dicembre 2016

Articolo uno di una vera Costituzione. (Silvano Agosti)

Articolo unico:
Ogni Stato dovrebbe essere una Repubblica fondata sulla libertà e il rispetto della dignità umana di tutti i suoi cittadini e, affinchè ciò possa accadere, Stati e governi devono provvedere a procurare gratuitamente casa e cibo ad ogni cittadino.
La Costituzione è la legge fondamentale di ogni vera Repubblica e può essere scritta o modificata solo dagli esperti di tutte le forze politiche eletti dal popolo e riuniti in Assemblea Costituente.
Attualmente gli Stati a volte hanno una costituzione quasi perfetta, a volte espressa in termini vaghi e generici, talmente generici che consentono di prendere qualsiasi decisione anche quelle più disumane e soffocanti come le guerre.
Gli Stati come ad esempio l’Italia, che hanno una Costituzione quasi perfetta in pratica non la adottano mai, preferiscono discuterla e magari modificarla ma non la applicano nella pratica per non disubbidire a quei poteri che impongono agli Stati e ai governi di essere ciò che sono da sempre: ovvero solo una gigantesca macchina di controllo e di sottomissione di tutta l’Umanità.
Gli Stati che hanno una costituzione vaga e generica, come ad esempio la Turchia, si inventano ogni giorno a seconda delle necessità articoli nuovi e al servizio esclusivo del Potere regnante. Così se il governo (si fa per dire) in Turchia decide di arrestare e incarcerare trecentomila tra giudici, giornalisti e avvocati si inventa l’articolo “In caso di sventato Golpe il Governo dello Stato ha il compito di individuare i responsabili e neutralizzarli”. 
In Italia recentemente si è tentato qualcosa del genere, una sorta di “via democratica alla dittatura”, ma il nostro amato Paese ha subito per vent’anni il peso della prevaricazione e della ferocia di Stato, lo Stato Fascista. 
Ecco il bilancio mai ufficializzato del ventennio fascista: 6 milioni di analfabeti, 80 milioni di morti nella guerra dichiarata fieramente al Mondo da Italia, Germania e Giappone con distruzione di gran parte del proprio territorio urbano.
Quindi il popolo italiano avverte subito quando un regalo dello Stato è in odore di “via democratica alla dittatura” e col referendum ha risposto “No grazie”.
Che cos’è il potere oggi e quali sono le sue armi?
Il potere attraverso la complicità di chi gestisce gli Stati e i Governi scrive quotidianamente le proprie sceneggiature e le proprie sceneggiate. Io credo non sia giusto parlare del potere più di quanto sia corretto e giusto parlare delle fognature. 
La fogna è una realtà importante, ma è importante che scorra al suo livello e non tracimi, altrimenti porterà odore puzzolente, malattia e morte. Anche il potere è meglio che scorra nel solco della vanità e della truffa. Cosa c’è di più feroce di andare davanti a uomini, sparare, uccidere e poi dire “Abbiamo Vinto!!!”. Tutto quello che il potere fa è completamente relativo alla gestione del potere e almeno apparentemente non ha alcun senso. 
Il potere è come un cancro e il mondo sta andando avanti nonostante questo cancro.
Il potere è una forza che non è mai energia benefica, come un masso che cade giù dalla rupe e può solo ferire, può solo travolgere e fare danni. Invece la potenza è quella che rende prezioso ogni essere Umano. 
La potenza di sfidare il mondo: ce l’aveva quel ragazzo a Tien an men che si è messo davanti ai carri armati dei cinesi per fermarli. Il potere è il carro armato che uccide i ragazzi di 17 anni. Potenza è la Natura. Qualsiasi forma di potere conduce al crimine. La cura per guarire la società dal cancro del potere è la Creatività e la massima forma di creatività è affidata alla Donna che contiene in sé il grande mistero di “creare e perpetuare la vita”.
Buon anno.
Silvano

09 dicembre 2016

Oche.


L’oca è da sempre l’animale ritenuto simbolo della stupidità...non so perché...che sia a causa delle sciocchezze che gli uomini scrissero con le sue penne? 
Beh, credo sia ora di smetterla di considerarla tale perché adesso è sufficiente una tastiera....
Le oche ringraziano.😃

Link o post sui social condivisi da milioni di individui che non sanno come risolvere le loro frustrazioni sociali, additando il prossimo.
Guardiamo e pensiamo alle nostre prigioni mentali e, soprattutto, quando guardiamo gli altri evitiamo giudizi impropri, tentando di individuare ciò che di buono c'è in ogni persona e comunità a prescindere dalle loro caratteristiche culturali ed etniche, invece di notare solo gli errori ... 
Come se noi non avessimo confidenza con gli sbagli.

Se un giorno avrai voglia di piangere. (Gabriel Garcia Màrquez)

Se un giorno avrai voglia di piangere chiamami: 
non prometto di farti ridere 
ma potrò piangere con te… 
Se un giorno riuscirai a fuggire,
non esitare a chiamarmi: 
non prometto di chiederti di rimanere, 
ma potrò fuggire con te… 
Se un giorno non avrai voglia 
di parlare con nessuno,
chiamami: 
staremo in silenzio…
Ma se un giorno mi chiamerai 
e non risponderò, 
vieni correndo da me:
perché di certo avrò bisogno di te.


03 dicembre 2016

A volte succede...


A volte succede di avvertire una strana sensazione di vuoto, di essere circondati dal non senso, di esserne parte integrante e di chiedersi da dove deriva questa sensazione, quale può esserne la causa scatenante. Certo i fattori esterni non mancano, ma la percezione è sufficientemente improvvisa da far pensare che nulla è cambiato da un attimo prima. Eppure, anche in assenza di motivazioni, si subisce quel dolore profondo e ci si sente proiettati su un palcoscenico dove l'unica rappresentazione che si tiene è quella dell'assurdo, a cui si partecipa involontariamente e inconsciamente e in cui si percepisce un preciso e lucido fuori posto. Ma in quel momento, spesso passeggero o fluttuante, non ci si può sottrarre a quella contraddizione. Una specie di meteora che colpisce, annichilisce, fiacca le energie e la voglia di fare, i cui effetti si attenuano dopo l'esplosione lasciando però un disorientamento con uno strascico di domande.
Di cosa si è trattato? Di chimica del cervello? Che tristezza! Non può essere solo questo. Forse, nell'intimo di ciascuno di noi, c'è questa subdola consapevolezza di essere costretti a vivere, a recitare un copione che produce alterazioni della sfera percettiva e dei sentimenti. E pur non essendo corretto immaginare direttamente questa coercizione, è innegabile che se ne percepiscano le manifestazioni, a volte anche molto chiaramente. Si percepiscono e si subiscono. Ed è proprio in quell'attimo fuggente che si capta l'esistenza di quel qualcosa di non voluto, di non proprio. Quei fuggevoli stati d'animo avvicinano la coscienza alla linea immaginaria che separa senso e non senso, senza mai oltrepassarla del tutto, lasciando oscillare l'asticella dell'equilibrio fra l'uno e l'altro, con l'eterno interrogarsi da che parte lasciarsi andare e con la paura di perdere l'approdo a quelle cose confuse in un disegno ordinato, a quella commedia di cui non è dato sapere la trama, a quella vita che altro non è che la ricerca del suo senso.

27 novembre 2016

Una cosa che non riesco a capire.

In questi giornate dedicate alla violenza sulle donne si fa un gran parlare: dibattiti, discorsi di esperti e non, giornali e libri sulle dinamiche, i motivi, le ripercussioni, le misure da adottare, ecc. ecc. Ben venga tutto, anche se è chiaro che fino a che ci si limita alle analisi o a reiterare semplicemente le condanne quando succede qualche tragedia, di passi avanti se ne fanno pochi, mentre, nel frattempo, qualche altra donna o bambina, o comunque un essere indifeso, subirà le conseguenze di questo lassismo. 
C'è un punto però, molto importante, che mi ha sempre fatto pensare e di cui credo non si parli molto: perché certe donne (e credo siano molte purtroppo) hanno difficoltà ad uscire da una situazione che le tiene soggiogate al loro carnefice.
Perché le misure sociali sembrano inefficaci? Certo, conta molto il fatto che le denunce che le donne fanno restino lettera morta e questo è un aspetto che andrebbe modificato immediatamente. 
C'è la paura, d'accordo, anche questo è un deterrente non da poco.
Ma c'è qualcos'altro all'interno della vittima che ostacola lo scioglimento di un rapporto in cui viene manipolata, controllata, denigrata e battuta. 
Quante donne perdonano, tornano da un compagno che le ha appena mandate al pronto soccorso e dicono che lo amano troppo per lasciarlo? Perché restano così tanto tempo, spesso anni, implicate in in una ragnatela affettiva fatta di umiliazioni, molestie e violenza? 
Come si fa ad amare una persona che fa del male?
Gli psicologi dicono che c'è un meccanismo di difesa che porta a minimizzare il torto subito, una difficoltà della vittima nel riconoscersi oggetto di abuso e si può arrivare addirittura a negare l'evento traumatico, alla minimizzazione o alla sua amnesia. Che sono donne "generose" che pensano di poter cambiare un partner che ritengono fragile e disperato. 
Per me è un paradosso: una donna abusata che vuole proteggere il suo uomo violento come fosse un bambino sfortunato è inconcepibile.
Eppure non demordono, non rinunciano, non si arrendono al fatto che non ci sia nulla da fare, non lo abbandonano al suo destino perché se ne sentono responsabili...e qui il paradosso continua: ci sono davvero vittime che credono di poter sopportare fino alla morte? La mia razionalità mi impedisce di pensarlo.
Allora mi chiedo: cos'è quella pulsione, quel perturbamento affettivo da cui si origina questo delirio paradossale della vittima che non riesce a chiudere il legame e, in molti casi, protegge il suo usurpatore? Qual'è il senso di questo strano fenomeno della "comprensione"? Non riesco a capire il plagio, la dipendenza, le false premure e i pentimenti. 
Per me basta una volta che ci si scotta, dopo si sta lontani dal fuoco. 
Mi scuso con quelle mie sorelle che non riescono a trovarne la forza, non voglio rigirare il coltello nella piaga e non ne faccio una questione di colpa, ma è una domanda che mi ossessiona e mi intristisce come una sconfitta, da donna che sa cosa vuol dire subire violenza. 
Chissà se qualcuna di loro riesce a darmi una risposta.



25 novembre 2016

L’amore è amore soltanto se si è felici, altrimenti è qualcos'altro. Quello che fa male non è mai amore.

Qualsiasi cosa faremo in questi giorni contro la violenza diretta a donne e bambine, per la loro effettiva eguaglianza, per il rispetto a loro dovuto, per amore di tutta l’umanità che le comprende, avremo al nostro fianco una fila interminabile di donne di ogni nazione: le figlie, le sorelle e le madri che sono state violate, soggiogate, umiliate, uccise. Loro ci hanno preceduto e continueranno a sostenerci in questa lotta che non è un fatto privato, non è un'emergenza, ma un fenomeno strutturale e trasversale della nostra società, è una delle più vergognose violazioni dei diritti umani, e come tale è una responsabilità di tutto il genere umano, appartiene a tutti, cancella i confini e non conosce geografie. 
Lottare contro ogni forma di violenza nei confronti delle donne è un obbligo dell’umanità.



20 novembre 2016

Arriva un momento...


Arriva un momento 
in cui serve solo un po' di pace, 
qualcuno con cui parlare 
e ridere per ore, 
musica e libri, 
un buon film, 
respirare. 
Un posto dove non arrivano 
le intemperie 
di questo violento e confuso mondo, 
capire e capirsi, 
lavorare su ciò che ci piace, 
e sapere quanti cucchiai di zucchero, 
o nessuno, 
bisogna mettere in una tazza di caffè...

Danza con me.

Ho sempre amato ballare e adesso che non ne ho la possibilità un po' mi manca. A livello di puro divertimento, sia chiaro, balli da sala e di coppia e nelle balere più infime magari, però mi piaceva molto. Era con un senso di libertà che mi abbandonavo all'eco della musica, un'espressione leggera che partiva dal cuore e fluiva nei movimenti del corpo. 
Ma ballare vuol dire anche comunicare, incontrarsi, parlare. Perché il ballo libera la mente dal tran tran della vita ordinaria, unisce le persone in amicizia, rende armonia sulle note di un tango, un fox o un cha cha cha. Ballare un ritmo che prende o una melodia che commuove è qualcosa che rende felici in quel momento, perché è in quel momento, magari stretti in una presa ammaliante e calda di una bachata o in una sacada di un tango argentino, che si sente l'unicità del proprio essere unito a quello del partner, una sensazione primordiale che fa scivolare sulla pista come se nemmeno si appoggiassero i piedi per terra. Ballare è come estasiarsi davanti ad un tramonto speciale, o sentire una brezza leggera sul volto quando si ha caldo. Ballare è anche questo: un rapporto intenso fra mente e cuore, in cui la mente predispone il cuore a ricevere emozioni, profonde e magiche, qualcosa di necessario per la vita, come la musica da cui scaturisce. Cosa sarebbe la vita senza musica? E' un'esigenza primordiale dell'uomo, un metodo di liberazione e protesta oltre che espressione delle idee. Dagli schiavi colonizzati nelle varie terre del mondo, si sono originati alcuni fra i ritmi migliori, che oggi raffinati e rivisitati generano la musica da ballo. Basti pensare alla “rumba” nata dagli schiavi colonizzati e portati da svariate terre dell’Africa fino all'America latina. Essi, per sentirsi vivi, si riunivano e creavano gruppi di movimento, sui ritmi di arcaici cucchiai battuti su casse di baccalà rovesciate o fusti di legno vuoti che venivano percossi per creare un ritmo. Su queste prime percussioni, il movimento corporeo intenso si esprimeva e dava un senso alla vita di queste persone, che poco o nulla avevano per vedere il sereno delle loro giornate.
Questo è uno dei molteplici esempi dell’importanza della musica, ma anche della danza per ogni uomo.
La musica è vita e la danza è poesia!

La danza è l’unica arte in cui noi stessi siamo la materia di cui è fatta. (Ted Shawn)


16 novembre 2016

I miei sì e i miei no..

Posso dire che mi sono stancata di questa diatriba che coinvolge  i due fronti del sì e del no al referendum del 4 dicembre? Sembra che da quella data dipenda chissà cosa, mentre invece io sono convinta che i giganteschi e quotidiani problemi della gente comune saranno gli stessi di prima, che non saranno né il sì né il no a modificare sostanzialmente il quadro sociale e politico. E anche se fosse vero (cosa di cui dubito fortemente e che comunque non risolverebbe nessun problema) che la vittoria del no manderebbe a casa Renzi, non è certo affidandomi a qualcun altro che mi solleverebbe il morale. 
Io posso dire sì alla partecipazione diretta, in prima persona, alla quotidiana trasformazione. E posso dire no alla delega, alla rinuncia, al disimpegno. Ma questi sì e questi no non trovano nessun riferimento nella sfida del referendum, che è giocata tutta sul piano della politica politicante. 
Non mi interessano gli aspetti superficiali di un meccanismo di potere che io contesto alla sua radice e non trovo nessun motivo che meriti una deroga alla mia convinzione: stare alla larga dalle urne.
So bene di essere considerata un'utopista, un'incapace di prendere posizione irrigidita come sono in un'ideologia del passato, ma sono così: se qualcosa non mi convince non lo faccio. E trovo questo tanto strombazzato referendum una grande operazione mediatica per coinvolgere la gente nel niente. O peggio, per farla sentire protagonista mentre i fili del potere sono manovrati da ben altri burattinai.


13 novembre 2016

Stanotte ho sognato.

Cioè, mi ricordo il sogno che ho fatto distintamente, cosa che non mi succede quasi mai, forse perché era un sogno tranquillo, pacato, di quelli che fanno sperare che continui tanta è la beatitudine. Ho sognato che ero sola tra alberi immensi, le cui cime arrivavano quasi al cielo, di fronte al mare. Ricordo la sensazione di silenzio, la pace interiore che sentivo di fronte a quel tramonto che si stava riversando sull'acqua. Non succedeva niente, rimanevo lì, ad ascoltarmi, e forse pensavo, ma non ricordo cosa pensavo. Mi sono svegliata serena, con una serenità che supera la mia comprensione e che non è stata troppo costante negli ultimi giorni. Ora penso che questo sia dovuto a due cose. La prima, un ricordo appena prima di addormentarmi: mi rannicchio nel mio letto, tra tutti i miei cuscini, e butto l'occhio sulle foto che ho sulla cassettiera. Mio padre e mia madre nel cinquantesimo anniversario di matrimonio. Una bella foto, un bel giorno felice con tante persone care. 
Due lacrime silenziose e felici hanno offuscato la stanza e mi sono sentita di dire grazie a loro, per quello che mi hanno dato, per come mi hanno amato, sostenuto e aiutato, perché non credo di averglielo mai detto, persa com'ero nelle mie ribellioni, nella mia testardaggine e nei miei impulsi contraddittori. 
E ho capito che non perdiamo mai quello che abbiamo vissuto. 
L'altra, un piccolo pensiero che mi è venuto in mente proprio ieri sera: passiamo la vita a pensare a quello che non abbiamo e vogliamo avere, a quello che abbiamo avuto e abbiamo perso. Non ci concentriamo su quello che effettivamente abbiamo, e tra le cose più importanti e concrete ci sono i ricordi...un modo per incontrarsi...
Grazie a coloro che mi hanno coniato, mi hanno accompagnato, mi hanno voluto nei momenti di tempesta. 
Dove cerco la mia pace, riesco a trovarli.

12 novembre 2016

Una piccola lacrima in più.

Ci sono persone che quando se ne vanno lasciano vuoti più vuoti di altri, persone mai conosciute se non attraverso il loro genio artistico che facciamo nostre e che andiamo a cercare quando abbiamo bisogno di conforto, come amici con cui condividere una sensibilità che altrove non riusciamo a trovare. Persone che non sapranno mai quanto bene hanno seminato e quanto amore hanno sparso.
Ascolto Leonard Cohen da una vita e la sua presenza era quasi un'ovvietà, una dolce compagnia, un balsamo lenitivo, una conferma dell'esistenza dei sentimenti e della genialità di come possono essere descritti e cantati.  Mi ha accarezzato come un'amante, con le sue canzoni ho ballato e cantato, viaggiato e sostato in lunghi tempi di riflessione. Ed era sempre lì, con la curiosità, la sensualità e l'ironia che hanno segnato tutti i suoi capolavori. Ed io sentivo un senso di appartenenza, come se, nel segreto delle mie più intime vicende, fossi legata alla sua poesia da un legame invisibile e indissolubile.
Ora non c'è più, ma io preservo il legame, anche se con una piccola lacrima in più. Queste poesie, queste canzoni mi accompagneranno ancora a lungo, mi renderanno il cammino meno impervio, la notte più accogliente, le ferite meno dolorose. Mi aiuteranno a sopportare questo tempo, un tempo in cui volgarità e tracotanza trionfano e appestano la terra, un tempo in cui la rara fiamma della bellezza e della poesia si è spenta a Montreal. You want It Darker. Ciao Leonard.




06 novembre 2016

Ho la mia età.

E così un altro anno è passato e sono 64 da quando sono nata. Ho la mia età e nessuno può togliermela. Dovrei forse fare attenzione a dichiararla? Perché dire "ho la mia età" è quasi una dichiarazione di acquiescenza di uno stato ineluttabile di vecchiaia, anche se di fatto vecchia non mi ci sento così tanto. Però sto dando al mondo una non ovvia informazione su me stessa e su come mi sento con me stessa. E dire "ho la mia età", con più o meno ironia, significa dire "ho un'età (ormai) avanzata, sono vecchia (o quasi)". C'è un destino in un'affermazione del genere, perché il senso porta appunto verso un'età che è definita come matura (o più che matura), proprio l'età in cui capita di cominciare a riflettere, sull'età. E non sempre allegramente. Parlando dell'età, infatti, si possono dire tante cose, ma quando si dichiara come propria l'età che si ha, invece di trovarsi a dire un'ovvietà, si sta dichiarando di essere vecchi. Perché tutti hanno un'età, anche appena nati e anche quando sono giovani , ma solo di alcuni, a partire da una certa età, si dice che "hanno un'età". E così, senza nemmeno dire l'età, si è dichiarati vecchi, con un semplice aggettivo possessivo o con un ancor più semplice articolo indeterminativo. Che strana faccenda è la lingua!
Va beh, non fateci caso...è l'età...
Che poi siano 30, 40 o 64 non importa, importa come ci si sente, importano gli amici, importa avere un'opinione, un discreto pensiero critico. Importa che ancora non ho voglia di accontentarmi, che qualche sogno rimasto nel cassetto c'è, un po' logoro e stantio ma c'è. Importa quella piccola scorta di spensieratezza, e di irrequietezza forse, che mi fa dire che quel che importa è questo presente di cui domani poco importerà. Importano le mie radici, per amare il mio passato nonostante tutto, e importano quelle ali che, ad un certo punto della mia vita, si sono aperte per guardare tutto da un'altra prospettiva, senza le quali non sarei mai potuta essere la persona che sono, nel bene e nel male. 
E voglio tenermi stretti anche quei piccoli piaceri che ogni tanto mi fanno fermare a pensare, magari impugnando penna o tastiera per sottolineare le sensazioni che il mio cervello traduce e concretizza in parole spesso neanche troppo esaustive.....ma mi capirete ugualmente...è l'età...




"Ho l’età in cui le cose si osservano con più calma, ma con l’intento di continuare a crescere. Ho gli anni in cui si cominciano ad accarezzare i sogni con le dita e le illusioni diventano speranza. Ho gli anni in cui l’amore, a volte, è una folle vampata, ansiosa di consumarsi nel fuoco di una passione attesa. E altre volte, è un angolo di pace, come un tramonto sulla spiaggia. Quanti anni ho, io? Non ho bisogno di segnarli con un numero, perché i miei desideri avverati, le lacrime versate lungo il cammino al vedere le mie illusioni infrante valgono molto più di questo. Che importa se compio venti, quaranta o sessant'anni! Quel che importa è l’età che sento. Ho gli anni che mi servono per vivere libero e senza paure. Per continuare senza timore il mio cammino, perché porto con me l’esperienza acquisita e la forza dei miei sogni. Quanti anni ho, io? A chi importa! Ho gli anni che servono per abbandonare la paura e fare ciò che voglio e sento..."(José Saramago)


03 novembre 2016

No future

Che lo si dica chiaramente: la paura più grande è quella della povertà!
Non avrebbero altrimenti giustificazione gli episodi avvenuti in Sardegna, in Calabria e in Emilia Romagna, dove parte degli abitanti di alcuni paesi hanno letteralmente eretto barricate per impedire che degli stranieri rifugiati fossero ospitati nei loro paesi. Semplicemente non li volevano per paura , oltreché del diverso, dello specchio e dello spettro che gli si paventava davanti: trovarsi un giorno nelle medesime condizioni, quelle di emigranti, di persone senza casa e senza lavoro e senza neanche un posto dove andare.
Tutto è crollato, i falsi miti sono crollati, a uno a uno. Crollato il mito della Patria o dello Stato, retto da un gruppuscolo di parassiti autoreferenziali; crollato il mito e la realtà di uno stato sociale che forniva qualche garanzia; il mito del lavoro, che trovarlo a condizioni decenti sembra una chimera. Di cultura manco a parlarne: a farla da padrone è la Tv di Rete 4, che propaganda ogni sera razzismo e ignoranza.
È rimasta solo la guerra tra poveri, tra sfruttati, esclusi, isolati, arrabbiati, tra persone che non parlano neppure più tra loro, ma che tra un whatsapp e una notifica, la cosa cui tengono di più è il loro ultimo smartphone. Un implacabile destino di apartheid ci attende se non mettiamo il naso fuori, se non ci mettiamo in mezzo, se non rispondiamo con la solidarietà. Se non individuiamo i veri nemici che hanno portato a tutto questo: le frontiere e l’economia, gli Stati e i loro apparati, con le loro guerre e devastazioni in giro per il mondo, la loro precarizzazione e il loro sfruttamento, con la loro propaganda e i media che hanno invaso con la paura le giornate di tutti. Ad essere esiliati e cacciati, sfruttati e affondati non saranno solo gli stranieri che oggi molti non vogliono, ma saranno tutti, quando non serviranno più ai Marchionne di turno, quando la guerra tornerà indietro costantemente e saremo incapaci di prendere qualsiasi decisione, perché avremo delegato tutto ai politici da televendita. Quando non sapremo più coltivare neppure un ulivo e la terra sarà tutta privatizzata e avvelenata; quando, eternamente interconnessi, piangeremo se non potremo usare internet veloce per qualche minuto; quando sempre sotto le telecamere, un poliziotto arriverà pronto a multarci per aver gettato una carta per terra.
La paura non è il campo su cui si può vivere e lottare, ma è il campo della morte sociale a cui non ci si può rassegnare.


31 ottobre 2016

Siamo piccoli. 
Siamo insignificanti noi uomini di fronte alla natura e alla sua forza prorompente. 
E, soprattutto, siamo persi. 
Smarriti alla ricerca di un senso. 
Un significato che possa sollevare l’anima dalla pesantezza del rendersi conto di quante volte si perde tempo in facezie e non si apprezza la vita come si dovrebbe. E poi un attimo e tutto non è più come prima. 
Il tempo sbriciola i suoi secondi sulle nostre vite e non siamo più gli stessi. 
I nostri orizzonti sono cambiati. 
Il paesaggio in cui siamo cresciuti non c’è più. 
La cittadina che abbiamo visitato tante volte in gioventù è in frantumi. 
E in frantumi è lo spirito che raccoglie dalla calce i suoi ricordi, 
i sorrisi, le fotografie, i pensieri di un futuro che era lì a venire. 
E un’ eco sale e rimbomba corale in tutti noi: perché?

Folle, follie e social network: veleno di gregge.


Il dolore tace e l'ignoranza complotta.

Non accennano a diminuire le scosse di terremoto, anzi, si fanno più forti ed estese e io riesco solo a pensare alla paura e alla disperazione di quella povera gente che non ha più niente e che si vede letteralmente togliere la terra sotto i piedi. In situazioni come questa non serve consolare, fare analisi, dare motivazioni, consigli o previsioni, l'unica cosa è darsi da fare e velocemente, perché contano solo i fatti, le parole stanno a zero. 
E invece c'è chi riesce a gettare sale sulla ferita inneggiando al castigo divino, pubblicando selfie sorridenti con hashtag improbabili tipo #terremotati e #sopravvissuti o abbandonandosi alla polemica. E come se non bastassero i soliti buontemponi imbecilli irrispettosi analfabeti, una senatrice del M5S non trova niente di meglio da fare che pubblicare la sua teoria complottista blaterando di addomesticamento dei terremoti per diminuire i risarcimenti.
Una bufala, nient'altro che questo, che circola da anni in occasione di ogni terremoto e che fa riferimento all'articolo 2 del decreto legge n.59 del 15 maggio 2012 che non è mai entrato in vigore, in quanto soppresso dalla legge n.100 del 12 luglio 2012. Senza poi contare che per i complottisti i risarcimenti sarebbero legati al valore della magnitudo del sisma (scala Richter), mentre invece a essere considerata è l’intensità del terremoto che si calcola in base alla scala Mercalli che è quella che dà appunto un valore di intensità sulla base dei danni registrati.
Cara senatrice, e insieme a lei tutti coloro che non possono fare a meno di pontificare, la prossima volta che decidete di fare terrorismo, infilatevi la testa in un sacco e poi scuotetelo, chissà che i vostri cervelli non rientrino nel vuoto che hanno lasciato.

29 ottobre 2016

L'Italia dice no.

Non al referendum, che è l'argomento del giorno, anzi dei mesi, e pare non esista altro, ma ad un Trattato di messa al bando degli ordigni nucleari per il 2017.
All'Onu 123 Paesi per un Trattato di messa al bando delle armi nucleari, l'Italia vota no.
L'Italia, ufficialmente paese non-nucleare, ospita 59 basi militari americane. È il primo avamposto statunitense in Europa per numero di bombe nucleari schierate, e il quinto al mondo per numero di installazioni militari. Sono 70 in tutto, ed è un arsenale custodito in sole due basi: 50 ad Aviano in provincia di Pordenone, 20 a Ghedi in provincia di Brescia. Con l'intensificarsi della crisi tra Occidente e Oriente l'Italia rischia molto, perché da avamposto dell'impegno statunitense per la difesa dell'Europa l'impatto sta lentamente diventando militare. L'opera di ammodernamento delle strutture militari in Italia attualmente in corso, porterà ad avere bombe nucleari teleguidate con una migliore precisione e aumenterà la tentazione di usarle, perfino di usarle per primi.
http://nena-news.it/nuove-bombe-nucleari-per-litalia/
E dice no, per non deludere l'ipocrita America che, dopo aver varato un potenziamento nucleare da 1000 miliardi di dollari, dichiara di voler "realizzare la visione di un mondo senza armi nucleari". Grazie Italia prona.

Are you lost in the world like me?

A testa bassa sugli schermi, senza accorgersi di ciò che capita attorno a noi, questa è l’immagine riassuntiva del mondo moderno. Un mondo che corre all'impazzata, veloce e casuale, dove i particolari non contano più nulla, dove regnano menefreghismo ed egoismo, dettati dalla tastiera di uno Smartphone, che diventa a tutti gli effetti corpo, gesti e anima virtuale. Territori solari che divengono in questo modo pieni di oscurità, cupi, dove esseri non più umani vagano tristi, desolati e disorientati, dimenticandosi di alzare lo sguardo verso un Sole ormai offeso e divenuto sbiadito. 
L’ennesima denuncia di tali atteggiamenti controversi arriva dall'artista Moby, cantante, musicista e compositore, sempre attento ad interrogarsi sulle problematiche che affliggono i nostri tempi. Il videoclip che accompagna il bellissimo brano, prodotto dalle sapienti mani di Steve Cutts, famoso illustratore ed animatore,  rappresenta sicuramente uno dei video musicali meglio realizzati degli ultimi anni. Immagini che si rifanno ai primi cartoons in bianco e nero degli anni ’30, ma dai contenuti fortemente attuali.
Scene impregnate interamente da un’aurea densa di tristezza, angoscia e malinconia, dove un piccolo protagonista schiacciato dalla dipendenza tecnologica apatica dei propri simili, vaga smarrito e incredulo in sentimenti ed emozioni reali solitarie. Nel video si riconoscono alcuni dei trend tecnologici e social degli ultimi tempi, quali Pokemon Go, Tinder, e più in generale atteggiamenti comuni di vivere un’esistenza  e le situazioni che ci coinvolgono, attraverso uno schermo. Il personaggio, somigliante ad un Moby in versione cartoon, si trova senza volerlo immerso in un mondo a lui estraneo, e tenta di fuggire da esso alla ricerca di un poco di semplice umanità, di condivisioni reali di sentimenti, senza però trovare riscontri ricambiati. A questo punto, non può far altro se non entrare egli stesso in un vortice di sconsolata solitudine, in attesa forse di una nuova e rinnovata luce solare, mentre macchine ormai disumanizzate precipitano una dietro l’altra senza rendersene conto, in un tetro burrone.
http://www.mifacciodicultura.it/2016/10/23/moby-videoclip-mondo-tecnologico/


Libertà e destino.


27 ottobre 2016

La terra trema ancora e torna la paura.

Il centro Italia e in particolare Umbria e Marche sono di nuovo sotto scacco.

E ancora una volta siamo qui a considerare quanta poca cosa sia l’uomo, spesso dimentico della sua piccolezza. Animale presuntuoso, abituato a ritenersi grande, amministratore e arbitro di una natura che ha tanto da darci ma anche tanto da toglierci. Quotidianamente maltrattata, sempre più spesso ci ricorda di essere l’unica vera padrona di questo mondo, capace di distruggerci e spaventarci nella stessa misura in cui noi la violentiamo e sfruttiamo ogni giorno.

23 ottobre 2016

E niente, me ne stavo qui e pensavo....

...pensavo che devo essere una che combatte e non si abbatte, altrimenti dopo tanti anni di vita non sempre semplice, dovrei essere come minimo depressa. Invece riesco ancora a reagire, a volte con decisiva prontezza e a volte anche solo per esclusione, perché se non reagisco è finita. Riesco ancora a fare delle scelte, non sempre spontanee ovviamente, ma curandomi comunque delle mie motivazioni, di cui la principale è quella di non essere manipolata. Nutro l'autostima, non l'autocommiserazione. E se scelgo di cercare di fare sempre al meglio quello che faccio non è perché sono ambiziosa e voglia arrivare chissà dove, ma perché ho una coscienza così, che non si accontenta del meno peggio. E ogni giorno ascolto la voce della mia coscienza, non l'opinione comune. Ogni giorno scelgo di non arrendermi, non perché voglio vincere, ma perché il senso della mia vita è essere ciò che sono, in funzione delle scelte che scelgo di attuare.

16 ottobre 2016

Mi piace coccolarmi.

E' vero, a volte indulgo nel narcisismo, non patologico ovviamente, ma è perché mi voglio bene. La domenica soprattutto, quando, e non sempre, sono libera dal lavoro e posso permettermi di dedicare la giornata a me stessa, libera da tutto, impegni e responsabilità. Sono stata per molto, troppo tempo, relegata in ruoli che mi imponevano comportamenti e azioni conseguenti, ora no, ora sono libera e mi comporto in base ai miei desideri, nei limiti del possibile purtroppo. E mi piace coccolarmi, una specie di rivincita forse, tardiva anche, perché a quasi 64 anni non è che si possa fare chissacchè, ma il piacere di poter decidere il come, il dove e il quando, anche solo per un giorno alla settimana, mi ricompensa e mi fa stare bene. Incomincio al mattino, anche se mi sveglio sempre troppo presto per dire che poltrisco, ma faccio tutto con calma, senza guardare l'orologio. La colazione, la passeggiata con il mio piccolo amico a quattro zampe e il riassetto veloce del mio nido trascurato, perché non si può certo dire che sono una brava casalinga. Un'occhiata alla rete non manca insieme all'aggiornamento di questo diario virtuale se mi va di scrivere qualcosa. E intanto si è fatto quasi mezzogiorno e mi posso ancora concedere un aperitivo, uno spritz fatto in casa naturalmente, non è che vado al bar a cercar compagnia, non lo ritengo necessario. Poi penso a quello che mi va di mangiare, apro il frigo e ascolto il mio stomaco. Cucino. Sì, mi va ancora di farlo, per me stessa, per gratificarmi e lo faccio abbastanza bene. Però non bado all'etichetta: non metto tovaglie e ammennicoli vari: mangio e basta, per il solo e unico piacere di farlo. Caffè, sigaretta e pennichella. Tutto qui. Qualcuno potrà senz'altro dire che è niente, ma per me è tanto. Godere di piccole cose, fatte di poco e di poca importanza ma rilevanti da un certo punto di vista: dal punto di vista dell'indipendenza e della libertà, anche se limitata ad un contesto molto personale. Il pomeriggio è dedicato esclusivamente al cazzeggio, possibilistico e opzionale: vediamo quel che mi viene in mente. 

"Curarmi di me stessa non è autoindulgenza, è auto-preservazione, ed è un atto di lotta politica". 
Audre Lorde

Colpa della luna.

Me lo raccontava mia nonna tenendo in mano quel piccolo quaderno con la copertina marrone e i fogli ingialliti. 
Raccontava che suo padre se n'era andato via in una notte di luna piena. Non si sapeva dove, non si sapeva con chi, si sapeva solo che era colpa della luna che a volte fa impazzire gli uomini. Aveva lasciato tutto per seguire la magia della luna, affascinato da quello splendore che poi lentamente, giorno per giorno, scompariva per poi ritornare, a volte nascosto, a volte così palese da far invidia al sole. 
Raccontava che sua madre, pur amandolo, non piangeva. "Ritornerà", diceva, "ritornerà con la luna, perché la luna ritorna sempre". E ogni notte scriveva alla luna, rimproverandola di averle rubato l'amore e supplicandola di lasciarlo tornare da lei. Ma la luna si nascondeva spesso e le notti buie restavano mute ai richiami. 
Raccontava che passarono gli anni e mentre riempiva il quaderno di parole, sua madre si ammalò. Una notte la luna si accorse di quel silenzio inusuale e volle vedere da vicino perché non sentiva più quella voce. Fece capolino nella stanza e vide la donna a cui aveva rubato l'amore stesa sul letto. Sembrava una rosa addormentata, ma viva, fragile e incompleta, ma viva.
E lui ritornò. La guardò in quel letto di Biancaneve quasi quel principe che da molti anni aveva smesso di essere. Prese le mani di quella donna che aveva amato fra le sue, le sussurrò parole che nessuno riuscì a sentire e si voltò per andare, di nuovo, come prima del quaderno. Il giorno dopo lei aprì gli occhi: "Colpa della luna" disse, e li richiuse per sempre.

Ho saputo in seguito che il mio bisnonno non tornò dalla campagna nel Nordafrica durante la prima guerra mondiale e la mia bisnonna è morta di leucemia....ma preferisco la versione di mia nonna...perché ancora conservo quel quaderno...

15 ottobre 2016

Nobel.

Allora dico  la mia anche se a nessuno importerà più di tanto. 
Una delle critiche per quello che riguarda il Premio Nobel a Bob Dylan è che lui non ha niente a che fare con la letteratura e che i suoi testi sono legati strettamente al fatto che sono cantati e suonati. 
Io credo che non sia così, infatti molti suoi testi sono leggibili a sé, senza bisogno di essere cantati e supportati dalla musica, sono vera e propria poesia. Le sue memorabili musiche e parole sono, nel senso più profondo, letterarie.  
Piuttosto, se proprio vogliamo obiettare qualcosa nella motivazione del Nobel, possiamo dire che Dylan non ha "creato una nuova espressione poetica", ma ha dato una forma efficace e contemporanea a uno dei nessi più profondi e antichi dell'arte: quello tra parola (detta più che letta) e musica (in senso lato).
La letteratura non deve chiudersi in sé stessa, arroccata nei salotti buoni dei parrucconi. L'aprirsi verso altre forme d'arte è un segno di evoluzione e attenzione verso ciò che più influenza la società del nostro tempo e questo non può che essere positivo.
E mi piace l'dea che ci sia stato una specie di passaggio del testimone: Dario Fo, Nobel nel 2001, è morto nel giorno in cui è stato assegnato il Nobel a Dylan. Una coincidenza sicuramente, ma quindici anni fa ne aveva parlato :"Sarei proprio contento se fosse Bob Dylan a vincere il Premio Nobel"....

E già che ci sono dico la mia anche su Dario Fo. Sono venuti fuori, come sempre succede quando si parla di un personaggio di tale fama, i suoi trascorsi politici, dalla sua giovinezza nella Repubblica di Salò alla recente adesione al movimento di Grillo. 
Io vorrei estrapolarlo da questa condizione di miseria politichese e vederlo solo come artista. Quell'eterno giullare, istrione del palcoscenico, uomo delle arti a tutto tondo che per tutta la vita si è battuto contro l'affermazione secondo cui “la cultura dominante è quella della classe dominante”, che non ha mai avuto bisogno di etichette perché l’idea di cultura per la quale si è battuto non è né accademica né elitaria. Ci ha lasciato tanto nelle sue opere, sono un tesoro, non sporchiamole. 

Lo spot della Apple del 1997 con lo slogan "Think Different" presenta tutti i protagonisti che con il loro genio e la loro fantasia e ribellione hanno cambiato il mondo. La voce narrante italiana non poteva che essere quella di Dario Fo e uno dei personaggi Bob Dylan. 
Ed è cosi che due premi Nobel alla letteratura si sfiorano. 


"Questo film lo dedichiamo ai folli, agli anticonformisti, ai ribelli, ai piantagrane, a tutti coloro che vedono le cose in modo diverso. Costoro non amano le regole, specie i regolamenti, e non hanno alcun rispetto per lo status quo. Potete citarli, essere in disaccordo con loro, potete glorificarli o denigrarli, ma l'unica cosa che non potrete mai fare è ignorarli, perché riescono a cambiare le cose, perché fanno progredire l'umanità. E mentre qualcuno potrebbe definirli folli, noi ne vediamo il genio. Perché solo coloro che sono abbastanza folli da pensare di poter cambiare il mondo, lo cambiano davvero".

09 ottobre 2016

Silence, please...

Quando si ha l’impressione che il modo sia diventato troppo complicato per ricavarne un senso...
Quando ci si rende conto che il bisogno di comprendere si trasforma in un raccolta di racconti che ci si fa per sfuggire alle contraddizioni della realtà...
Quando si ha bisogno comunque di appoggiarsi ad una realtà diversa, anche fantastica, perché la realtà che definiscono vera è troppo dolorosa e risulta insopportabile...
Quando ci si riconosce senza qualità, disarmati di fronte al mondo...
Allora forse è il momento di smettere di parlarsi addosso e di concentrarsi nel fare cose diverse, senza nessun'altro scopo che il superficiale piacere di farle...per sottrarsi all'inganno, alla pressione, alla compulsione dell'esserci a tutti i costi...
.......
Quindi oggi andrò al mercato...e comprerò la pioggerellina fitta di questa grigia giornata di ottobre. Me la farò mettere in una bottiglia colorata e mi sciacquerò i pensieri per togliere qualche impurità. 
Ci sarà ressa al solito banco dove vendono giudizi saccenti e presuntuosi, taglienti ma anche patetici. Ci saranno tutti i pontificatori professionisti, quelli che amano molto sparare sentenze, che vanno tanto di moda oggi.
Mentre pochi si fermeranno là dove vendono solo un po' di umiltà, morbida morbida, senza additivi e priva di ignoranza. Ne comprerò un paio d'etti...e una manciata a parte che la devo regalare.
E poi troverò il banco del silenzio...me ne serve almeno mezzo chilo...perché questa vita certi giorni fa troppo rumore...e perché a volte si può anche tacere...
...silenzio prego...