15 aprile 2017

Ho bisogno di tempo.


Per fermarmi a sentire l'esistere. 
Ho bisogno di tempo per sviare l'ansia dell'inquietudine e farne bagaglio da disfare. 
Per viaggiare con la mente al di fuori delle idee, dei contratti, dei mantra e dei sodalizi. 
Per raccogliere frantumi di senso e farne mosaico.
Ho bisogno di tempo per distinguere la passione, perderla per cercarla, coccolarla e poi lasciarla andare. 
Per scegliere il vizio e farne virtù. 
Per annusare la noia e perderne il sapore.
Ho bisogno di tempo per togliere etichette e cucire la fantasia. 
Per allentare gli elastici e respirare. 
Per veder crescere una pianta e assaggiarne la gratitudine.
Per smettere l'urgenza e centellinare il desiderio.
Scusate...esco a fare due passi...forse torno...

06 aprile 2017

Un mondo sordo.

Il gas, subdolo e vile come chi lo usa. Fu creato, guarda un po', dai nazisti e usato da chi quei metodi ripercorre. Ma non è da adesso che inorridiamo di fronte a queste stragi, sono anni che si continua ad uccidere, per il potere, per il dominio o anche solo per lo sterminio. Perché il consiglio di sicurezza dell'ONU ha questa impennata di indignazione? Forse che le morti per i gas sono più gravi di quelle avvenute con altri metodi? 
Siamo di fronte ad un mondo sordo che sembra dire: "puoi uccidere ma non con le armi chimiche!"
A me viene da pensare principalmente a due cose: a quel cinismo di ritorno che ammanta le nostre vite, quelle impotenti di cittadini comuni che si rendono conto di non poter far nulla se non gridare una frustrante indignazione per la morte, i gas, le stragi, per tutte le guerre indistintamente, e a quel cinismo opportunista ben rodato dei grandi e piccoli professionisti della geopolitica, che potrebbero fermare i massacri ma decidono in base a convenienze, alleanze, circostanze e situazioni.
E’ un quadro cupo, apparentemente senza vie d’uscita. 
Come l’attuale realtà dove tutti gli attori interni ed esterni dovrebbero tornare sui propri passi, accettare censure, praticare ritiri, restituire sogni a quei bambini a cui rubano la vita. 
Ma non lo fanno.





03 aprile 2017

E' che non ho niente da dire.


Si può parlare di tutto, sempre, dovunque, gli argomenti non mancano, ma sto vivendo una specie di apatia che mi toglie la voglia di partecipare, come se tutto fosse già detto, ripetuto, consumato. Mi assale l'inutilità del reiterare e aspetto qualcosa che distolga i pensieri dalla protettiva morbidezza del quotidiano. Cerco l'originalità nello scorrere lento del tempo che sempre si ripete incurante dei miei desideri.
L'alba, il giorno, la notte cambiano la percezione del buio o della luce che li accompagna, tutto il resto è.....noia? No, l'inquietudine che mi perseguita continua a farmi domande, ma c'è una certa stanchezza disillusa nel cercare risposte che si nascondono troppo bene.
Mi siedo per trovare riposo nel mio camminare e una pioggerellina leggera mi sorprende impreparata. Forse avrei dovuto guardare il cielo prima di partire...le nuvole dicono sempre qualcosa...

27 marzo 2017

Subdolamente...

Basta guardare la tv, sfogliare riviste o semplicemente guardare cartelloni pubblicitari. Ce n'è un po' dappertutto: trucchi, suggerimenti, inviti ad essere belle, snelle e sembrare giovani il più a lungo possibile. E non certo per ragioni di salute ma per "piacere" (a chi poi non è dato sapere). Reggiseni push-up che modellano il seno spingendolo verso l’alto grazie a particolari imbottiture secondo cui i nostri seni dovrebbero essere a prova di gravità. Costosissime creme antirughe e tinture di capelli che dicono che l’età è qualcosa da dissimulare ad ogni costo. Maquillage per nascondere le lentiggini, modellare la dimensione degli occhi del naso o degli zigomi. In primavera poi impazza la "prova bikini" che altro non significa che se una donna non ha un corpo perfetto, il mare se lo deve scordare per decenza. Per non parlare del proliferare degli interventi estetici (vere e proprie brutalizzazioni del corpo) che propongono miracoli e ci rendono tutte meravigliosamente uguali, copie perfette delle bambole di plastica. Tempo fa in rete ho letto anche di una strana diavoleria: l’"esaltatore delle labbra" in sostituzione del botox. Il suo funzionamento si basa su una specie di meccanismo di aspirazione, di risucchio delle labbra, che va ad influenzare la circolazione del sangue, facendo sembrare la bocca più grande. E non ci vuole molta fantasia per immaginare i commenti dei maschietti a corredo dell'articolo.
Ecco, per me anche tutto questo è violenza, subdola e pericolosa. Una violenza simbolica non fisica ma indiretta, che viene esercitata attraverso l'imposizione di una determinata visione del mondo e dei ruoli sociali, rafforzando gli stereotipi e incasellando ognuno in un suo spazio predefinito. Una violenza talmente interiorizzata e naturalizzata al punto da credere che le cose "sono sempre state così", rendendo i valori e gli spazi all'interno della società non solo indiscutibili ma persino immutabili. Violenza subdola è convincere le donne che i loro corpi non sono perfetti e hanno bisogno di un ritocco. Violenza subdola è suggerire comportamenti per adeguarsi agli stereotipi.
Per sottrarsi a questa violenza bisogna prendere coscienza di sé, incrementare l'autostima e l'autodeterminazione, essere consapevoli delle scelte, decisioni e azioni sia nell'ambito delle relazioni personali che in quello della vita sociale. 
E sottrarsi a questa violenza significa non alimentare il bisogno di riaffermazione dell'egemonia patriarcale che trae sostentamento dalla trasmissione di valori culturali e morali che giustificano posizioni dominanti e privilegi inconsistenti. 

22 marzo 2017

Sono giorni strani...

Sarà l'accavallarsi di tante sensazioni diverse, o forse solo la stanchezza di tanti giorni frenetici. 
Fatto sta che inseguo solo i ghirigori dei miei pensieri. 
Sono giorni in cui, piuttosto che esprimermi, osservo, perché ho fame di capire, come se ancora ci fossero talmente tante cose da sapere che quel poco che so non può farmi stare tranquilla.
Sono giorni in cui le persone, anche quelle a cui voglio bene, mi danno insofferenza, una strana sensazione di disagio, e mi viene da chiedermi chi è che sta dentro ad una gabbia: sono io che guardo gli altri dietro alle sbarre o sono gli altri che guardano me rinchiusa?
Ricordo un particolare: da piccola guardavo degli uccellini dentro una grande voliera e pensavo che anche loro mi vedevano attraverso una rete, e forse anche loro potevano pensare di me la stessa cosa. Sapevo che era il loro lo spazio più piccolo e chiuso, ma non riuscivo a togliermi dalla testa che fossi io in un'enorme gabbia e che il mondo fosse dentro la voliera. Lo dissi a mia madre e lei mi chiese come mi venissero in mente certe cose. Mi venne da piangere.
Ci sono dei giorni strani, come quei giorni qui, colmi del disagio del non capire. 
Ed io li sento in bocca, un po' sgradevoli, come una forchetta con i rebbi storti. Ci si può mangiare lo stesso, ma non è la stessa cosa.
O forse più semplicemente c'è qualcosa di sbagliato in me, da sempre.  

04 marzo 2017

Un pezzo di carta non fa da scudo.

E' di questi giorni la sentenza della Corte di Strasburgo che condanna l'Italia per l'inefficienza riscontrata nel difendere le donne vittime di violenza. Non mi sembra che sia la prima volta, correggetemi se sbaglio, e forse non sarà nemmeno l'ultima, perché di inefficienze siamo esperti.
Elisaveta aveva fatto ripetute richieste d'aiuto alle autorità, inascoltate. Aveva ricevuto protezione in una struttura, ma poi aveva dovuto lasciarla perché non c'erano più fondi per pagare la sua accoglienza. E infine l'epilogo, tragicamente prevedibile. Lei l'ha scampata ma il figlio che la difendeva no.
Le condanne ci sono state, per il colpevole del delitto e per la mancata protezione, ma i fatti restano, implacabili, a svelare condizioni inaccettabili per storie che si ripetono quotidianamente: mali evitabili se si desse il giusto peso e ascolto e se ci si mettesse d'impegno a riempire i vuoti e a correggere gli errori del sistema.
E' inutile la retorica di coloro, spesso rappresentanti delle istituzioni, che di fronte alle violenze, invitano le donne a denunciare. Denunciamo sì, ma poi? Un pezzo di carta non fa da scudo, ci vuole consapevolezza, responsabilità e, soprattutto, volontà di fare, tutte cose di cui la politica altisonante è molto carente.
E prima, prima ancora di certe misure a posteriori, ci vuole rispetto, e non solo per le donne: rispetto per tutte le persone, per i diritti e per la libertà di ognuno. E se non sappiamo più che vuol dire, impariamolo di nuovo, insegniamolo, ficchiamocelo nella testa a martellate che senza di quello non si va da nessuna parte se non nell'abisso in cui stiamo cadendo.
Già, ma che lo dico a fare? Una rivoluzione culturale di tale portata è praticamente un miraggio...
Coraggio donne, che fra poco è l'8 marzo e ci inonderanno di mimose...ma un po' di giallo in mezzo a tutto quel rosso non potrà certo cancellarlo...

01 marzo 2017

Ecco cosa significa proibire, nel 2017.

Che è ben lontano dal prevenire o dall'impedire, come i benpensanti nostrani vorrebbero far intendere. Disconoscere il diritto all'autodeterminazione personale vuol dire solo creare due strade differenti per la sofferenza a seconda del peso del portafoglio. Per uno come Fabo che drammaticamente ha scelto di liberarsi dalla prigione del proprio corpo, tanti altri, in silenzio e senza riflettori, sono condannati al martirio di una vita che non è più. Senza ulteriori considerazioni su chi si arroga il diritto di scegliere per gli altri, trincerarsi ancora dietro al mantra della "tutela della vita dalla nascita alla morte", come vorrebbe un dio che è di casa sul suolo italiano e finanche in parlamento, è solo uno spregevole e vile atto di ipocrisia.

28 febbraio 2017

La libertà non è un bavaglio.

Aderisco all'iniziativa proposta da Vincenzo e Daniele per dire NO al DDL liberticida.


E' stato presentato un disegno di legge per prevenire per prevenire la manipolazione dell'informazione on line, garantire la trasparenza sul web e incentivare l'alfabetizzazione mediatica. Detta così parrebbe un'iniziativa da sostenere.
Peccato però che il testo oscilli pesantemente tra la ridondanza e il rischio di favorire la censura.
Certe forme di reati, diffamazione, diffusione di notizie false e tendenziose, sono già previsti dai codici, ma in questa proposta di legge si nota un eccesso di zelo che si trasforma in un bavaglio bello e buono. Per contrastare campagne razziste, il bullismo, l’apologia del fascismo o simili trasgressioni la legislazione vigente è sufficiente. Bisogna solo applicarla.
Il pasticcio diventa massimo quando si intende regolamentare blog e siti (non le testate giornalistiche per le quali sono già in vigore norme e codici) sotto il profilo della responsabilità editoriale. Nel caso in cui il DDL dovesse passare, chiunque, prima di aprire un blog, sito web privato o forum finalizzato alla pubblicazione o diffusione online di informazioni, dovrebbe inviare tramite Pec tutte le informazioni personali. Inoltre, quando i gestori rintracciano un contenuto “falso, esagerato o tendenzioso” sono tenuti alla rimozione, pena 5000 euro di ammenda. Ma come giudicare un contenuto “esagerato” o “tendenzioso”? O quando una campagna è “volta a minare il processo democratico”? Per non equiparare la rete alle testate giornalistiche, si sostituisce la registrazione presso il Tribunale con la notificazione (sempre al Tribunale) via posta elettronica certificata (Pec).

Un contributo al caos, non alla trasparenza. Uno strumento come questo sarebbe, in sostanza, un insperato alleato di un’eventuale deriva antidemocratica dell’Ordinamento. Anziché favorire la libertà di espressione e di confronto, vero antidoto alle notizie false, si pensa un quadro repressivo che al massimo provocherebbe un temuto effetto raggelante, portando qualsiasi persona a desistere dal commentare o dallo scrivere qualsiasi cosa in rete nel timore che qualcuno possa ritenerla una fake news.
Insomma, l’età digitale è un nuovo mondo, che evoca approcci e culture inediti e creativi, il mero “proibizionismo” fa solo peggiorare la situazione. Bisogna invece costruire un clima di opinione maturo ed adeguato su cui lavorare. La coscienza digitale è un pezzo decisivo della cittadinanza democratica e solo così si può forse limitare il fenomeno tragico delle “bufale”, o degli atteggiamenti incivili e simbolicamente violenti.
L’iter parlamentare del disegno di legge non è ancora avviato. Un appello va rivolto alle senatrici e ai senatori proponenti. Ci si fermi, per ripensare alla materia in maniera adeguata, raccogliendo il coro critico pressoché unanime che si è sollevato nei giorni passati.


Aderiscono all'iniziativa anche:

L'Agorà


26 febbraio 2017

Non mi interessa..(voglio sapere)


"Non mi interessa che cosa fai per guadagnarti da vivere,
voglio sapere che cosa ti fa soffrire e se osi sognare di incontrare il desiderio nel tuo cuore. 

Non mi interessa quanti anni hai, voglio sapere se rischierai di sembrare ridicolo per amore, per i tuoi sogni, per l'avventura di essere vivo.  

Non mi interessa quali pianeti sono in quadratura con la tua luna, voglio sapere se hai toccato il centro del tuo dispiacere, se sei stato aperto dai tradimenti della vita o ti sei inaridito e chiuso per la paura di soffrire ancora.  

Voglio sapere se puoi sopportare il dolore, mio o tuo,
senza muoverti per nasconderlo, sfumarlo o risolverlo.  


Voglio sapere se puoi vivere con la gioia, mia o tua;
se puoi danzare con la natura e lasciare che l'estasi ti pervada dalla testa ai piedi senza chiedere di essere attenti, di essere realistici o di ricordare i limiti dell'essere umani.  


Non mi interessa se la storia che racconti è vera,
voglio sapere se riusciresti a deludere qualcuno per mantenere fede a te stesso; se riesci a sopportare l'accusa di tradimento senza tradire la tua anima.  


Voglio sapere se puoi essere fedele e quindi degno di fiducia.  

Voglio sapere se riesci a vedere la bellezza anche quando non è sempre bella; e se puoi ricavare vita dalla Sua presenza.  

Voglio sapere se riesci a vivere con il fallimento, mio e tuo,
e comunque rimanere in riva a un lago e gridare alla luna piena d'argento: "Sì!"  


Non mi interessa sapere dove vivi o quanti soldi hai,
voglio sapere se riesci ad alzarti dopo una notte di dolore e di disperazione, sfinito e profondamente ferito e fare ugualmente quello che devi per i tuoi figli.  


Non mi interessa chi sei e come sei arrivato qui,
voglio sapere se rimani al centro del fuoco con me senza ritirarti.  


Non mi interessa dove o che cosa o con chi hai studiato,
voglio sapere chi ti sostiene all'interno, quando tutto il resto ti abbandona.  


Voglio sapere se riesci a stare da solo con te stesso e se
apprezzi veramente la compagnia che ti sai tenere nei momenti di vuoto". 


Tratto da "L’invito all’ascolto della vita" di Oriah Mountain Dreamer

24 febbraio 2017

39 anni e non li dimostra.

Sono 39 anni che la legge 194 sull'interruzione di gravidanza è stata emanata e mano a mano che passano gli anni sembra che la sua applicazione risulti sempre più difficile.
La legge arrivò nel 1978 dopo una lunga battaglia e aveva un obiettivo preciso: regolare una situazione che esisteva da tempo e sulla quale l’ipocrisia italiana preferiva stendere un velo di silenzio. L'aborto si praticava negli sgabuzzini delle “mammane” e negli studi professionali dei “cucchiai d’oro”, nelle eleganti e ricche cliniche private al riparo da occhi indiscreti dagli stessi medici che poi pubblicamente si schieravano dalla parte degli abrogazionisti. L'obiettivo era quello di tutelare la salute delle donne che troppo spesso morivano di aborto clandestino e ripristinava un concetto di giustizia sociale evitando che la scelta fosse praticata in sicurezza solo dalle più ricche e fortunate. 
Ecco, sembra che tutti questi anni non siano passati perché non hanno contribuito ad agevolare e a rendere applicabili i princìpi di questa legge.
Gli obiettori di coscienza  sono sempre più numerosi e le donne incontrano sempre maggiori difficoltà ad esercitare questo loro diritto. Le gerarchie ecclesiastiche sono sempre sul piede di guerra e non perdono occasione per snaturare il testo di questa legge mettendo in atto un ostruzionismo indiscriminato.
In questi giorni, l'ospedale San Camillo di Roma ha indetto un concorso per l'assunzione di medici abortisti che, secondo il parere di illustri costituzionalisti, viola i principi della nostra Carta avendo escluso la partecipazione di alcuni (i non abortisti). Al di là degli aspetti giuridici, sui quali comunque resta qualche perplessità, quel che colpisce è la straordinaria sensibilità di alcuni “servitori dello Stato”, come il ministro Beatrice Lorenzin (peraltro protagonista sul fronte dei diritti di alcune controverse e poco edificanti iniziative) che difende la libertà o i precetti di alcuni e dimentica palesemente le libertà di tanti altri. Possibile che il ministro non sappia che negli ospedali italiani la legge 194 viene di fatto boicottata con percentuali di obiettori che superano il 90 %?
La signora ha detto: “Non bisogna esprimere pensieri, ma soltanto rispettare la legge”. Esatto.
Ma allora, perché, oltre a preoccuparsi del diritto all’obiezione, così massicciamente esercitato dai medici, non ha garantito altrettanto bene quello delle donne a usufruire nelle strutture pubbliche della legge 194 nei casi previsti dalla normativa?
Ma le parole magiche le ha dette don Carmine Arice, direttore dell’Ufficio nazionale per la pastorale della salute della Cei, che rivolta la frittata a modo suo: “La decisione di assumere al San Camillo di Roma medici dedicati all’interruzione di gravidanza, impedendo loro dunque l’obiezione di coscienza, snatura l’impianto della legge 194 che non aveva l’obiettivo di indurre all’aborto ma di prevenirlo. Predisporre medici appositamente a questo ruolo è una indicazione chiara”.
Obiezione: sicuramente la legge aveva l’obiettivo di prevenire l’aborto ma aveva soprattutto un altro obiettivo, molto chiaro e preciso: consentire alle donne, nei casi previsti, di farne ricorso.
Il problema dunque è sempre quello: con gli obiettori in maggioranza assoluta di fatto quella legge viene sabotata, svuotata e violata con le drammatiche conseguenze che spesso la cronaca ci riporta.
I diritti sono diritti e un paese civile dovrebbe impegnarsi in modo che vengano rispettati. Probabilmente è vero che quel concorso non è propriamente rispettoso della Costituzione, ma ciò non toglie che i diritti vadano assicurati e al momento uno dei due (quello all’obiezione), al contrario di quel che sostiene don Arice con un’evidente forzatura dialettica, è stato tutelato molto più di quello che la legge riconosce alle donne.
Sarebbe stato bello se in quest'Italia delle corporazioni, una delle più potenti, quella dei medici, con senso di responsabilità si fosse posta il problema e lo avesse risolto attraverso i propri organismi professionali.
Sarebbe stato bello non essere indotti a pensare che questo Paese non si sia mai allontanato dalla situazione di quarant'anni fa: pubbliche virtù (teologali) e robusti arricchimenti privati.

21 febbraio 2017

Manifestazioni, multe e scissioni.

In questi giorni non si fa altro che parlare del PD. C'è una separazione in corso, scissione la chiamano. Io non vedo altro che baruffe e, sinceramente, le trovo piuttosto infantili. Sì, è vero che c'è di mezzo un partito maggioritario e che potrebbe esserci problemi per il governo in carica, ma quand'è che questi signori diventeranno grandi e cominceranno a preoccuparsi dei disagi delle persone invece che delle loro poltrone? Non che io abbia fiducia in loro, ma, in teoria, sarebbero dove sono apposta per farlo.
Non si parla d'altro, dicevo. E invece per me le notizie sono ben altre. Una di quelle che ha attirato la mia attenzione è stata quella della multa da 4.000 € ad un camionista che portava aiuti ai terremotati di Amatrice. Un gesto di solidarietà che vede coinvolta gente comune che sente come dovere aiutare chi, in questo momento, ha bisogno di fatti concreti per uscire o perlomeno alleggerire una condizione di estrema difficoltà. E credo che questo già di per sé la dica lunga sull'iniziativa spontanea e fattiva che contraddistingue la gente per bene. Gesto che, come accade in mille altre occasioni, si è scontrato con l'ottusità che invece contraddistingue molto bene l'amministrazione pubblica. Non poteva passare da quella strada con un veicolo di quel peso. Bene. Bastava trovare una strada alternativa o caricare ciò che trasportava su altri veicoli. No, multa. Così impara a non disobbedire alle regole e chissenefrega di tutto il resto. E nel PD continuano a litigare per le poltrone.
Un'altra notizia che ha avuto pochissimo riscontro sui media è quella di una manifestazione a Barcellona per chiedere di accogliere più migranti. Una notizia che pare sfuggita, salvo alcuni, ai nostri giornali. Una manifestazione grandiosa non solo per i numeri, ma per il significato: si chiede di accettare un numero maggiore di profughi. Nel 2015 il governo spagnolo si era impegnato ad accogliere più di 17.000 profughi, nel quadro della distribuzione dei profughi nell’Unione Europea; ne ha accolti sinora 1.100. I manifestanti chiedono che gli accordi siano rispettati.
In fondo stanno manifestando a favore di quello che chiede il governo italiano, giusto? E allora come mai questo silenzio dei nostri media? Ah, già, nel PD si stanno separando.

17 febbraio 2017

Ho ascoltato il discorso della madre del ragazzo che si è suicidato a Lavagna e, devo dire la verità, non mi è piaciuto. Rispetto per il suo dolore, ma mi sarei aspettata qualcos'altro. Quella era una predica, non sembrava affatto sconvolta dal fatto che il suo gesto di chiamare la guardia di Finanza a fare la perquisizione in casa potesse aver provocato nel ragazzo un turbamento tale da decidere di fare quel che ha fatto. Questo dubbio imponeva perlomeno il silenzio, nel quale arrovellarsi per i sensi di colpa. Lei voleva toglierseli quei sensi di colpa, giustificando il suo gesto pubblicamente come "dovere" e facendo una specie di "predica" ai giovani sbandati che, impegnati con i cellulari, non si guardano negli occhi.
Ma nemmeno lei ha guardato suo figlio negli occhi, nemmeno lei ha "comunicato" con suo figlio.
Non voglio dire altro, non so niente del suicida e non voglio giudicare oltre una madre che subisce una tale sconfitta. Si sbaglia nella vita, si fanno errori gravi e irreparabili come questo e si sa che il mestiere di genitore è fra i più difficili. Esprimo solo la mia perplessità di fronte alla grottesca imperfezione di uno schierarsi insistente dalla parte di ciò che viene imposto come dovere.
.

12 febbraio 2017

Lettera aperta delle api agli umani.

Da A-Rivista Anarchica.

Gentili Umani,
abbiamo letto con piacere le pagine a noi dedicate (”A” 410, ottobre 2016, rubrica “Senza confini” di Valeria De Paoli, Salviamo i pronubi), in cui si parla di ciò che ci sta affliggendo.
Tutte informazioni corrette e vi ringraziamo, ciononostante ci sentiamo di porre l'accento su alcune questioni che, dal nostro punto di vista, non sono state poste nel modo corretto. Citate tra le principali cause della moria della nostra specie pesticidi/insetticidi e parassiti alloctoni. Vero! Ma ci sembra che vediate la pagliuzza, tralasciando la trave. La causa principale del nostro progressivo declino, cari Umani, siete voi e ve ne spieghiamo senza tanti giri di parole il motivo.
Voi avete posto le basi per l'avvio della sesta estinzione di massa; ogni anno grazie alle vostre scelte vengono spazzate via centinaia di specie del mondo animale e vegetale, erodendo ad una velocità sorprendente la biodiversità del nostro sistema.
Vedete, noi potremmo anche far fronte a qualche milione di ettari di agricoltura intensiva trattata con pesticidi, potremmo anche far fronte alla riduzione quantitativa delle aree in cui possiamo cibarci o all'attacco di parassiti che voi ci avete portato, ciò a cui, forse, non riusciremo a far fronte è il cambiamento climatico che produce la scomparsa dell'ecosistema in cui noi viviamo insieme a voi.
Cari Umani, non rivolgete a noi le vostre attenzioni, pensate a voi stessi. Pensate a quello che mangiate, all'acqua che bevete, all'aria che respirate, ai nidi in cui vivete, al sistema sociale che vi siete dati. Noi non abbiamo bisogno di voi, siamo su questa terra da milioni di anni, da molto più tempo della vostra specie ma voi avete bisogno di noi e nonostante tutti gli sgambetti che ci fate, con generosità continuiamo a darvi doni preziosi, che a voi sembrano scontati. L'apicoltura non favorisce la nostra sopravvivenza, favorisce la vostra, ed è per questo motivo, ed unicamente per questo motivo, che dovete sostenerla.
Un ultimo monito dunque: fate attenzione a quale apicoltura volete sostenere, anche da questo dipenderà la vostra conservazione ed è per aiutarvi che abbiamo deciso di dare spazio in questa nostra lettera ad alcuni Umani che hanno a che fare con noi quotidianamente. Vi lasciamo con le loro parole.
Come anarcoapicoltori e apicoltrici vi proponiamo una visione più ampia dell'argomento “declino degli insetti pronubi”. Avete giustamente citato le avversità ambientali e quelle derivanti dall'amata globalizzazione ma avete completamente trascurato i danni causati dalla stessa apicoltura. Con infinita leggerezza, gli apicoltori e le apicoltrici oggi si ritengono i salvatori della biodiversità,trascurando completamente o ignorando volutamente, che molte pratiche apistiche sono alla base della trasmissione di malattie, indebolimento
del sistema immunitario e conseguente perdita di interi alveari.
Non siete apicoltori/apicoltrici e cercheremo di spiegarci meglio.Anche se odiamo essere inclusi nell'elenco degli allevatori, siamo considerati tali. Però non abbiamo a che fare con mammiferi con i quali nei secoli abbiamo sviluppato una certa empatia, ma con insetti! Nell'allevamento apistico si inizia a “svalvolare” completamente così come è avvenuto e avviene tutt'ora nell'allevamento intensivo di mammiferi e volatili.
Siamo alle solite, restare concorrenziali sul mercato a discapito del benessere stesso dell'animale che ti permette di vivere, e allora tutto è lecito: zucchero liquido come fonte di nutrimento, proteine vegetali come soia e lieviti per compensare la mancanza di pollini, esasperazione della produzione spostando gli alveari come fossero roulotte di una carovana circense.
Per non parlare poi del taglio delle ali della regina, dello scambio di telai di covata da un alveare ad un altro per livellare lo stato numerico delle famiglie o l'uso di prodotti non autorizzati per debellare la varria.
Insomma gli umani che lavorano con le api sono attivi e partecipi al processo di estinzione dell'apis mellifera quando l'obiettivo è il profitto.

Brigata api d'assalto
brigataapidaassalto@bruttocarattere.org



La solitudine.

L'ho detto e lo ripeto: amo la solitudine, con i suoi silenzi che sembrano dilatare il tempo e quel pizzico di libertà in più che riesce ad offrirmi. E credo che vivere sola mi metta in una condizione di privilegio per assaporarne appieno i vantaggi. Non me ne vanto, ma difendo il mio essere sola a spada tratta da intrusioni negative che potrebbero incrinare quell'equilibrio che a fatica mi sono costruita e che mi permette di essere me stessa con me stessa e per me stessa. Da quando ho la possibilità di essere in questa condizione, ho imparato a guardarmi dentro senza condanne e a chiedermi tanti perché. Spesso non trovo le risposte, ma è un esercizio che mi permette di conoscermi meglio e gli effetti, che siano positivi o negativi, aiutano una consapevolezza che prima non riuscivo ad avere. Riesco a riconoscere i miei punti di forza, le mie aree deboli e i segnali emotivi attraverso cui distinguo le mie preferenze, i gusti, i bisogni e le mancanze. E riesco anche ad espormi, a quei pochi con cui decido di farlo, senza reticenze di nessun tipo, senza paura di essere giudicata, in modo istintivo e spontaneo.
Non posso affermare di essere diventata una persona migliore come dice questo video, ma posso sicuramente dire che...mi piaccio!



La solitudine è indipendenza: 
l’avevo desiderata 
e me l’ero conquistata in tanti anni. 
Era fredda, questo sì, ma era anche silenziosa, meravigliosamente silenziosa 
e grande come lo spazio freddo e silente 
nel quale girano gli astri.
(Hermann Hesse)


I soli sono individui strani
con il gusto di sentirsi soli fuori dagli schemi
non si sa bene cosa sono
forse ribelli forse disertori
nella follia di oggi i soli sono i nuovi pionieri.

I soli e le sole non hanno ideologie
a parte una strana avversione per il numero due
senza nessuna appartenenza, senza pretesti o velleità sociali
senza nessuno a casa a frizionarli con unguenti coniugali.

Ai soli non si addice l'intimità della famiglia
magari solo un po' d'amore quando ne hanno voglia
un attimo di smarrimento, un improvviso senso d'allegria
allenarsi a sorridere per nascondere la fatica
soli, vivere da soli
soli, uomini e donne soli.

I soli si annusano tra loro
sono così bravi a crearsi intorno un senso di mistero
sono gli Humphrey Bogart dell'amore
sono gli ambulanti son gli dèi del caso
i soli sono gli eroi del nuovo mondo coraggioso.

I soli e le sole ormai sono tanti
con quell'aria un po' da saggi, un po' da adolescenti
a volte pieni di energia a volte tristi, fragili e depressi
i soli c'han l'orgoglio di bastare a se stessi.

Ai soli non si addice il quieto vivere sereno
qualche volta è una scelta qualche volta un po' meno
aver bisogno di qualcuno, cercare un po' di compagnia
e poi vivere in due e scoprire che siamo tutti
soli, vivere da soli
soli, uomini e donne soli.

La solitudine non è malinconia
un uomo solo è sempre in buona compagnia.

11 febbraio 2017

E' che a volte mi sento fuori luogo...

...con i miei valori di giustizia, ricerca della verità, equità sociale e libertà. Mi guardo intorno e sembra che tutto quello in cui ha creduto la mia generazione non abbia più un significato, addirittura sia stato dimenticato. La politica ridotta ad una lotta infinita su temi superficiali, inconcludenti ed estranei alla concretezza; il "dagli al povero disgraziato" come credo collettivo; la comunanza un termine fastidioso; il razzismo e il fascismo nascosti e mascherati in mille pieghe di egoismo; un popolo che delega, che non sa fare a meno di un guru che indichi una strada, una qualsiasi, esimendolo dalla pesante autonomia responsabile...
Forse sono vecchia davvero, forse meglio che taccia le mie ragioni per non infastidire il nuovo che avanza, forse dovrei persino dire grazie alla mia età che non mi permetterà di vederne le conclusioni e intanto mettermi al passo, rassegnarmi a quest'idea di società in cui prevale chi ha la voce più forte, dove non importa il chi e il come ma solo il quanto...
Ma non era questo che avevo sognato...


Mi dichiaro colpevole
di sognare a voce alta
di fidarmi dell’altro
di cercare la poesia.
Mi dichiaro colpevole
di dire quello che sento
di scommettere sul sentire
di credere nel detto.
Mi dichiaro colpevole
di sentire che è possibile
piangere un’assenza
lottare un incontro.
Mi dichiaro colpevole
di vivere un altro tempo
di fidarmi di un gesto
di insistere per la verità.
Mi dichiaro colpevole
Sì.
Mi dichiaro colpevole. 

Araceli Mariel Arreche: "Mi dichiaro colpevole". 

09 febbraio 2017

E' tanto che non si bandisce un posto fisso da "acchiappanuvole".


E' morto il padre di "Soldato blu".

"Dobbiamo evitare di diventare anche noi dei 'barbari',
di diventare torturatori come quelli che ci odiano.
Il multiculturalismo è lo stato naturale di tutte le culture.
La xenofobia, le pulsioni sull'identità tradizionale non sono destinate a durare.
Una cultura che non cambia è una cultura morta".
  
Tzvetan Todorov, 1 marzo 1939, 7 febbraio 2017.


08 febbraio 2017

"Non posso passare la vita a combattere solo per sopravvivere".

Michele si è tolto la vita. Stanco di essere senza futuro e prospettive. Prima di andarsene, questo trentenne friulano, ha scritto una lettera, pubblicata per volontà dei genitori (e che riporta il Messaggero Veneto) perché questa denuncia non cada nel vuoto. Ecco il testo su cui dovremmo riflettere un po' tutti.

Ho vissuto (male) per trent’anni, qualcuno dirà che è troppo poco. Quel qualcuno non è in grado di stabilire quali sono i limiti di sopportazione, perché sono soggettivi, non oggettivi.
Ho cercato di essere una brava persona, ho commessi molti errori, ho fatto molti tentativi, ho cercato di darmi un senso e uno scopo usando le mie risorse, di fare del malessere un’arte.
Ma le domande non finiscono mai, e io di sentirne sono stufo. E sono stufo anche di pormene. Sono stufo di fare sforzi senza ottenere risultati, stufo di critiche, stufo di colloqui di lavoro come grafico inutili, stufo di sprecare sentimenti e desideri per l’altro genere (che evidentemente non ha bisogno di me), stufo di invidiare, stufo di chiedermi cosa si prova a vincere, di dover giustificare la mia esistenza senza averla determinata, stufo di dover rispondere alle aspettative di tutti senza aver mai visto soddisfatte le mie, stufo di fare buon viso a pessima sorte, di fingere interesse, di illudermi, di essere preso in giro, di essere messo da parte e di sentirmi dire che la sensibilità è una grande qualità.
Tutte balle. Se la sensibilità fosse davvero una grande qualità, sarebbe oggetto di ricerca. Non lo è mai stata e mai lo sarà, perché questa è la realtà sbagliata, è una dimensione dove conta la praticità che non premia i talenti, le alternative, sbeffeggia le ambizioni, insulta i sogni e qualunque cosa non si possa inquadrare nella cosiddetta normalità. Non la posso riconoscere come mia.
Da questa realtà non si può pretendere niente. Non si può pretendere un lavoro, non si può pretendere di essere amati, non si possono pretendere riconoscimenti, non si può pretendere di pretendere la sicurezza, non si può pretendere un ambiente stabile.
A quest’ultimo proposito, le cose per voi si metteranno talmente male che tra un po’ non potrete pretendere nemmeno cibo, elettricità o acqua corrente, ma ovviamente non è più un mio problema. Il futuro sarà un disastro a cui non voglio assistere, e nemmeno partecipare. Buona fortuna a chi se la sente di affrontarlo.
Non è assolutamente questo il mondo che mi doveva essere consegnato, e nessuno mi può costringere a continuare a farne parte. È un incubo di problemi, privo di identità, privo di garanzie, privo di punti di riferimento, e privo ormai anche di prospettive.
Non ci sono le condizioni per impormi, e io non ho i poteri o i mezzi per crearle. Non sono rappresentato da niente di ciò che vedo e non gli attribuisco nessun senso: io non c’entro nulla con tutto questo. Non posso passare la vita a combattere solo per sopravvivere, per avere lo spazio che sarebbe dovuto, o quello che spetta di diritto, cercando di cavare il meglio dal peggio che si sia mai visto per avere il minimo possibile. Io non me ne faccio niente del minimo, volevo il massimo, ma il massimo non è a mia disposizione.
Di no come risposta non si vive, di no si muore, e non c’è mai stato posto qui per ciò che volevo, quindi in realtà, non sono mai esistito. Io non ho tradito, io mi sento tradito, da un’epoca che si permette di accantonarmi, invece di accogliermi come sarebbe suo dovere fare.
Lo stato generale delle cose per me è inaccettabile, non intendo più farmene carico e penso che sia giusto che ogni tanto qualcuno ricordi a tutti che siamo liberi, che esiste l’alternativa al soffrire: smettere. Se vivere non può essere un piacere, allora non può nemmeno diventare un obbligo, e io l’ho dimostrato. Mi rendo conto di fare del male e di darvi un enorme dolore, ma la mia rabbia ormai è tale che se non faccio questo, finirà ancora peggio, e di altro odio non c’è davvero bisogno.
Sono entrato in questo mondo da persona libera, e da persona libera ne sono uscito, perché non mi piaceva nemmeno un po’. Basta con le ipocrisie.
Non mi faccio ricattare dal fatto che è l’unico possibile, io modello unico non funziona. Siete voi che fate i conti con me, non io con voi. Io sono un anticonformista, da sempre, e ho il diritto di dire ciò che penso, di fare la mia scelta, a qualsiasi costo. Non esiste niente che non si possa separare, la morte è solo lo strumento. Il libero arbitrio obbedisce all’individuo, non ai comodi degli altri.
Io lo so che questa cosa vi sembra una follia, ma non lo è. È solo delusione. Mi è passata la voglia: non qui e non ora. Non posso imporre la mia essenza, ma la mia assenza si, e il nulla assoluto è sempre meglio di un tutto dove non puoi essere felice facendo il tuo destino.
Perdonatemi, mamma e papà, se potete, ma ora sono di nuovo a casa. Sto bene.
Dentro di me non c’era caos. Dentro di me c’era ordine. Questa generazione si vendica di un furto, il furto della felicità. Chiedo scusa a tutti i miei amici. Non odiatemi. Grazie per i bei momenti insieme, siete tutti migliori di me. Questo non è un insulto alle mie origini, ma un’accusa di alto tradimento.
P.S. Complimenti al ministro Poletti. Lui sì che ci valorizza a noi stronzi.
Ho resistito finché ho potuto.
Michele

05 febbraio 2017

La vendetta.

Mi ha colpito molto la storia di Vasto e ho provato a pensare come mi sentirei se qualcuno mi privasse dei miei affetti più cari. Io sono vendicativa a caldo, poi razionalizzo ma non riesco a perdonare, esigo un castigo, e sicuramente mi sentirei frustrata se la giustizia non mi desse soddisfazione. Ma l'occhio per occhio, il dente per dente non rientra nel mio modo di pensare. Piuttosto mi siedo sulla riva del fiume e aspetto che il cadavere passi e l'esperienza mi conferma che prima o poi, qualche volta, succede.
Capisco che un dolore grande possa annebbiare la mente, ma chi si munisce di una pistola sa fin troppo lucidamente l'uso che ne vuole fare. Capisco anche che un automezzo può essere lesivo anche senza una volontà precisa, ma chi si mette alla guida deve saperlo controllare adeguatamente perché può diventare arma anch'esso.
In questa storia ci sono più colpevoli e i dolori distribuiti lasceranno segni indelebili in tante persone. 
Credo però che chi decide scientemente di sopprimere una vita sia più colpevole di altri.

31 gennaio 2017

Per una politica commossa (di Franco Arminio, paesologo).

Viviamo in una democrazia zippata, dove tutti parlano e questo parlare produce solo altre parole. È l’apocalisse del chiasso inconcludente, dell’agonia ciarliera. La Rete è una nave che ti imbarca anche se non ti presenti al porto. E allora si tratta di navigare controcorrente in questo mare senz’acqua, dove sembra finta perfino la vita più convinta. Bisogna combattere contro l’autismo corale, darsi cura di accendere focolai di condivisione nella realtà più che nel virtuale.
Dobbiamo difendere il diritto all’uguaglianza, difendere le ragioni dei deboli, in Italia e altrove. Questo lavoro ha una sua urgenza civile, ma è anche una necessità interiore. Ci vuole una politica scrupolosa e lirica.

Abbiamo bisogno di conflitto e di anima. Ci vuole un impegno commosso per questa terra e per tutte le creature che la abitano. Mettere nella politica qualche furbizia in meno, qualche incanto in più.
La politica deve avere un sapore di alba, di operai che vanno al lavoro, di gente che sa fare il pane e riconosce il vento. La politica deve drenare l’egoismo dalla pozzanghera dell’attualità.
Conoscere un luogo e abitarlo, questo è importante. Sapere a che punto è il grano, come stanno le vacche, che fine faranno le api. Sapere dove stanno le sorgenti, dove fanno il nido gli uccelli, conoscere i colori delle porte chiuse.
Più che la foga della crescita, ci vorrebbe il culto dell’attenzione. Attenzione a chi cade, al sole che nasce e che muore, ai ragazzi che crescono, attenzione anche a un semplice lampione, a un muro scrostato. Oggi essere rivoluzionari significa togliere più che aggiungere, rallentare più che accelerare, significa dare valore al silenzio, al buio, alla luce, alla fragilità, alla dolcezza.
Aiutare i vecchi. Aiutare le persone che vivono nelle periferie e nei paesi più sperduti e affranti. Democrazia e dolore. Considerare che oggi il margine può essere più fecondo del centro. La politica deve sapere più di altipiani che di palazzi romani.
La politica difenda i malati, i beni comuni, la bellezza, la comunità dei vivi e dei morti, degli italiani e degli stranieri, degli animosi e dei contemplativi. Abbiamo bisogno di strategie per assicurare reddito a chi non ce l’ha, ma anche di conservare paesaggi inoperosi, luoghi salvi dalla catena del consumare e del produrre.
Politica e poesia intrecciate ogni giorno, in ogni luogo. È un lavoro per anime nuove. Molti lo stanno già facendo. Non stanno in Parlamento e non è importante che ci vadano, c’è già un fare luminoso che accade nelle mille
Italie che ancora resistono. L’ Italia deve essere la federazione di queste gioiose resistenze, di queste piccole luci circondate da un mare di buio.
Si muore e prima di morire tutti hanno diritto a un attimo di bene. Bisogna ascoltare con clemenza, bisogna coltivare il rigore e lottare fino a rimanere senza fiato. Diffidiamo degli opinionisti, l’Italia ha bisogno di percettivi. Cediamo la strada agli alberi.


Franco Arminio

24 gennaio 2017

In poche parole.

Da che mondo è mondo la natura fa il suo corso e si modifica, fa la sua vita, che non tiene per niente conto di quello che l'uomo vuole per sé.
Da che mondo è mondo ci sono vulcani che si risvegliano, terremoti, valanghe, esondazioni, diluvi e maremoti che non guardano in faccia nessuno. A volte può essere crudele, ma siamo noi che mettiamo in atto delle sfide...e di solito perdiamo, perché la legge della natura è più forte e senza appello.
Se solo imparassimo ad accettarla, rispettarla e guardarla con umiltà...
Se solo non avessimo come dio il denaro...

21 gennaio 2017

Una bella notizia in mezzo a tanta disperazione: sono state individuate delle persone vive dentro all'hotel Rigopiano. Vedendo il salvataggio mi sono commossa, pochi momenti sono emotivamente più coinvolgenti e umanamente più condivisibili. Sono attimi in cui la realtà mostra tutta la sua potenza vitale, annientando qualsiasi tentativo di mistificazione. Bravissimi i soccorritori che stanno facendo l'impossibile anche per tanti altri che si trovano in difficoltà in tutti quei paesini dispersi fra le montagne.
La situazione è emergenziale e credo che qualsiasi analisi e ricerca di responsabilità sia fuori luogo, bisogna capire che ci sono degli eventi eccezionali imprevedibili di cui nessuno è responsabile. Dobbiamo finirla di cercare un capro espiatorio per ogni cosa e scaricare colpe l'uno sull'altro. E' successo, una concatenazione di eventi ha fatto degenerare una situazione già critica e traballante. Ora basta, ora bisogna uscirne come meglio si può e rimediare come si può.


"Il cuore degli altri" di Franco Arminio.

Il terremoto con la neve. La sedia rotta su cui stanno seduti i paesi. Ci sono giorni in cui non ha senso pensare agli affari propri. Ci sono giorni in cui bisogna avere il cuore degli altri, il cuore tuo da solo non serve a niente. Devi stare dentro il batticuore di tutti. E invece ora siamo in questo gioco in cui ognuno si espone al mondo col suo corpo, con un pensiero, col suo niente, e in questo modo sfama la noia, in questo modo facciamo amicizia con il nulla invece di avversarlo, invece di piangere per chi trema. Adesso c’è chi ha paura di arrivare al sonno, c’è chi ha freddo. Pensate a chi in quelle terre è malato, pensate ai vecchi, pensate all’osso rotto, allo stomaco che non digerisce, pensate al tumore alla gola, pensate al lutto, pensate ai brutti, pensate a chi non si è mai trovato in un abbraccio. Oggi abbiamo fallito di nuovo come umanità, oggi abbiamo allestito una nuova Caporetto, una al giorno, una disfatta continua che disfa legami, simpatie. Ogni giorno che siamo senza dolore dovremmo gettarci con foga a salvare il mondo, salvarlo ora con gentilezza, ora con rabbia, ora in silenzio, ora gridando. Viva la foga, la furia, la forza di dimenticarsi. Oggi era un giorno per dimenticarsi. Contava solo la neve e il terremoto, nient’altro.


Scritto il 18 gennaio 2017

19 gennaio 2017

Io non so che dire...

Penso a quella povera gente, alla loro disperazione e mi si stringe il cuore, ma a nulla servono la commozione e la solidarietà. E' tutto inutile, il parlarne, lo scriverne e il farne polemiche assurde. Bisogna solo aiutarli. Spero solo che chi ha la capacità e la possibilità di farlo abbia quel minimo di cuore che serve per lasciar perdere tutto il resto e investire tutte le risorse e le energie in quella drammatica situazione.
http://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2017/01/18/forte-scossa-di-terremoto-avvertita-anche-a-roma_046bb43b-b009-46f8-b086-5546866be7e7.html

15 gennaio 2017

L'armonia è rotonda.

Ho sempre pensato che l'armonia abbia una forma sferica e sia la base per l'equilibrio. Tutto ciò che ci circonda, le nostre cose, le persone, i fatti che ci succedono, noi stessi, tutto avrebbe bisogno di avere linee morbide, non spigolose, come un cerchio dentro il quale tutto si inserisce senza rompere la continuità. Come per la musica: se c'è una stonatura rompe la melodia e ferisce le orecchie. O per una frase: se c'è una parola sbagliata rompe la logica e non si capisce niente. Le parole d'amore sono rotonde, si dicono con voce morbida, mentre l'odio è stridulo. Le carezze  sono rotonde, senza spigoli, mentre la violenza è acuminata e fa sanguinare. Un gesto di solidarietà porge la sua rotondità e avvolge chi lo riceve, mentre il disprezzo è un muro piatto e duro che respinge. Il grembo di una madre è rotondo. Anche l'universo intero appare rotondo: il sole, la luna, i pianeti, le circonvoluzioni, tutto gira in rotondo. E tutto ha bisogno di continuare così in modo che non avvengano collisioni: ogni percorso deve essere in armonia con tutto il resto per non creare disordini pericolosi.
E credo anche che l'armonia sia da preferire alla felicità perché, anche se spesso il nostro umore altalenante o uno stato d'animo doloroso possono smarrirci, l'armonia rimane intorno a noi come rimangono le stelle nel cielo anche se di giorno non le vediamo, come la terra che continua a girare anche se non ce ne accorgiamo. 
L'armonia è rotonda e potrebbe proteggerci. Dovremmo solo seguire la sua traiettoria, chiudere il cerchio e non farci pungere dagli spigoli, il resto viene da sè.

14 gennaio 2017

"Donne al quadrato" di Antonia Storace: "Quello che mi colpisce in un uomo..."

"Quello che mi colpisce in un uomo, è la capacità di giocare in detrazione. L'acume di chi sa tacere, sa quando non dire, quando non insistere, non andare oltre. La sottrazione non è avarizia, non è sciatteria o disinteresse. Certe volte, ha a che fare con l'eleganza. Less is more, dicono gli inglesi. Ci hanno cresciute col mito delle cento rose rosse, delle proposte di matrimonio sull'Empire State Bulding, dei corteggiamenti incalzanti. Quasi che l'amore fosse amore solo quando esagera, quando eccede, quando monta a neve come gli albumi di una torta e si fa spumoso e gonfio. Di quanto possa essere romantico anche un bacio sulla fronte, non parla mai nessuno. Ed è un peccato. Io adoro essere baciata sulla fronte. E preferisco i cactus, alle rose rosse. Con quella piccola corona di fiori che cresce loro sul capo, e che non ti aspetteresti mai da una pianta buffa e spinosa: un sussulto di meraviglia e di grazia, sopra un letto di aghi. Ecco. Io sono un cactus. Di un uomo, oggi, mi piace la capacità di sorprendere con poco. Ci vuole intelligenza e cuore grande per amare una donna in un dettaglio, in un gesto riservato che non cerca di strafare ad ogni costo. Nell'eccedenza, a volte, si cela la finzione, il manierismo, l'artificio. E' come guardare la bella foto di una coppia all'apparenza perfetta e poi scoprire che lui la tradisce, che lei non lo ama. Resto convinta che i sentimenti non si mettano in posa, che i baci sotto il portone di casa siano, senza dubbio, i più belli. Sono un sigillo, il vero happy ending di qualunque storia d'amore, un rischio di felicità che si è ancora disposti a correre. Se vi amate, o state per amarvi, baciatevi sotto i portoni. Corteggiare è un'arte per la quale vale il detto: "Tutto fumo e niente arrosto". La spallina di un abito riaccompagnata educatamente al suo posto; stare seduti di fronte, invece che accanto, durante una cena; la mano di lui poggiata sopra la schiena di lei, quando attraversa la strada. Basta questo. Fidatevi. Basta questo. A riconoscere la verità di certi sentimenti..."







13 gennaio 2017

Se ancora non è chiaro...

E' così che funziona. Noi, popolo miserabile che lavora (quando il lavoro ce l'ha) dalla mattina alla sera e anche oltre per avere il minimo indispensabile, che se ci azzardiamo a non pagare una rata del mutuo che copre quel tetto sudato che abbiamo sulle nostre teste possiamo dirgli addio definitivamente, che se abbiamo la malsana idea di avviare una misera attività autonoma e abbiamo bisogno di una banca (perché non se ne può fare a meno) ci carichiamo di avvoltoi che ci beccano fino a spolparci all'osso, che conosciamo solo la sopravvivenza e la mancanza e ci chiediamo perché mai siamo costretti a vivere visto che questa non ha nessuna caratteristica di quella che comunemente si chiama vita. 
Noi, dicevo, noi che abbiamo le tasche vuote e potremmo anche essere felici lo stesso se non fosse che dobbiamo riempire, abbiamo riempito e riempiremo le tasche di qualcun altro. E chi sono costoro? Sono i grandi imprenditori che giocano con i miliardi, gli immobiliaristi che si divertono come bambini coi Lego, le cooperative rosse, bianche o nere, ecc. ecc. Tutti impegnati a fare grandi cose, a sobbarcarsi l'onere di guidare l'economia, a spargere i loro semi manageriali per usufruire degli intrecci tra finanza e politica, per farci vedere come "si diventa qualcuno".
E tutti, indistintamente, ammalati di indebitamento facile. 
E noi paghiamo. Paghiamo il prezzo del capitalismo, il prezzo di un sistema corrotto e fallace a cui tutto è permesso tranne l'onestà e la sensibilità. Poi non mi interessano i meccanismi, gli avvitamenti, le contorsioni, gli asservimenti, i clientelismi o tutte quelle sigle e paroloni che si inventano, la sostanza è questa: noi paghiamo tutto e molto caro, spesso anche con la vita.
Continuiamo così, forse riusciremo ad estinguerci.